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Le città NBA classificate per…”baskettabilità”!

Quando qualche anno fa mi fu chiesto di scrivere un racconto per un libro di basket, legato ad un portale italiano, che trasmettesse la passione verso questo Gioco da parte di chi scriveva, provai a mettere su carta un sogno.

Il sogno, non a caso, aveva come location il Minnesota, e come protagonista il college basketball.

Non solo, ma l’ambientazione – proprio a livello natura/meteo – era effettivamente quella di un sogno fatto e rifatto più volte anni prima. Fuori freddo e neve, molta neve. Dentro il calore delle serate che solo la pallacanestro scolastica americana sa regalare.

Partendo da questo spunto, oggi, vado a classificare in modo del tutto soggettivo, quelli che sono gli ambienti, o meglio le 28 città americane dove giocano le 30 franchigie NBA, che a mio avviso meglio si sposano con il “concetto” che ho io di basket legato appunto a storicità cestistica delle città stesse, ma anche loro posizione geografica e condizioni climatiche che ne tracciano indissolubilmente i lineamenti andando a definirne la…”baskettabilità”.

Zona retrocessione

Se fossimo in ambito sportivo europeo, quello delle leghe e federazioni (non solo di pallacanestro) che consentono promozioni e retrocessioni, queste città nel mio immaginario sarebbero già scese in un’ipotetica Serie B.

Vero che non stiamo parlando di hockey, dove il “contrasto” tra ciò che succede, e soprattutto c’è (ghiaccio) all’interno delle arene cozza clamorosamente con l’ambiente esterno, le temperature, e un’evidente forzatura nel piazzare una bandierina sulla mappa dove proprio non se ne sentiva il bisogno, ma anche nello sport inventato dal Prof. Naismith ci avviciniamo ad incoerenze simili.

Tra l’altro in questa “fascia bassa” della mia graduatoria rientrano anche città che a livello NBA e non solo hanno saputo – eccome! – produrre squadre di successo. Dove magari è anche piacevole farsi la classica partitella al playground, emulando gli idoli di casa, ma a me ad esempio la vista dell’oceano Pacifico, le spiagge e la loro popolazione ispirano altro, non voglia di pallacanestro.

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ORLANDO: ok, Topolino più a nord avrebbe preso il raffreddore in 2 minuti, quindi giusto piazzarlo qui, ma una franchigia NBA? Tra l’altro ancora a “zero tituli” (oddio l’ho citato…) o meglio anelli. Occhio che se tiri la palla un po’ troppo in là se la mangia un alligatore…

MIAMI: un gradino appena sopra Orlando, ma solo perché…dai vuoi mettere South Beach con le paludi? E poi qui s’è vinto davvero, ma tutto ciò non toglie valore al piazzamento in classifica, davvero in basso.

DALLAS: fate i bravi, vi scongiuro. Il Texas è il regno del football, come in altri stati. Dominano i college così come una delle principali franchigie della NFL, i Cowboys. E’ dovuto arrivare uno dalla lontana (e fredda, tié) Germania per regalare a sta gente un banner. Devo aggiungere altro?

LOS ANGELES: qui s’è voluto esagerare, ma d’altronde Hollywood ce l’hanno loro, e non sarebbe stata la stessa cosa altrove. Addirittura 2 squadre, una un attimino più “in voga” nella storia della Lega rispetto all’altra, che però per i non-tifosi Lakers è un po’ come per l’italiano che tifa Juventus, Milan o Inter pur con un debole magari per la “seconda squadra del cuore”, quella del suo paese di provenienza. Detto in apertura: Beach Boys, Motley Crue, attori e attrici, Sunset Boulevard, tutto si incastra alla perfezione in questo spicchio di mondo, ma il basket no davvero.

HOUSTON: se le Atene texane (Dallas e San Antonio) piangono…figuriamoci la città dei Rockets. Una delle più brutte dell’intero territorio americano, quella dove – ad esempio – nel 2000 i cittadini della periferica Sugar Land firmarono una petizione per far “rimuovere” il locale playground perché a loro avviso serviva solo a radunare i peggio teppisti della zona. Andate sulla Luna, che vi riesce meglio!

SAN ANTONIO: questo è un caso più unico che raro, come si usa dire in queste situazioni. San Antonio, che era Messico fino all’altro giorno, e probabilmente qualcuno non si è ancora accorto che non è più così, è una delle città NBA che meno ha a che fare col basket. Eppure come per L.A. soprattutto negli ultimi 20 anni, di attenzione pur in un piccolissimo mercato (argomento caro prima a Stern e ora a Silver) qui s’è giocato ad altissimo livello e soprattutto gli Spurs sono stati capaci sotto Coach Pop di mettersi 5 anelli alle dita. Non hanno dovuto aspettare il teutonico dei Mavs, ma…un caraibico, un francese e un argentino…e no, non è una barzelletta.

