mcgillinsoldalehouse_cheering_j-fusco_23_2200x1237vp

L’insostenibile leggerezza…del paragone

Non è difficile fare paragoni tra squadre o giocatori di epoche diverse…è impossibile! Eppure, nelle classiche discussioni da bar, come piace a noi, questo è un tema ricorrente come pochi. Vuoi per le differenze, ovvie ma mai prese seriamente in considerazione, riguardanti il gioco, le regole, gli atleti, vuoi per tutto quello che sta intorno al campo da gioco, ogni epoca è stata caratterizzata dalle sue squadre dominatrici, dai suoi “eroi” in canotta, da miti e leggende giunte fino ai giorni nostri, e che forse ogni tanto (per non dire quasi sempre) sarebbe corretto rimanessero tali, senza scomodarsi per approfondire.

Invece, ad esempio, uno dei paragoni che viene fatto da qualche anno a questa parte, soprattutto quando ne ha prima eguagliato e poi superato il record, è quello tra Russell Westbrook e Oscar Robertson.

Senza suggerimenti da parte dell’avvocato di Russ, questo articolo vuole partire dal paragone di cui sopra, ma ripeto solo a titolo di esempio – perché la cosa potrebbe essere estesa a tantissimi altri, e anche alle squadre oltre che ai singoli, vedi i Celtics della dinastia anni ‘60, i Bulls di MJ, gli attuali Warriors e chi più ne ha più ne metta.

Era un’altra Lega

13russellpicc-jumbo

Se è vero che qualcuno (Prez?) in redazione tira fuori ogni tanto l’asterisco per i titoli dei Celtics in una NBA a 8 squadre (sì lo so, se vale questa veramente smettiamo di parlare di basket), è in effetti una semplice e pura constatazione osservare e far notare che, a quei tempi, per una squadra forte, la scalata al titolo era “più breve” rispetto a quello che succede ad esempio oggi.

Toglie qualcosa a quei banners appesi al soffitto dell’attuale TD Garden? No.

Però altre variabili – non c’era il tiro da tre punti, che come vediamo oggi incide giusto quel pochino sulle evoluzioni dei nostri amati giocatori – ne fanno un Gioco molto diverso da quello delle decadi successive.

Per i giocatori, poi, al di là dei risultati, delle statistiche (almeno quelle che venivano conteggiate, le fondamentali mi verrebbe da dire, quelle che oggi lascerebbero a casa senza lavoro fior fiore di analisti della stampa/TV e delle franchigie stesse) e di chi ha vinto cosa…che elementi abbiamo? Qualche immagine in bianco e nero? Spezzoni di partite recuperati non si sa dove e postati su YouTube? Poco, troppo poco.

Ci affidiamo allora alla memoria, che è sempre una gran cosa. Ai libri, ai racconti di chi c’era davvero e – sempre con quell’aurea di epocale e leggendario – ci ha tramandato le gesta dei vari Mikan, ma anche Russell e Cousy, West e Baylor. E stiamo parlando di alcuni dei migliori di sempre, nei Top 50 di Cleveland, figuriamoci se cominciassimo a scoperchiare il vaso, anche solo per il “secondo livello” di giocatori: chi li ha mai visti giocare?

In realtà, se anche voi avete uno zio come il mio, potreste sentirvi raccontare di come la fantasia (assolutamente al potere, è il caso di dirlo) rendesse mitico tutto quello che si poteva solo immaginare pensando al pianeta NBA, e al basket USA in generale.

“Al Palazzone di San Siro atterrano i marziani”,

così era vista ed attesa la squadra che si esibì ad inizio anni ‘80 contro il Billy Milano, in un’amichevole che vide la partecipazione anche di Julius Erving. Oh Doctor J eh? Non il pivot di riserva dei Cincinnati Royals che nessuno ha mai saputo come si chiamasse (benedetto Google aiutaci tu!). Ed ecco che il cerchio si chiude, Cincinnati…

Big O

i

Ora, carissimi lettori: fatemi capire, perché la curiosità letteralmente mi divora, come è possibile paragonare Oscar Robertson con Russell Westbrook se non per il già citato record eguagliato/superato? Quali sarebbero gli argomenti utili al paragone? L’avete visto giocare? Si allenava bene? Aveva attorno una squadra adatta al suo gioco? Qualche “talpa” rivelava ai giornalisti – sicuramente a decine al seguito della squadra, con microfoni, telefonini, telecamere, iPad e altre diavolerie della tecnologia costantemente puntate addosso – che con lui non si poteva giocare? O forse era il miglior compagno di squadra di sempre, costantemente invitato ai compleanni dei figli e alla grigliata in giardino per la sua contagiosa simpatia? Potrei continuare per una mezzora, ma spero invece che sia sufficiente così.

