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Lo chiamavano Stevie Franchise

“When they put their feet on the court, with their shining shoes, wearing shooting shirts, I know they’re looking for more than million dollars in da pocket, every move they make’s a Wonder, like Stevie from the Rockets”

(anonimo)

Scrivo di pallacanestro NBA da più di una decade, ma credo di non essere mai stato così in difficoltà nel scindere le emozioni personali dal “lavoro” per questo articolo. Nemmeno quando mi è capitato – ed è capitato – di dover parlare dei “miei” Boston Celtics. Sono legato al giocatore Steve Francis da quando apparve sui radar del college basketball, anche quello visibile qui da noi in era pre-internet.

Con l’immancabile #23 sulle spalle Steve si manifestò in tutta la sua promettente grandezza dentro una divisa targata Maryland, college che a più riprese, in quegli anni, ha saputo regalare storie umane (Juan Dixon) e soddisfazioni sportive agli aficionados dei Terrapins.

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Face The Challenge

A chi pensa che lottare col proprio coach (JVG) per spingere un po’ di più sto cavolo di contropiede, o schiacciare in testa, dopo il doveroso shake&bake e la conseguente penetrazione a canestro, ai lunghi NBA, dopo averlo fatto con tutti quelli incontrati sulla propria strada allo junior college o nella NCAA, siano state le principali sfide affrontate da Francis nella sua vita do un immediato dispiacere: risposta sbagliata!

Papà Francis saluta tutti quando il futuro All-Star ha solo due anni, poi la mamma: in una purtroppo classica situazione da famiglia afro-americana, è lei quella costretta a tenere in piedi la baracca, ma gli sforzi contro la malattia – parola che tornerà presto nella vita di The Franchise – non bastano. Il cancro dice che può bastare così, a soli 39 anni… Per Steve è il colpo finale: abbandona gli studi e nemmeno la sua incredibile passione per la pallacanestro riesce a tenerlo su un banco di high-school. Ma come sappiamo Dio aveva già elaborato un piano, per tutti, anche per lui.

Steve cresce, all’improvviso, nel giro di poche settimane. Torna al campetto e soprattutto al Takoma Park Community Center ed è quasi irriconoscibile. Ora a quel ferro ci arriva davvero, come ha sempre sognato di fare, dritto per dritto. C’è un problema: il sistema delle scuole americane è tanto variopinto e particolare quanto severo quando parliamo di sufficienti credenziali o meno per poter poi giocare. Inutile ridere a tal proposito: gli esami si truccano, i compiti te li fa il vicino di banco, questo lo sappiamo tutti. Ma c’è dell’altro. C’è l’orgoglio di un ragazzo, ora sostenuto dai fratelli maggiori e soprattutto dall’immancabile nonna, vero punto di riferimento di quello che è rimasto, su questa terra, della famiglia Francis. Al nostro viene data una chance, dopo che le esibizioni AAU hanno ricominciato a far parlare di lui.

The Legend of Steve Francis

San Jacinto Junior College…chi? Non siete gli unici a farvi questa domanda. Andiamo a cercare…Texas. Ecco, già qualcosa di più concreto. E a contarle male sembrerebbero esserci parecchie miglia tra il Maryland e lo stato della stella solitaria. Ma tant’è: consulto con i fratelli, benedizione della nonna, e si parte. Ogni sera è un pianto, è la saudade che ti assale, ma per fortuna c’è lei, la pallacanestro. Steve che non ha di meglio da fare, oltre a sistemare i voti per un possibile futuro al college, vive praticamente in palestra. I suoi allenamenti sono estenuanti e quel palleggio-arresto-e-tiro che molti di noi hanno potuto ammirare un paio di fermate della sua carriera più in là, beh nasce da qui, da quegli allenamenti solitari nella palestra texana. Il tutto si traduce nel giro di un anno nel ritorno nello stato natio, vicino dunque alla propria famiglia (altro argomento che torna e ritorna nella carriera dell’ancora #23), questa volta in uno junior college dove la Leggenda di Steve Francis può riprendere da dove era stata interrotta.

Nell’aria, ogni sera che si alza una palla a due con Francis in campo, si avverte qualcosa di magico. Inutile sottolineare i ripetuti sold-out della palestra locale, inutile in qualche modo non accorgersi che la storia del ragazzo di casa di cuori ne ha scaldati parecchi da quelle parti, e non solo.

Fast-forward: giudicare e criticare, in positivo o negativo, è parte integrante (anche) del mestiere di giornalista. Mestiere che non è il mio che “pigio” a casaccio sulla tastiera per pura passione. Non tutti lo capiscono e se parliamo di bambini di 9-10 anni è facile che accada. O almeno dovrebbe… Ho la fortuna di allenare un gruppo di quell’età, in uno dei miei primi incarichi da “allenatore” (opportunamente tra virgolette) che incappa come tutti nelle telecronache della tv che, oggi come allora, anche se in altro formato tecnologico e con altro brand, propone le gare NBA qui da noi, in Italia. Il giocatore – sempre Francis – non può non entusiasmare i piccoli, come The Answer, come (ai tempi) KB8, e via dicendo. Ma siccome nel giudicare si fanno figli e figliastri, riporto via mail al telecronista in questione le perplessità dei “miei” bimbi su alcuni pareri non certo lusinghieri e (diciamocelo) apertamente di parte del suddetto telecronista sul suddetto ex-Maryland. Non l’avessi mai fatto: una delle (poche, di solito lo faccio di persona) litigate più epiche mai fatte con chi, permalosetto di suo, rifiuta ogni tipo di responsabilità se il pupo di turno è rimasto allibito di fronte a cotanto astio nei confronti di un NBAer. Perdonerete la parentesi personale, doverosa solo per sottolineare come quella passione, quella gioia nel vederlo giocare (anche a fronte delle vicende personali e del suo cammino di vita, difficilino anzi che no) non sia sbocciata solo tra i suoi compaesani, ma grazie alla magia unica del Gioco, anche al di qua dell’Oceano.