PHOENIX: pensionati benestanti, molto repubblicani, che giocano a golf e cercano di tenere in salute le ossa grazie all’assenza di umidità e al caldo (decisamente caldo) secco della zona. Visti più golfisti da queste parti che uno straccio di centro per provare a giocarsela con quelli che guardano il Pacifico mentre fanno colazione. Evidentemente non una città di basket.

MEMPHIS: béh è normale che – in parallelo agli amici di NOLA – Memphis sia accostata, come prima cosa che viene in mente pensando alla città, alla musica e al rock’n’roll in particolare. Un altro esperimento non per forza riuscito da parte di chi comanda all’Olympic Tower. C’è del college basket da queste parti, assolutamente, come c’è l’adorato football. Non potevamo fermarci lì?

NEW ORLEANS: jazz, e infatti questo era il nickname che sti benedetti americani hanno poi lasciato “appiccicato” alla franchigia che si trasferirà in mezzo ai mormoni. Carnevale anche. Quartiere francese? Ce l’abbiamo. Un po’ di misticismo e…voodoo, tante razze (ma che termine è? Ma siamo cani? Sorvoliamo…) che si incontrano per far nascere la “musica del Diavolo”, quella che tutto ha generato e senza la quale non ci sarebbero stati i grandi chitarristi jazz/blues, gli Stones, e manco Vasco Rossi, e mo’ ve l’ho detto! Pallacanestro a queste latitudini? Si può fare, come altrove, ma il gradimento resta basso, e quando da bambino immaginavo l’America, qui di palloni rimbalzanti e lanciati verso un cerchio appeso a 3.05 metri non ne vedevo.

La mappa della densità dei playgrounds negli States

Accettabili

Un motivo per non giacere in fondo alla classifica queste città lo hanno. O forse me lo sto inventando io. Sta di fatto che nel “limbo” delle 28 città NBA queste ci rientrano ampiamente.

ATLANTA: anche qui terra di football, un po’ come tutto il sud degli States. Però: città preferita dai giocatori se ce n’è una (Miami e Los Angeles a parte) soprattutto dagli afro-americani, college di livello anche nel basket, e una franchigia ormai storica, pur se ancora “ringless”. Ci sta quindi nella fascia intermedia, niente retrocessione in attesa di tempi migliori.

MILWAUKEE: partiamo finalmente con la prima città “fredda”, ma non certo per i tifosi che quest’anno in particolare hanno gremito il Fiserv Forum e visto i Bucks arrivare ad un passo dalle Finals. Antetokounmpo in fatto di pallacanestro scalderà più cuori di Fonzie nell’indimenticato telefilm che ha riempito le nostre serate durante l’infanzia/adolescenza, dove guarda caso il mio personaggio preferito era quello interpretato da Ron Howard (Ricky Cunningham) aspirante giornalista e giocatore a livello scolastico, con tanto di tiro libero a due mani dal basso: cosa c’è di più americano di questo?

WASHINGTON: la capitale degli USA è anche una buona fucina di talenti, di università nel circondario tra le Power House del paese, e posto dove di playgrounds ce ne sono a bizzeffe (vedi mappa poco sopra). Si parla sempre, e giustamente, di New York, ma anche qui non si scherza. Siamo un po’ a sud per i miei gusti, ma anche ad un gradino dalle città di prima fascia.

CLEVELAND: ”The mistake on the lake”, un posto davvero brutto, dove solo LBJ poteva riuscire a mettere sulla mappa delle squadre campioni una franchigia derelitta come i Cavs. L’amore sconfinato della popolazione è (era?) per i Browns della NFL, ma ormai da qualche anno qui le ere si contano in base alla nascita del fuoriclasse da Akron, prima e dopo. Detto ciò hanno più campi da gioco all’aperto loro che la stragrande maggioranza delle città dov’è collocata una franchigia NBA, perciò…

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TORONTO: fino ai nostri giorni quello del Canada era l’esperimento più fallimentare mai tentato dalla NBA. Vancouver è sparita in un amen, Toronto ha resistito, e mentre scrivo è 1-1 contro i pluri-campioni degli Warriors con i quali si gioca l’anello 2019. Diciamo che l’ambiente mi ispira più che i reali collegamenti tra città e pallacanestro. Ma se questo fosse solo un inizio?

DENVER: altra storica città del football (Broncos) e dell’idolo John Elway. Montagne tutte intorno e sport invernali a go-go. Ci sta bene la squadra di hockey ma altrettanto quella di basket. Un unicum se pensiamo all’altitudine (non per niente parliamo della Mile High City) già dai tempi pionieristici della ABA: giocare qui è dura quanto respirare senza affanno.