Solo i numeri, mannaggia a loro, ci vengono incontro, e – come per l’ex UCLA – sono assolutamente roboanti. Ruthenian Stats, direbbe qualcuno (dalle statistiche anch’esse fuori dal mondo del mito del baseball di inizio secolo scorso Babe Ruth) e in effetti l’unica cosa che si può paragonare sono queste cifrette che i due hanno in comune.

Correva l’anno 1961-1962, la seconda stagione in The League per Big O, le chiavi in mano di una derelitta franchigia spostata a Cincinnati dopo l’unico titolo del 1951 quando ancora giocavano a Rochester, strappato ai Knicks in una sorta di “derby” che sono certo, già all’epoca, i tifosi newyorkesi non avrebbero – con disprezzo – mai ritenuto tale.

Ancora doveva raggiungerlo Jerry Lucas, il secondo all-star della squadra (ma quanto mi suonano famigliari e attuali queste parole…), per cui, si dice, palla in mano a Robertson e…pedalare. Qualcuno pedalava di certo, altrimenti gli assist a fine stagione non sarebbero stati 11.4 di media, che uniti ai 30.8 punti e 12.5 rimbalzi hanno confezionato, per decenni, il celebre record della stagione in tripla-doppia di media.

Squadra votata all’attacco, primissimi in Off Rtg e guarda caso penultimi in Def Rtg…Stagione da incorniciare sotto Coach Charles Wolf, con un secondo posto nella Western Division e successi a non finire ai pl… ah no, subito fuori 3-1 contro i Pistons. A-riguarda un po’ che coincidenza.

Vabbè poi è arrivato Lucas e ci saranno state almeno 3-4 parate col pullman scoperto per le strade della città dell’Ohio…no!

Che dire gente: se per anni ci hanno detto solo ed esclusivamente la verità dei freddi numeri, del racconto di chi da Big O ha preso ispirazione (Magic?) avendolo davvero visto giocare – anche loro poco eh? Non c’era il League Pass, e l’NBA non andava in Prime Time sulle TV nazionali – e di quello ci siamo accontentati, perché rovinare una bella storia? Robertson poi il suo anello lo vincerà, ma a Milwaukee, a braccetto con Kareem, uno dei centri più forti di sempre, non so, come se a Westbrook dovessimo dare l’O’Neal del three-peat losangeleno al posto del coriaceo neozelandese, fate vobis.

E quindi?

Perchè c’è da aggiungere altro? Westbrook il titolo non lo vincerà mai, o forse sì. Resterà sempre a OKC infrangendo ogni record individuale, dando tutto sul parquet come mi pare abbia sempre fatto da quando ha messo piede nella NBA, oppure andando, come altri, dove è più facile vincere perché una squadra che già l’ha fatto c’è, e bisogna solo mettersi in coda per ritirare il proprio anello. Ovviamente la “frecciata” che ormai ha stancato tutti è per Durant, che poi del suo nei due titoli (tre quest’anno?) ai Warriors ce l’ha messo eccome, solo che chi guarda sempre al passato – anche per i paragoni impossibili di cui tratta questo articolo – non dovrebbe dimenticarsi che una volta, appunto, non succedeva così, o decisamente meno spesso di oggi.

Detto questo, Russell resta un giocatore incredibile e, per certi versi, mai visto prima, con buona pace di Big O, che non ho mai visto giocare. Fatevene una ragione.

slide7-maplewood-nj-garage-bars-gar-bar

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Editore ENBIEILAIF - Nacho Symbolic Associazione Culturale
P.IVA - COD. FISC. 03383520545
Direttore Responsabile testata on line: Luca Fiorucci
Server Provider: Aruba
Registro Stampa Tribunale di Perugia N°9 27/05/14
Email: info@nbalife.it

© 2019 Copyright NbaLife.it, tutti i diritti riservati