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LeBron James: la storia del Prescelto

We are all witnesses è uno dei tanti slogan, forse il più importante che la Nike abbia dato ad un giocatore nell’era recente, e a chi potrebbe mai riferirsi se non al giocatore più completo di tutti i tempi!? LeBron James, Noi siamo tutti testimoni.

L’INIZIO

Partiamo dal preambolo quando nel 2003 LeBron James venne scelto alla numero uno in un draft ricco di talenti ma che neanche lontanamente possano avvicinarsi al Prescelto, selezionato da Cleveland la sua città natale fu immediatamente immerso in un contesto tutto fuorché vincente e ideale per un diciottenne, la squadra l’anno prima vinse 17 partite in totale (anche con l’obiettivo del tanking per poter appunto sperare di pescare la numero uno nella lottery successiva come poi avvenne). Nella sua prima stagione tra i professionisti era già di gran lunga il miglior giocatore nel roster e incrementò del doppio le wins arrivando a 35 ma mancando l’appuntamento con i playoffs che a Cleveland mancavano dal 1998, lui vinse il Rookie Of The Year e quello fu solo il preludio di ciò che poi accadde nel tempo a venire. L’anno successivo ancora una volta i Cavs sembrano essere maledetti e non riescono a centrare il traguardo di entrare tra le prime otto della Eastern Conference con un record di 42-40 lo stesso che ebbero gli allora New Jersey Nets arrivati di un soffio davanti a Cleveland nella classifica finale.

Da adesso in poi comincia la vera avventura di LeBron nella NBA, che da questo punto in poi non mancherà mai più l’appuntamento di giocare quando conta veramente dopo la stagione regolare; dopo due anni di gavetta decide che non può più permettersi di fallire nella regular season, anche se ha solo vent’anni la pressione iniziava già a farsi sentire, con l’arrivo in panchina di Mike Brown i Cavaliers conducono una stagione da 52 vittorie che gli garantisce il terzo piazzamento in classifica e i finalmente tanto attesi playoffs, i primi di James che li chiuse con oltre 30 punti di media ed una eliminazione al secondo turno ai danni dei Pistons, vice campioni in carica.

Nell’anno successivo i Cavs finiscono con lo stesso record della stagione precedente, gara 5 delle finali di Conference contro Detroit rimane una delle più grandi imprese sportive di sempre per un singolo giocatore, perché è vero che il basket è uno sport di squadra ma quella fu una serata da one man show, dopo quella serie vinta arrivano a giocarsi per la prima volta nella loro storia una finale NBA con un roster che oltre a James era composto prevalentemente da ”mezzi giocatori”, sicuramente non adatti a certi tipi di palcoscenici, vengono sweeppati dagli Spurs, ma non si può certo definire un fallimento quest’annata per Cleveland, anzi tutt’altro; LBJ finisce i PO con 25 8 8 di media, non male considerando che le squadre avversarie lo raddoppiavano e triplicavano come game plan. Memorabile in quell’anno fu la prestazione monster appunto nel pivot game della finale di Conference con la serie in parità sconfisse da solo i Pistons segnando circa gli ultimi 25 punti della squadra e trascinandola alla vittoria dopo un doppio overtime al cardiopalma segnando ovviamente anche il canestro decisivo.

Dopo il raggiungimento delle finali NBA anche se perse, LBJ riuscì a portare i Cavs ai PO anche nelle successive tre stagioni quando vennero eliminati due vole al secondo turno ed una in semifinale, le voci di LeBron ottimo giocatore ma non vincente divennero sempre più insistenti, la franchigia in sette anni non è mai riuscito ad affiancargli un altro All Star (escluso uno Shaq ormai vicino alla pensione e un Mo Williams che fece una presenza nel 2009 ma lontano da definirsi un secondo violino), da lì nacque una delle decisioni più discusse nella storia delle lega, la famosa decision di andare a Miami insieme a Bosh e Wade.

I Cavs la stagione dopo il suo addio finirono con 19 vittorie.

 THE DECISION

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I tifosi Cavs non presero affatto bene la decisione di LeBron, lo videro come un tradimento personale più ch una scelta sportiva. Ora analizziamo brevemente come stavano andando gli altri due All Star che lo affiancheranno in questa sua avventura.