OKLAHOMA CITY: vabbé non ci provo nemmeno, è che nella zona retrocessione ce n’erano già troppe e avevo preventivamente deciso di dividere le 27 città (+ una) in tre gruppi da 9…trovate voi un motivo valido perché OKC possa rientrare in questo raggruppamento e fatemelo sapere!

SALT LAKE CITY: mai passata per la città di… niente, non solo di basket, perché qui tutto gira intorno alla comunità mormona, al suo credo religioso, alle abitudini che a molti (anche a me) fanno ancora esclamare dallo stupore pur in un contesto come quello americano dove non dovremmo – appunto – più stupirci di nulla. E invece… Stockton To Malone, coach Sloan, le due Finals perse contro i Bulls di MJ. I più forti probabilmente senza argenteria, il motivo insieme alle splendide montagne dello stato, ai paesaggi mozzafiato nei quali collocare un campetto sembra quasi una bestemmia, è anche la ragione, più che sufficiente, per il piazzamento che gli ho voluto assegnare.

SACRAMENTO: esatto, Sacramento sì e L.A. no! Oh d’altra parte la classifica la faccio io, quindi… In realtà, cari miscredenti, Sacto si piazza al 7° posto in tutta la nazione per numero di playgrounds ogni 10000 abitanti, l’unica città NBA oltre a Cleveland tra le prime 15…New York chi?!?

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“Baskettabilità” al top

Qualche altra ragione va indicata per capire al meglio i parametri utilizzati per stilare questa che è – ribadisco – una classifica del tutto soggettiva ed…immaginaria. Come detto in apertura, proprio la mia immaginazione, soprattutto adolescenziale, si è sviluppata mentre calcavo i playgrounds di periferia e a volte quelli più “centrali” (Parco Sempione) di Milano. Forse il rivedere qualcosa della mia città natale in quelle americane ha aiutato a creare il link che spiega il perchè di questa graduatoria. Milano non assomiglia certo a Los Angeles o Miami, forse un pochino a New York? Forse…

BOSTON: e chi se non la città dei 17 volte campioni NBA? Qui si gioca davvero, sull’asfalto che non sarà quello newyorkese, ma che ne ricorda profumi e, perché no, gesta leggendarie. L’ambiente c’è, le location pure. Dice che è storicamente una “città bianca” (sarà, eppure quasi tutte le rivoluzioni culturali e sociali nella storia americana sono partite – anche – da qui) ma un po’ tutti gli atleti si danno da fare quando scatta un pick-up game degno della nobiltà della città dei Celtics.

MINNEAPOLIS: sede del mio sogno. Si spala la neve il venerdì sera perché si possa giocare, così come negli altri stati del centro-nord e del midwest più freddo, una qualsiasi gara di high school. Non serve aggiungere altro.

PHILADELPHIA: gradino altissimo sul mio ipotetico podio, considerando che questo elenco è più che casuale, all’interno di ognuno dei 3 maxi-gruppi, dato il legame della Città dell’Amore Fraterno con il Gioco. Qualcuno per mettersi in luce saliva fino ad Harlem, fino al Rucker, semplicemente perché era un atto dovuto, ma Wilt, Black Jesus e Pistol Pete nascono ed evoluiscono qui, e sono solo tre nomi tra le tante leggende dei blacktops della Pennsylvania.

CHARLOTTE: citare la Tobacco Road in fatto di college basketball dovrebbe essere sufficiente nel motivare questa posizione in graduatoria, ma anche l’NBA ha e continua a fare di tutto per mantenerci una franchigia. Al timone c’hanno messo addirittura il giocatore più forte di sempre, un garante del Gioco anche per la pallacanestro professionistica. Restando agli atenei Duke e UNC la fanno da padrona, contrapposte dagli sfottò dei rispettivi studenti e dalla provenienza dei giocatori reclutati, soprattutto quando senza borsa di studio a Durham era difficile anche solo metterci piede, figuriamoci iscriversi. Jordan, Dean Smith, Coach K, Jim Valvano, un caraibico che qui ha iniziato a scrivere la propria storia e quella del basket mondiale, e ho citato solo i primissimi che mi sono venuti in mente senza sforzo alcuno.

DETROIT: Motown o Eminem, i Pistons di Isiah prima e quelli di Chauncey poi, la città un inferno, l’asfalto comunque rovente al contrario dell’aria gelida proveniente dal Canada. Guanti con le dita tagliate e cappuccio in testa, come fece anche Ron Artest. A poche centinaia di metri una rapina o perché no un omicidio (purtroppo), nel mentre si gioca, eccome se si gioca. Una delle capitali dello streetball, podio assicurato.

