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Lo strano caso della Rich No Rule

Il 12 Agosto scorso, a una settimana dall’emanazione del memorandum di riforma delle normative nell’ambito dei requisiti necessari per la rappresentanza degli atleti collegiali eleggibili per l’NBA, la NCAA ha definitivamente emendato quella che è ormai già passata agli annali come Rich Paul Rule.

Ma cosa prevedeva l’editto che tanto scandalo e tanto scalpore ha suscitato dentro e fuori la Lega al punto da destare persino l’interesse di LeBron James, per il resto talmente concentrato sulla propria veste di giocatore off-season balneare da dimenticare quella di GM ombra dei Lakers?
Sintetizzando, i criteri fondamentali, inizialmente non opzionali, erano tre: un diploma rilasciato da un corso di laurea quadriennale, il conseguimento di un certificato di good standing da parte della National Basketball Players Association (ottenibile tramite un curriculum professionale equiparabile a una formazione accademica quadriennale) e, da ultimo, il superamento di un esame di abilitazione da sostenersi presso la sede centrale della NCAA a Indianapolis. Il tutto riferito allo specifico ambito di rappresentanza di studenti-atleti collegiali in condizione eleggibilità per il Draft e al contempo di possibilità di ritiro della propria candidatura per un ulteriore anno di college. In una società sempre più dominata dalla tecnocrazia e dalla burocrazia kafkiana, non dovrebbe risultare poi particolarmente strano il fatto che nello stesso mondo in cui è richiesta comprovata esperienza e specifica formazione per poter lavorare in qualsivoglia settore sia previsto un livello minimo di requisiti e referenze là dove si intenda rappresentare (e molto spesso orientare) gli interessi di un giovane poco più che adolescente (o ancora tale) con velleità da atleta professionista. Intendiamoci, lungi da me voler fare proseliti alle logiche dell’oltranzismo tecnocratico e del lobbysmo paracattedratico secondo cui sia necessario possedere una qualche forma di attestato anche solo per aprir bocca e proferir parola in una qualunque chiacchierata del sabato sera in trattoria. Al contempo, però, fingere che la storia sportiva americana non sia costellata di casi di sfruttamento (talvolta con esiti tragici) delle velleità professionali di giovanissimi talenti sportivi da parte di non meglio precisati familiari, malavitosi e azzeccagarbugli di sorta in veste di sedicenti agenti, beh, sarebbe quantomeno ingenuo, se non gravemente ipocrita.
Il problema, però, aveva in questo caso un nome e un volto ben noti nell’ambito della finanza sportiva, ovvero quelli di Rich Paul. Il fondatore dell’agenzia Klutch Sports Group, nonché rappresentante di uno svariato numero di illustri veterani NBA (tra cui LeBron James, Anthony Davis, John Wall, Ben Simmons, Draymond Green ed Eric Bledsoe), risulta infatti ad oggi sprovvisto di un titolo di studi collegiale o universitario.

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Ma chi è Rich Paul? Nato il 16 Dicembre 1981 a Cleveland, Ohio, Mr Paul inizia la propria carriera nel mondo del business sportivo dal retro del proprio furgone come rivenditore di divise vintage importante da Atlanta. Nel 2002 l’incontro con l’astro nascente liceale LeBron James che, impressionato dalla Warren Moon appesa tra le grucce del van di Paul, lascia il proprio biglietto da visita al giovane concittadino di Glenville, distretto di Cleveland a quarantaquattro miglia da quella storica e tanto decantata Akron. Dunque la chiamata del Prescelto al piano superiore nel 2003, il sodalizio con Maverick Carter e Randy Mims, l’ingresso nella Creative Artist Agency e, nel 2012, la fondazione dell’impero della Klutch Sports a suggellare definitivamente il sodalizio in affari con LBJ. Ecco, quindi, l’accesso alla sala dei bottoni del management NBA e, con esso, la consacrazione nell’Olimpo degli intoccabili.
Alla pubblicazione del memorandum NCAA non tarda a giungere il verbo, anzi, il tweet, questa volta assai meno sibillino del solito, dello stesso LeBron, che, all’1.31 am del 7 Agosto, lancia l’hashtag #TheRichPaulRule, da cui il nome del presto divenuto caso mediatico. Segue l’op-ed dello stesso Paul su The Athletic:

“Requiring a for-year degree accomplishes only one thing — systematically excluding those who come from a world where college is unrealistic. Does anyone really believe a four-year degree is what separates an ethical person from a con artist?” e ancora “Let’s also be clear that once the NCAA requires a four-year degree for athletes ‘testing the waters’, it’s only a matter of time until this idea is socialized, no longer questioned, and then more broadly applied. We all know how this works. Unfair policy is introduced incrementally so people accept it because it only affects a small group”

In linea generale sulla prima affermazione è impossibile non essere d’accordo: un attestato, un diploma, una laurea non hanno di per sé alcun valore in senso etico. Il prosieguo, invece, è assolutamente capzioso, in quanto lo scenario mondiale sta da tempo muovendosi sempre più in direzione contraria. Da anni, ormai, milioni di giovani (e non) si ritrovano fronteggiare una realtà internazionale che li sottopone a procedure, obblighi formativi, requisiti esperienziali per poter anche solo muovere i primi passi nel mondo del lavoro. Che a sventolare la bandiera dell’oppressione e della persecuzione sociale sia un trentasettenne che nel solo 2018 ha mosso con il proprio portfolio di dodici atleti un patrimonio pari a 624.8 milioni di dollari (per una commissione personale di 24.99 milioni) sinceramente risulta alquanto paradossale, se non grottesco. Così come risuona piuttosto stridente la puntuale facilità e leggerezza con cui il jet-set a fasi alterne socialmente impegnato (e a fasi alterne assolutamente no) parli della negazione del diritto allo studio negli Stati Uniti, sorvolando sulla reale questione di fatto per approdare direttamente all’elemento centrale: i dollari, tanti, a milioni, alla portata di pochi, non di tutti. Ma dell’ipocrisia con cui il mondo NBA stia ormai da anni affrontando il tema della formazione pre e post-liceale ho già avuto modo di parlare ai tempi del caso Williamson.
Il caso diviene dunque sociale. Improvvisamente una cerchia di cittadini privilegiati di uno degli stati più classisti, nazionalisti e burocratizzati del mondo si desta, grida allo scandalo: la NCAA vuole impedire a Rich Paul di continuare ad essere il sultano dei procuratori NBA. La pressione mediatica nel mentre cresce, Chris Paul, presidente della National Basketball Players Association, esprime la propria contrarietà nei confronti della riforma, la NCAA tentenna, vacilla, dunque crolla.

A una settimana dalla pubblicazione del comunicato ufficiale ecco l’uscita dell’emendamento. Niente bachelor’s degree tra le condizioni fondamentali. Nulla di male, in sé e per sé. Ma quanti illudendosi di poter diventare Rich Paul falliranno, cadranno, si frantumeranno? Quanti, pensando che diventare Rich Paul sia facile, si ritroveranno a compiere il percorso inverso, finendo magari a vendere magliette vintage sul retro di un furgone? Quanti atleti finiranno nelle mani di miserabili agenti arrivisti disposti a gettarli in pasto agli spietati miraggi dorati del professionismo sportivo, condannandoli al fallimento prima ancora che abbiano potuto bere al calice della prosperità, pur di guadagnare la propria parcella, di costruire la propria fama, edificare il proprio impero sulle spalle di giovani talenti poco avveduti?

It’s the American dream, baby.

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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