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You not the king of LA

“Cleveland…this is for you!”. Cleveland, this is non più.

Già, perchè, da un po’ di tempo a questa parte LeBron James è saltato on the other side of the States (nel caso ci fosse ancora qualcuno sull’intero globo terracqueo a cui non fosse giunta la voce).

Orbene, quando un (sedicente) re cambia dimora o, ancor di più, bandiera, regola vuole che si generi attorno tutt’un armeggiare in un gran trambusto di nascite e crolli feudali, traslochi di corte, fanfare di benvenuto, de profundis d’addio, mute di avvocati e apologeti, branchi di testimoni d’accusa, menestrelli, saltimbanchi, biografi e lacché di sorta. E, quindi, ecco i voltagabbana della California sud-occidentale abbandonare la veglia del corpo ancora caldo di Kobe Bryant, per affrettarsi a tinteggiare la cinta muraria della propria contea con le gigantografiche fattezze del proprio nuovo eroe cavalleresco. “The King of L.A.”. Ma come, veramente vi meravigliate che quell’azzardato (comunque era fatto bene, eh, bisogna riconoscerlo) murales ve l’abbiano imbrattato dopo un paio di giorni? A me meravigliò, ai tempi, che non ve l’avessero imbrattato dopo un paio d’ore.

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So d’addentrarmi, con codesto papiro inverecondo, per una fredda valle solitaria, per un’ostile landa desolata cui è condannato chiunque osi nominare il nome di James invano. Ebbene, con la serenità di chi s’illude di poter attraversare la selva oscura di codesto articolo tornando a rimirar le stelle, mi addentro tra gli insidiosi anfratti di questo Vietnam di cellulosa sbiancata che già odora di Napalm. E dunque, eccomi, a tentare di non ricadere in questa classica enumerazione di preamboli grondanti vaselina cui si è costretti dal paraculismo imperante dell’ultimo scampolo del primo decennio degli anni 2000 ogni qualvolta s’intenda sfidare la corrente. Non partirò dalla captatio benevolentiae pressoché dovuta, per non si sa quale coercizione morale, ogniqualvolta s’intenda affrontare criticamente LeBron James e dintorni. Non passerò in rassegna gli arcinoti traguardi, le sfilze di record, l’indubbia supremazia tecnica e tutto quel lungo strascico di lodi sperticate che probabilmente metà dei suoi agiografi non ha dedicato nemmeno alla propria amante o alla propria amata. Non sono uno stilnovista e ancor meno un caudatario. Alle chiare, fresche e dolci acque preferisco il non domato spirito, e della vita il doloroso amore.

Il primo stemma NBA che ho visto entrare in casa è stato quello dei Lakers. LeBron, per quanto mi concerne, svetta a pieno titolo su uno dei tre gradini del podio all-time. Di qui, però, si tira una linea e si va avanti.

L’idea di metter su carta quest’articolo nasce, manco a dirlo, da uno di quei classici conciliaboli di redazione che vengon su, non si sa bene come, non si sa bene perché (un po’ come il proverbiale figlio che ti vien fuori nel bel mezzo della vita, mentre sei troppo vecchio per averne 20, ma ancora molto giovane per averne 40), ad un certo punto del mattino, del pomeriggio o della notte. Non ricordo bene in quale fase dell’alternanza luce-buio venne su quest’annosa questione del James ad LA, ma posso dirvi con assoluta certezza cosa stessi facendo in quel preciso istante: sorseggiavo orzata. Fresca. E poco ci mancò che mi c’affogassi, in quell’orzata, per colpa di un collega, anch’egli molto giovanotto (perché poi ci sono, dall’altro lato della barricata, questi mezzobusti più maturi, sempre coi loro anni ’80, “E il basket di una volta”, “Eh, ma il gioco sotto canestro”…vabbè, lasciam perdere), che se ne arrivò con qualcosa di molto simile ad un “LeBron è andato ai Lakers per la maglia”. Colpi di tosse, spasmi, apnee, sibili e rantoli. Poco ci mancò che mi toccasse raccogliermi il duodeno da sul tavolo. Resistendo all’impulso di cadere in un loop compulsivo di “Taci miserabile” di oscargianniniana memoria, accadde, all’epoca, che mi ricomposi, versai un nuovo bicchiere di orzata, giacché col primo avevo finito per ritinteggiare mezza parete, e, risoluto, seppur non del tutto ricuperato in salute, mi risolsi a scriverci un poco circa questa meravigliosa scelta ànema e core dell’irreprensibile LeBron Raymone James Sr.