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CHICAGO: l’altra metropoli, quella che non si considera – e non è – la capitale del mondo, quella che non rappresenta il sogno di tutti (sempre riferito a quelli del Natale con 25 gradi), ma forse per questo una delle grandi città americane che più ne incarna il sogno: quanti giocatori da Chicago potete contare nella storia NBA? Infiniti. Uno si è appena ritirato, dopo tre anelli a South Beach, l’ultimo dei grandi che sui campetti della città dell’Illinois ha trovato il riscatto verso notorietà e ricchezza. Ma tutto, per lui e per gli altri, è partito dalle sponde ghiacciate del Lago Michigan.

INDIANAPOLIS: pochi dubbi sull’ultima pretendente al podio, qui si sfiora il top della classifica, se non fosse per la menzione d’onore che segue a queste ultime righe. Tutt’intorno è aperta campagna, se sull’asfalto il richiamo è alle grandi città della costa est e del centro del paese, qui l’immaginazione corre immediata ad un canestro appeso nel nulla dei campi di grano. Difficile palleggiare, si può solo tirare…tirare…tirare… Larry Legend viene da qui, da questa dignitosa povertà, dalla polvere fuori dal granaio ogni volta che qualcuno non prende un rimbalzo e la palla rotola a terra. Dando per scontato che nessuno si sia perso “Colpo vincente” – com’è stato tradotto in italiano il film “Hoosiers” diretto da David Anspaugh – il quadro perfetto di quello che vuol dire pallacanestro da queste parti. Come recita l’altrettanto famoso motto:”In 49 stati è solo basket…ma questo è l’Indiana”.

OAKLAND/SAN FRANCISCO: con il trasferimento dei Warriors dall’altra parte della Baia, giusto considerare le due “città gemelle” in un’unica nota. Da Oakland in particolare di giocatori ne sono usciti, e Dame Lillard è solo l’ultimo dei rappresentanti di una città dura – anche qui è impensabile non inserire un riferimento ai Raiders della NFL, autentica squadra cult della zona e del resto del mondo – che si contrappone con l’altra faccia della medaglia ovvero ‘Cisco. Di là è tutto un movimento liberale, fonte di nuove idee alla quale il mondo intero corre ad abbeverarsi, ma è sui campetti di Oakland che sono nate le leggende di Bill Russell, Gary Payton e Jason Kidd.

PORTLAND: l’Oregon si affaccerà anche sullo stesso oceano di Los Angeles, Sacramento (che in realtà come Portland è più all’interno) e Oakland, ma è un mondo diverso. Siamo a nord tra le foreste, in un altro suggestivo angolo di natura che la sconfinata America sa regalare. Il legame tra città e Blazers, in termini di nord-ovest, è probabilmente secondo solo a quello ancora sanguinante tra Seattle e i Supersonics. Basterebbe questo per l’inserimento nel gruppo di testa di questa classifica, ma in realtà le ragioni sono anche altre: Laurelhurst Park, Mount Tabor Park e soprattutto Irving Park sono posti dove trovare sempre dei 5vs5 di alto livello, rain or shine. I Blazers tra l’altro sono attivissimi nel ristrutturare i playgrounds più datati e gestirne la manutenzione, oltre ad inaugurarne di nuovi, il che non guasta affatto.

Un gradino sopra a tutti

NEW YORK CITY: bella la storia dell’Indiana eh? Commovente per quel che mi riguarda. Idem Chicago e Detroit, ma già Phila…siamo alle imitazioni. Se c’è una città che vive e respira basket questa è NYC. Qui nascono le leggende dell’asfalto, tanto che la NBA e i media nazionali (TV in primis) sono dovuti scendere a patti con il Rucker e la sua variopinta popolazione. Se “puoi portare un uomo fuori dal ghetto, ma non il contrario” lo stesso dicasi per The Game in rapporto alla passione dei newyorkesi. “Anche la Statua della Libertà chiede la palla in post-basso” (F. Buffa) quante volte l’abbiamo sentito dire? Non c’è nessun altro posto al mondo – mettiamocelo in testa nel caso che ancora ci ostinassimo ad asserire il contrario – come la Grande Mela in fatto di pallacanestro. The City Game, appunto, come il titolo del formidabile libro di Pete Axthelm, ovvero la trasposizione su carta più azzeccata di cosa significhi questo Gioco per gli abitanti della città. Scritto tra l’altro nel momento di maggior visibilio per i tifosi newyorkesi, che oggi hanno ben due franchigie NBA in città, visti i titoli dei Knicks ad inizio anni ‘70. Da lì deve essere scattata una maledizione che avvolge il Madison Square Garden…occhio che al prossimo anello non arrivino prima quelli dell’autore di “Hello Brooklyn”!!!

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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