Toronto con Bosh non raggiungeva i playoffs da due anni consecutivi, un ottimo giocatore da 20 punti e 10 rimbalzi di media ma che non si può certo definire una superstar assoluta se nel pieno della sua maturità appunto ha mancato per due occasioni di giocare quando conta, e quando gli anni prima ci arrivò non fece mai una figura indimenticabile con i suoi Raptors uscendo sempre al primo turno, Wade e gli Heat cavalcavano anch’essi una striscia di due eliminazioni consecutive al first round e l’anno prima una stagione da ben 15 vittorie in totale, con Flash che in quell’anno giocò una cinquantina di partite, ma insomma le sue ginocchia purtroppo iniziavano già a scricchiolare; questo solamente per fare capire anche a coloro che parlano senza documentarsi che non esiste nessun tipo di parallelismo con la scelta che qualche anno dopo farà KD, e chi dice il contrario, beh potrebbe anche guardare qualche altro sport…

MIAMI, JAMES NON PIU’ 23 MA COL 6

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Con l’arrivo di LeBron James i Big Three raggiunsero quattro volte in altrettanti anni le finali vincendone due, la prima molto deludente contro Dallas, sicuramente il punto più basso della sua carriera; l’anno dopo con tutta la pressione del mondo sulle spalle che forse solo Atlante ha mai provato, in una gara 6 sotto 3-2 contro i Celtics James sfornò la sua seconda prestazione di onnipotenza pura con i famosi 45-15-5 e il 73% dal campo in poco più di tre quarti di gioco, e in finale finalmente poté scrollarsi di dosso tutto quel peso accumulato ed aumentato esponenzialmente ogni anno da quando mise piede nella lega, sconfiggendo i Thunder dati favoriti da tutti i principale bookmakers di allora. Il suo terzo anno a Miami risulta ancora trionfante battendo gli Spurs in 7 gare col famoso tiro di Ray Allen (che senza la bomba di LeBron pochi secondi prima mandata a segno non sarebbe mai potuto accadere) e il suo jumper decisivo sul più due a trenta secondi dalla fine per sigillare la partita e il suo secondo titolo NBA e di MVP delle Finals. Nel suo ultimo anno in Florida il Re e i suoi Heat vengono sconfitti in finale nella rivincita contro Popovich e i suoi ”ragazzi”.

Inutile dire che dopo la partenza del numero 6 Miami l’anno successivo non raggiunse neanche i playoffs..

RITORNO A CASA E DEL 23

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I’m coming home è la canzone più rappresentativa dell’estate 2014 quando avvenne il tanto atteso ritorno di LeBron James nella sua Cleveland, la quale da quando partì LBJ fece quattro stagioni rispettivamente da 19,21,24 e 33 vittorie, insomma la migliore delle corazzate per intenderci ma con un giovane Irving in più, insieme a lui arrivò anche Kevin Love, un simil Bosh per intenderci (molto meno duttile, peggior difensore ma con una mano più morbida ), tanti punti nelle mani e ottimo rimbalzista ma che non ha mai condotto la sua squadra a qualcosa di importante, beh che problema c’è, la tachiLeBron funzionerà anche con lui..

I nuovi ”Big Three” domineranno la Eastern Conference per i successivi tre anni arrivando sempre puntualmente in finale, uscendone sconfitti contro Golden State nel 2015 quando nella prima partita contro i ragazzi indemoniati di Steve Kerr James si vide privato di Kyrie sul più bello mentre Love era già ai box prima di iniziarla; dal cilindro il Re fece uscire, non si sa in che modo, una serie a sei partite e vedendosi entrare in quintetto due giocatori del calibro di Dellavedova e Mozgov, entrambi scomparsi nel limbo della lega negli anni successivi, come in quelli precedenti d’altronde, riuscendo a fargli segnare in una partita oltre 20 punti ad entrambi perché era l’unico modo per poter cercare di competere, ovviamente questo sarà di gran lunga il loro maggior traguardo che raggiungeranno in carriera, sconfitto 4-2 James finì la serie con quasi 36 punti, oltre 13 rimbalzi e 8,8 assistenze a partita, dire da solo sull’isola è parecchio riduttivo.

Il 2016 fu finalmente il momento della definitiva consacrazione per il nativo di Akron, condusse i Cavs al titolo in una rivincita all’ultimo sangue contro i Warriors, sotto 1-3 ribaltarono la situazione (prima volta nella storia in una finale) fino alla vittoria nell’ultimo minuto di gara 7 con il famoso tiro di Irving in faccia al MVP in carica Curry e la celebre chasedown di LeBron su Iguodala, due momenti epici che rimarranno nella storia del gioco; da non dimenticare la gara 6 in cui a cavallo tra terzo e ultimo quarto con la partita in bilico the King segnò circa 20 punti di fila per indirizzare la partita. Irving fece un’ottima serie e la finì con 27 4 4 e 2 rubate con il 47% dal campo mentre James chiuse con quasi 30 punti 11 rimbalzi 9 assist 2,6 rubate e oltre 2 stoppate di media il il 50% al tiro (!!) mentre il ”terzo violino” Love finì con ben 8,5 punti e 6 rimbalzi in cinque partite e mezzo, ciò sta a dimostrare il fatto che quando il livello si alza il buon Kevin scende di rendimento. Infine ma non per importanza ricordiamo che in gara 7 il Re finì in tripla doppia e nelle finali condusse la sua squadra solamente in tutte le voci statistiche..