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Già, perchè, spero sarete sufficientemente comprensivi se, da malfidato osservatore, da scettico voyerista del reale, da chiassoso spettatore cestistico quale sono, non mi convincano troppo le letture in chiave romantico-romanzesca di un cavaliere errante che si sposti dall’Atlantico al Pacifico in nome della maglia. Ecco, stiamo parlando di un cavaliere errante che già in tempi non sospetti versò 6.5 mln di dollari nelle casse del Liverpool Football Club per ricavarne, ad oggi, più del quintuplo. Insomma, non uno sprovveduto, non un lirico, non un poeta maledetto. Perché, sì, cari amici ultras-LeBron, dovreste riconoscere anche questo merito al nativo di Akron: l’enorme fiuto per gli affari e l’ottima capacità gestionale di patrimoni degni del sultano del Brunei. E anche voi, cari compagni di sventura gialloviola, è giunto il tempo che ammettiate che, ebbene sì, LeBron, vada come vada, ha riacceso il giallo stinto di una gloriosa casacca che fino al 30 giugno 2018 aveva come massima ambizione quella di aspettare un Brandon Ingram in chiave Godot (che poi io comunque in Ingram ci credo pure, ma questo è un discorso che affronteremo magari più in là, nelle apposite sedi, negli appositi tempi). E, notate bene, quando parlo di riaccendere LA non guardo solo allo Staples Center, al parquet di gioco, alle W stagionali (per altro andata non benissimo al primo tentativo, eh), agli highlights di NBA TV o TNT. No, parlo anche di vile danaro. Già, perché l’autoproclamato Prescelto è un’azienda su due gambe, capace di muovere centinaia di milioni di dollari ogni anno, spostando l’asset economico di intere città, di interi stati. Nei 20 minuti intercorsi tra l’ufficializzazione del sodalizio con i Los Angeles Lakers, i seasonal tickets sono saliti da una cifra minima di 3.499 $ a 5800 $, con un picco massimo di 188.781 bigliettoni versati su StubHub da un povero scemo finito a sorbirsi una mitologica stagione da 37 vittorie totali.

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A tre ore dalla firma del contratto, gli ordini complessivi della jersey #23 hanno superato di ben sette volte quelli registrati nel giorno dell’ “I’m coming home” (ma come, scusa, quella stessa home lasciata per raggiungere Wade, Bosh e compagnia cantante ai tempi che furono?). L’aumento di vendite pari al 600% delle divise smerciate durante la stagione precedente ha coinvolto trasversalmente l’intero territorio a stelle e strisce, da Los Angeles a Nuova York, da San Francisco a Cleveland (da “Cleveland this is for you” a “Cleveland tees for you”?). E per vederlo giocare almeno una volta nella vita questo neo-king of LA? Nessun problema, con circa 233 $ qualunque tifoso del mondo avrebbe potuto accaparrarsi il proprio seggiolino a un paio di chilometri di distanza da Jack Nicholson in pre-season. Oh, la pre-season, ragazzi, un po’ l’equivalente di Lucento-Juventus il 19 Agosto con CR7 a farsi la prima sgambata dell’anno. Come dice, scusi? Ah, nel 2017 costava solo 74 $? Vabbé, ma l’inflazione, l’euro, le fluttuazioni dei mercati….lasci fare, lasci fare. Ma poi, cosa saranno 233 $ paragonati ai 934 che il babbione californiano medio ha speso per assistere dal secondo anello al tip-off contro i Rockets alla prima del Re? E prima ancora l’esordio pre-stagionale contro i Nuggets che ha portato di fronte ai teleschermi quasi un milione e duecentomila cristiani (terzo miglior record dal 2009 ad oggi, toh, segnatevi pure questo nel vostro manualetto dei guinness del nativo di Akron), per l’ingorda gioia di ESPN. Ma LA è molto più di Jeanie Buss e dintorni. E, dunque, quali scenari, quali vantaggi per the City of Compton e zona urbana losangelena? Beh, parlando di Compton in senso stretto, profitti ben pochi, tutt’al più qualche giovane abitante in più assunto in uno dei tanti fast-food che gravitano attorno al LakeShow e allo Staples Center. Per LA nel suo complesso, invece, si parla di un profitto economico globale da circa 400.000.000 di dollari, con un incremento in termini di gettito fiscale pari a 29 milioni e una crescita d’impiego stimata da FormSwift intorno ai 3.000 nuovi posti di lavoro (analisi prospettiche che derivano dall’esperienza a posteriori di Cleveland e Miami, dove la presenza di James avrebbe portato, stando agli economisti di Harvard, a una crescita del 13% d’impiego nell’area compresa entro un chilometro e mezzo dalla Quicken Loans Arena e dall’American Airlines Arena, con un incremento d’impiego pari al 23.5% nel settore della ristorazione.