La sindrome di Ménière è un’anomalia dell’orecchio interno che provoca molti sintomi diversi, tra cui: vertigini o grave capogiro, acufene (ronzio nelle orecchie), fluttuazioni dell’udito e sensazione di pressione o dolore nell’orecchio colpito. Il disturbo di solito colpisce un orecchio solo ed è una causa frequente di diminuzione dell’udito. La sindrome si chiama così in onore del medico francese Prosper Ménière che la descrisse per primo nel 1861.

(Fonte: http://www.farmacoecura.it)

Vincent Van Gogh, Alan Shepard, Emily Dickinson, Les Paul, Martin Luther, e tantissimi altri, tra i quali Steve Francis sono tra le vittime illustri della sindrome.

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The Disease

Normalmente chiamiamo così la “malattia” per il Gioco, sempre lei, quella che ci tiene inchiodati ad uno schermo alle 5 di mattina per una gara 3 di semi-finale di conference o un turno del gran ballo NCAA. Quella sì che è una malattia con le palle! Tutti dovrebbero “soffrirne”.

Poi, purtroppo, c’è il significato più vero ed etimologico del termine. E Steven D’Shawn Francis conosce anche questo. Dopo un anno strepitoso con i Terrapins – e la chiamata praticamente certa tra le Top 3 Picks – la carriera NBA inizia con un non entusiasmante rifiuto ai Vancouver Grizzlies, che scelgono lui alla #2 nel 1999, con conseguente trade che lo porta a Houston da coach Rudy Tomjanovich. A proposito di 1999: in 3 anni dal ritiro dalla high-school al diventare una lottery pick… Poi chiaro: non è un playmaker alla Mike D’Antoni ammirato a Milano, non è una guardia che ti esce dai blocchi alla Ray Allen. Palleggia troppo, gioca per se (primo per assist dei Rockets fin dalla stagione da rookie), non difende (primo in palle rubate ecc. ecc. ecc.) però forse così scarso, il figlio della povera Brenda non doveva essere…e ri-scusatemi per la seconda volta, se potete.

Della malattia Steve ne sa poco o niente, anzi diciamo pure nulla. Ma i mal di testa sono sempre più frequenti, tali da impedirgli di vedere correttamente e anche di sentire, soprattutto dall’orecchio destro. Lo staff dei Rockets cerca una spiegazione, prima della soluzione, e alla fine il referto non mente: sindrome di Ménière.

Francis non si arrende, continua a giocare e addirittura presenzia lui stesso  - è o non è The Franchise? – alla pesca dei miracoli, quella che precede il draft e, in base (anche) al numero di palline disponibili, assegna l’ordine di scelta. Evidentemente il #3 (nuovo numero scelto all’ingresso in The League) porta bene a Houston che come sappiamo trasformeranno quella 1^ chiamata del 2002 nei quasi 230 centimetri meglio conosciuti con il nome di Yao Ming.

Ora, come faccia un afro-americano con quel background di vita a fare amicizia con un cinese catapultato nel non sempre magico mondo dello sport professionistico americano, non è dato sapersi. L’unica spiegazione che personalmente mi do è che Steve di qualità ne ha davvero tante, e non solo quelle tecniche ed atletiche. In Texas si riprende a sognare le vittorie targate Hakeem The Dream. Ma è un attimo: sulla strada dei Rockets finalmente tornati ai playoffs si pongono i Lakers ed è subito uscita dalla post-season e rivoluzione in panchina: via Rudy-T, dentro Jeff Van Gundy.

My only friend, the end

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Questa è la morte tecnica del giocatore Steve Francis. Non riesco ad immaginare qualcosa di più lontano, cestisticamente parlando, tra la gioia del voler semplicemente giocare, possibilmente in campo aperto, possibilmente 1vs1 e sopra il ferro, di Francis e il controllo assoluto predicato dal coach. Che intendiamoci resta genio assoluto anche confinato dietro al microfono di ESPN. Ma per Steve è la fine: troppi palleggi inutili, poco bilanciamento dell’attacco, poca difesa, almeno secondo il vangelo di Van Gundy. La trade è dietro l’angolo e dopo un anno da separati in casa arriva il momento di salutarsi: per Francis sarà Orlando la prossima tappa. Gli infortuni di T-Mac non potranno far dire al coach di aver avuto ragione, e lottando ancora contro le avversità del campo e non, Steve porterà la gioia del suo gioco per qualche anno in Florida, prima delle (evitabili) tappe finali con Knicks e Chinese Basketball Association. Sì…buona notte!

In mezzo un romantico e brevissimo ritorno a Houston, la città che pur non essendo casa sua lo ha amato di più e l’unico posto – oltre che dentro il cuore di molti di noi – dove continuano a chiamarlo Steve Franchise.

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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