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Nel 2017 con l’arrivo tanto discusso di Kevin Durant nella squadra con il miglior record di sempre e che lo eliminò per 4-3 nella finale di Conference quando conduceva la serie per 3-2 (…) invece che prendersi la rivincita decise di seguire il motto che spesso sentiamo in televisione di una famosa pubblicità ovvero il ”ti piace vincere facile” , i ragazzi della baia sconfiggono in 5 partite i Cavs, oltre al titolo KD si porta a casa anche il trofeo di MVP mentre James deve accontentarsi di finire la serie con una tripla doppia di media.

Finita la stagione l’addio inaspettato di Irving fa un po’ saltare il banco a Cleveland che si vede rimaneggiata e indebolita in una versione simile di quella del 2007, con James che probabilmente fino alla gara 1 (compresa) della serie finale giocò i suoi migliori play off di sempre finendoli con 34 punti 9 e 9 ad allacciata di scarpa e due buzzer beater, dovendo affrontare anche due gare 7; la prima partita di finale passa di diritto alla storia quando segna 51 punti e il 60% dal campo e per un tiro libero sbagliato da Hill e la conseguente fesseria del millennio targata JR non riuscì ancora una volta a sorprendere il mondo sbancando la Oracle Arena, e come undici anni prima venne poi sconfitto in quattro partite.

A CASA DI KOBE

Los Angeles Lakers at Cleveland Cavaliers

Altra free agency per il 23 che in questo caso ha scelto di approdare ad ovest dopo aver dominato l’est per otto anni consecutivi, i Lakers sono la destinazione e la sfida che ha deciso di affrontare, squadra che non vede i playoffs dal lontano 2013  e l’anno scorso concluse con 35 vittorie, vedremo se questo digiuno sarà destinato ad interrompersi, al momento dell’infortunio di James i gialloviola erano saldamente ai playoffs, ed ora senza il loro leader affrontando partite contro squadre quasi tutte con record perdente sono scesi all’ottavo posto dimostrando, se ce ne fosse ancora bisogno, che la presenza di LeBron James sposta le carte in tavola più di qualsiasi altra circostanza; per chi ama il gioco del basket, haters o meno è indubbiamente sperato un ritorno presto sul parquet del 23, che come il buon vino di cui è tanto appassionato, più invecchia e più migliora..

E’ superfluo invece dire che i Cavs con gli stessi interpreti dell’anno precedente da trionfatori dell’est siano adesso la squadra con il peggior record dell’intera lega.

Ricapitolando in breve, la prima versione di Cleveland senza LeBron James non faceva i playoffs, dopo due anni di ambientamento del Prescelto fu una costante presenza e prontamente quando se ne andò non li videro mai neanche col binocolo, quasi la stessa cosa accadde a Miami e adesso si sta ripetendo per la terza volta; inoltre James è sempre approdato in squadre con un record perdente, esclusi gli Heat che però venivano da un eliminazione al primo turno per 4-1 e con un Wade che ormai, non per colpa sua, non era più nel suo prime; vedremo se a Los Angeles riuscirà nella sua ennesima impresa.

Che tutte le squadre dopo la sua partenza puntassero al tanking potrebbe anche essere un ipotesi, se pur molto remota, infatti non si è mai visto che delle franchigie così competitive attuassero questa tattica del ”perdere e perderemo” per avere scelte alte al draft (basti vedere Chicago nell’anno senza Jordan fece una stagione comunque da 55 vittorie, o i Bucks che senza Jabbar ebbero lo stesso record dell’anno precedente…).

Inutile stare qui a parlare dei trofei personali che ha vinto!

PARENTESI CITAZIONI

Flavio tranquillo:

«Se il criterio del premio di MVP dovesse venire assegnato al miglior giocatore della lega LeBron James lo vincerebbe tutti gli anni».

Federico Buffa disse:

«Signori siamo, siete, sono tutti testimoni».

Diceva Agatha Christie:

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova».

We are all witnesses, to be continued…

Alessandro Carpi

Alessandro Carpi

19 luglio 1994, appassionato visceralmente al mondo NBA da quando ne ho 16, non solo al basket giocato che ovviamente non ha eguali al mondo, ma anche a tutto ciò che ci gira intorno. Mio papà amava i Lakers del duo kobe-shaq, ho fatto i miei primi fantabasket con lui, mio fratello e mio cugino, ai tempi non esistevano le app ma facevamo tutto con penna a taccuino, le mie prime partite guardate per intero sono state le finals 2010 con mio padre non potendo mai aprire bocca, ai tempi non esisteva my Sky che potevi fermare le partite quando volevi. Sono cresciuto da allora sempre mantenendo vive le mie due più grandi fedi, Federico Buffa e "the king" LeBron James.

 

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