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Lorenzen Wright, il figlio di Memphis

Come direbbe il maestro Battiato

viviamo strani giorni

Giorni in cui non si può non magnificare le gesta di Charles LeClerc, appena 21enne, ma già capace di vincere mandando ai pazzi chi di solito ha sempre usato la tenuta mentale per mettere in difficoltà gli altri; ma chiaramente qui si ha gioco fin troppo facile, perché c’è un traguardo (e Monza non è un traguardo qualunque) tagliato per primo a sigillare la (nostra) esultanza. Abbiamo invece delle difficoltà a coccolare un talento come quello di Berrettini, che sta in campo ed è competitivo a cospetto di Nadal, cioè l’eccellenza fatta atleta nel suo sport, ma sembra quasi normale o dovuto. Ne consegue che l’esposizione del buon Matteo, nonostante una semifinale di uno slam vissuta da protagonista, sembra durare il tempo di un respiro. Non stiamo nemmeno a parlare dell’ennesima delusione dell’Italbasket, dove non siamo in grado, tifosi, giornalisti e federazione (loro di sicuro meno di tutti, ed in teoria dovrebbero fare una sintesi di tutto ciò) indifferentemente,  di giudicare con equilibrio il progetto, la conduzione tecnica, e quindi ci barcameniamo oramai da anni tra rilancio, ricostruzione e ambizioni a metà che poi lasciano solo l’amaro in bocca, puntualmente. Quelli più scarsi di noi, con logicità ed unione di intenti, vanno avanti, intanto.

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Gli americani invece, che su certe questioni sono molto più scaltri, sanno benissimo che la giusta (sovra)esposizione di gesta, non per forza vincenti in senso assoluto, possono portare, non solo empatia, ma anche immedesimazione, ispirazione e contribuiscono a legare una comunità ai propri beniamini.

E’ il caso di Lorenzen Wright, la cui eccellenza, nonostante non fosse un fenomeno sul parquet, ma un ottimo giocatore di pallacanestro e veterano quello si, risiede proprio nel legame che aveva con la sua terra adottiva, Memphis, (lui in realtà è nato ad Oxford, nello stato del Mississipi) e la sua gente, fattore che ne ha definito la vita e, purtroppo, è stato tra quelli che ne ha determinato la morte. Avete capito bene, Lorenzen Wright, non un All Star quindi, non uno che sta nei dibattiti per il GOAT un giorno si e l’altro anche…e quindi, perché tutto questo interesse?

In realtà proprio per il cordone ombelicale che si era creato tra Memphis e Lorenzen e per l’idea che quest’ultimo aveva del suo ruolo “sociale” al servizio della città. Ruolo che trascendeva e nemmeno di poco, quello pensato per i giocatori dalla Lega, con i vari NBA Cares e simili, di ambasciatori di valori e solidarietà. L’High School di periferia ha bisogno di una fornitura di scarpe? No problema, ci pensa Wright. Esce la notizia di un ragazzo che ha vissuto per un mese con il cadavere della madre? In un battito di ciglia ‘Ren ha già creato un fondo fiduciario a favore dell’homie.

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Per la nuda cronaca, riguardo alla sua dipartita, occorsa il 19 luglio del 2010, si è recentemente dichiarata colpevole la moglie, Sherra. Pare che avesse già tentato di ucciderlo in quel di Atlanta pochi giorni prima, da qui la decisione di coinvolgere un certo Billy Turner nell’organizzazione del delitto. La cronostoria che porta a quel giorno è fin troppo triste e non rispecchia la personalità del nostro, benché è innegabile che, direttamente o meno, fosse dentro a giri loschi. Finisce (2008-2009) la carriera NBA, comunque quasi 800 partite con 8p e 6r di media, anche se la nomina di All-American nel 1994 aveva fatto presagire ben altro, ed in breve finiscono anche i soldi: un refrain già sentito ma che è quello che inesorabilmente è successo a Wright.
Vendute le case (dopo essere state pignorate per debiti) ad Atlanta e nella periferia di Memphis, vendute Cadillac e Mercedes, finisce il matrimonio (6 figli a carico) con i conseguenti 26.000$ mensili sul groppone da corrispondere alla ex-moglie.

Siamo a febbraio del 2010. Non c’è molto altro da aggiungere e mi preme risparmiarvi dettagli sull’uccisione, la precedente chiamata al 911, il ritrovamento del corpo in un bosco. Non vi risparmio invece la reazione di Memphis: la cittadinanza è scossa e si reca in massa (compresi i memphians Elliott Perry e Penny Hardaway, come vedete in foto) presso il luogo del ritrovamento: vuole partecipare affinché sia fatta chiarezza e nei giorni successivi, dato che Memphis conta in quell’anno già 89 omicidi senza colpevole, molti diventeranno detective in cerca di indizi ed informazioni. Il servizio funebre si tiene al FedEx Forum (esatto, proprio dove giocano i Grizzlies) e c’è mezza NBA, interviene il proprietario dei Grizzlies e il sindaco della città. Non esattamente quello che succede quando muore un giocatore NBA qualunque.

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Ritorniamo alla storia con Sherra: si erano presi, lasciati e ancora ripresi (con tanto di rinnovo dei voti nuziali) negli anni, niente di strano, sopratutto quando in un rapporto si mettono in mezzo (2003) la morte di una figlia, Sierra, di appena 11 mesi (a causa della SIDS, o più comunemente sindrome della morte in culla) ed i soldi. I maledetti soldi, che creano immancabilmente problemi, sopratutto quando ti ritrovi a gestirne tanti insieme a tante persone e sei un bonaccione di indole, con la tendenza a non escludere nessuno. Tant’è che gli oltre 55 milioni di dollari guadagnati in carriera non erano risultati sufficienti per la propria CREW: non solo la famiglia quindi, ma sopratutto per la pletora di persone che il buon Lorenzen aveva con sé, molti dei quali compagni di adolescenza con cui aveva condiviso il sogno di farcela o addirittura, come nel caso di Raw Dog, al secolo Rewis Williams, uno degli esponenti di punta della Wright Crew e compagno di squadra del nostro alla Booker T Washington High School, c’era stata una promessa solenne di prendersi cura l’uno dell’altro.

Col senno di poi si può solo immaginare come fu accolta la notizia (27 giugno 2001) che Wright, dopo aver trascorso i primi due anni in Nba ai Clippers, era stato coinvolto in una trade (insieme a Pau Gasol e Brevin Knight, per Shareef Abdur Rahim e Jamaal Tinsley) che lo vedeva tornare nel Tennessee: Ulisse ad Itaca e il figliol prodigo saranno sembrate storielle, a confronto.

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E quindi, infine, perché una puntata di Icons dedicata a questo disgraziato figlio della città di Elvis?
Per rispondere devo semicitare un famoso avvocato a cui pressoché ogni fan NBA in Italia è affezionato: che cosa è un capolavoro? Deve essere per forza un singolo gesto, oppure un capolavoro può essere anche la perseveranza, il credere che puoi fare del bene a tutti, senza preoccuparti di budget o conseguenze? Senza farne un pippone morale o sociale: nel presente che viviamo, nella indifferenza e nella cattiveria di cui facciamo esperienza a partire dai palazzi della politica fino alle pagine dei nostri profili social; non è bello sentire che ha lasciato un segno tangibile nel mondo una persona buona, seppur scapestrata ed ingenua? Secondo me si.
Grazie ‘Ren

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Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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