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Appunto, i fast-food di cui si parlava pocanzi). E come dimenticarsi di Knight & Bowerman, che, a forza di fregarsi le mani, si saranno ridotti a non poter più afferrare nemmeno un’arancia? Già, perché, vedete, The City of Angels rappresenterà sicuramente una grande piazza per il mercato internazionale nella gran parte dei settori concepiti e concepibili dall’umano genere, eppure quando si parla di California i signorotti calzaturieri del pianeta si mettono le mani nei capelli, si lanciano a terra, prendono la rincorsa verso la finestra più vicina. Ebbene sì, la patria dello Show Time ha rappresentato fino a ieri una delle piazze più difficili per lo smercio di scarpe da basket, vuoi per questioni climatiche, vuoi perché le tendenze, le passerelle, gli hippies e gli artisti. Nemmanco Kobe Bryant, con l’Adidas prima e con la Nike poi (appunto, Knight & Bowerman), è riuscito a invertire questo trend che tante gastriti ha provocato tra i manager di Foot Locker. Poi però è arrivato in città il leader assoluto di vendite 2017, con la sua linea personalizzata pronta ad annoverare un nuovo modello, le LeBron 15, giusto in tempo per la firma del contrattone. E giusto in tempo per salire sulle spalle di Colin Kaepernick con il suo “Believe something even if it means sacrificing everything” (e qui cala il sipario sulle mie riflessioni in proposito, altrimenti questo articolo finisce in revisione non prima di un altro mese e il caporedattore mi fa ritrovare in un borsone marca Ferrino in un qualche lungofiume del centro Italia). Poi ci sono tutti gli endorsing del signor Chosen One (Nike, Beats Electronics, Coca-Cola Company e un’altra decina di multinazionali tali da fruttare un patrimonio da 52mln/anno), che, all’indomani del 1° Luglio 2018, hanno raccolto baracca e burattini per spostare il proprio focus da quel postaccio dell’Ohio a quella magnifica miniera d’oro di Hollywood. E non ci si dimentichi, da ultimo, dei vari soci e affiliati del nativo di Akron, da Maverick Carter a Rich Paul, holding LRMR inclusa (ah, ecco, nel caso ve lo chiedeste, l’introito complessivo annuo di mr. James gravita attorno ai 756 milioni di dollari. Where I come from, ovvero non Akron, Ohio, bensì Mirafiori, Torino, quella cifra non è solo inavvicinabile, ma ancor più impossibile da concepire. Il massimo a cui riesco ad arrivare in termini di immaginazione è raffigurarmi mentalmente una sorta di Casa Scaccabarozzi riempita da cima a fondo da pile di banconote).

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Ora, per carità, è vero che lasciando i Cavs LeBron ha rinunciato ad un massimale da 205 milioni (ma è altrettanto vero che ha messo la firma su un quadriennale da 400 milioni per concedere l’esclusiva sulle proprie prestazioni ai Los Angeles Lakers), ma d’altro canto ipotizzare che una multinazionale umana come LBJ abbia scelto i Lakers guardando “non all’amore, né al cielo”, bensì da un’ottica che ha ben poco a che fare con l’epica sportiva, il romanticismo e la letteratura, beh, è un’idea tutt’altro che peregrina. Descrivere LeBron James sempre e comunque come il ragazzino uscito dai fatiscenti sobborghi dell’Ohio, come il capitano circondato da una ciurma invisibile su di un vascello sperduto in mezzo alla tempesta, come il figliol prodigo tornato a casa solo per donare alla propria gente il primo titolo della storia, come la leggenda vivente approdata ai Lakers solo per pagare tributo a una delle due franchigie più nobili della Lega, conquistando in gialloviola un eventuale epico titolo, è un po’ troppo semplicistico e, diciamocelo, anche molto comodo. A tutto ciò va affiancato il pragmatico uomo d’affari che ha saputo farsi largo a Wall Street e stringere legami a doppio filo con Warren Buffett, il factotum tecnico-tattico-gestionale con continue velleità da franchise player-coach-GM in qualsiasi contesto cestistico sia approdato (e con condotte, scelte e risultati non sempre impeccabili anche prima del controverso Febbraio 2019 e del fallimentare affaire-Davis), lo scaltro self-made man che mai, sul campo come dietro la scrivania, ha lasciato che a dominarne le azioni fossero puri e semplici moti sentimentali. More than an athlete, insomma. E quindi la risonanza mediatica, i riflettori di una piazza di portata mondiale, il jet-set hollywoodiano, il mercato cinese, Wish, Disney, Space Jam 2, ESPN, Blaze Pizza, Uninterrupted, SpringHill Entertainment (quest’ultime società di digital media e produzione cinematografica di cui James risulta co-proprietario; sicché, ecco, andare a vivere vicino a Hollywood…), l’intensificazione dell’appetibilità della LRMR in ottica internazionale. “Beh, sai che c’è, quasi, quasi mollo sto Mostro sul lago di Cleveland e me ne vado ai Lakers”. Legittimo, logico, comprensibile, nulla di male.
Ma no, non per la maglia.

(Saranno più i Lakers a fare il bene di LeBron? O più LeBron a fare il bene dei Lakers? Ai posteri l’ardua sentenza. Io intanto profetizzo, non come Nostradamus, ma più alla signor Gianni dell’angolo video-poker del baretto vicino casa. Si faranno male entrambi, almeno per un altro anno, poi si vedrà).

E anche oggi riuscii a non parlar di basket.

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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