WARRIORS VS. CHARLOTTE HORNETS

L’aurea caduta di Golden State

I Warriors sono ultimi, nessun trucco, nessun inganno.

4-18, da Strenght in numbers a Death in numbers. Come l’uroboro ellenico, come l’assoluto hegeliano, la fine di Golden State così come l’abbiamo conosciuta si è sviluppata in seno all’origine della stessa epopea Warriors. Il tendine d’Achille squarciato dell’eternamente controverso Kevin Durant, il crociato anteriore lacerato di un euripideo Klay Thompson, dunque gli addii di Livingston e Iguodala. Le ultime speranze della DubNation si sgretolano il 30 Ottobre 2019 sul parquet di San Francisco assieme al metacarpo di Steph Curry sotto il peso del colosso fallace Aaron Baynes. È la caduta degli idoli, il giorno del giudizio, la fine, secondo alcuni, di un’era. A meno di un mese dalla resa incondizionata della Baia ai venti funesti del Fato gli allori del 2018 paiono ormai distanti anni luce, disfatti come sabbia sotto l’inesorabile incedere del tempo. È già tempo di andare avanti, forse. Di certo la stagione 2019-20 dei Warriors si è già conclusa nel tripudio di legioni di stolti. “Hanno distrutto il basket”, “Ci hanno privato dello sport più appassionante mai concepito dall’umanità”, “Hanno dovuto reclutare il miglior giocatore dei propri rivali sul Pacifico per potersi confermare”. I cori sono ormai già scritti, pronti per essere ripetuti bovinamente da qui agli anni a venire nella macabra danza di milioni di sciacalli attorno al corpo del titano. Sciacalli che, dal basso del proprio trespolo inerte, da anni si riempiono la bocca di retorica bavosa sperticandosi magari allo stesso tempo in ipocrite lodi per quegli Heat, per quei Celtics, per quei Lakers, così come per quel Real, per quella Inter o per quel Milan.

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E quindi si ritorna all’insegnamento, alla scuola californiana, alla peripatetica di Ron Adams, alla maieutica kerriana. Dieci nuovi giocatori, per lo più giovani outsiders, carneadi fino a ieri scagliati verso un domani ancora ignoto. Pick basse, sophomore reietti, semi-veterani incompiuti: questi sono i ragazzi che ogni giorno Steve Kerr allena in campo, istruisce in palestra. Si torna a parlare di difesa in pick&roll durante gli shootaround pre-partita, a educare alla vittoria dopo una sconfitta, a dirozzare talento greggio, a ripensare strategie e tattiche che possano adattarsi alla nuova, inattesa, imprevedibile fisionomia dei Warriors. Nessun KD, nessun Thompson, nessun D-Lo, nessun Curry, per qualche settimana nemmeno un Draymond Green a cui appellarsi. Ora Golden State è Eric Paschall, Ky Bowman, Omari Spellman, Alec Burks, Jordan Poole, Willie Cauley-Stein. Nessuna manfrina, nessun vittimismo, nessuna boutade mediatica, nessuna nevrosi dirigenziale. Si torna da dove si è partiti, dal basket, dalla pianificazione, dallo sviluppo della materia prima al momento disponibile.
In una sola notte, il 30 Ottobre 2019, i Warriors sono definitivamente passati dall’essere una delle franchigie più esperte della lega a una delle più giovani.

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L’11 Novembre, a poche ore dalla nona sconfitta della stagione, coach Kerr era in campo coi suoi a spiegare passo, passo i concetti base della propria difesa. Soltanto quattro mesi prima allenava una delle squadre più devatanti della storia sotto i riflettori argentati delle Finals.
Eppure, dalla melma oscura in cui sono precipitate le attuali sorti dei Warriors comincia a intravvedersi un barlume di speranza. Bowman, undrafted rookie prelevato in emergenza dalla succursale di Santa Cruz, ha dimostrato di potersi costruire un futuro da specialista difensivo dopo lo strenuo accoppiamento in back-to-back su Lillard e Harden, la quarantunesima scelta Paschall, dopo i 34 segnati sul conto dei Blazers, viaggia a più di 17 punti e quasi 5.5 rimbalzi di media, confermandosi tra i rookie più interessanti della stagione, Spellman sta confermando i segreti talenti accennati in NCAA e Burks veste meravigliosamente i panni dello scorer di provincia.
Le difficoltà per il coaching staff dei Dubs erano però iniziate già in estate, ben prima degli infortuni dei tre All-Star Green. “La vera sfida è stata capire come avremmo potuto giocare. Da un lato non volevamo allontanarci troppo da un sistema vincente negli ultimi cinque anni, dall’altro stiamo cercando di inserire tutti questi giovani in un sistema piuttosto complicato” avrebbe detto Kerr sul calare del training camp estivo. Poi l’infortuni alla mano di Curry e la definitiva, conclamata, necessità di una metamorfosi. “Con gli assistenti abbiamo capito che non potevamo continuare con i vecchi concetti tattici perché troppo complessi. Così abbiamo semplificato il nostro attacco cercando di ripetere tre o quattro schemi continuativamente. L’obiettivo è mettere a proprio agio questi ragazzi, insegnare loro come giocare difensivamente in NBA e capire che cosa sono realmente in grado di fare”.

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Dunque il supporto dei veterani, costantemente a bordo campo, spesso presenti anche in palestra, a cercare di consigliare e supportare le proprio incerte controfigure. Riflettendo sulla propria stagione da rookie dieci anni addietro, Curry ha dichiarato: “La cosa migliore che possa capitare a un rookie è poter entrare nel vivo, avere le proprie occasioni, giocare ogni sera. È il modo migliore per imparare, per crescere. L’aspetto più difficile è rimanere positivi quando tutto va per il peggio. Ma sono queste le esperienze che realmente ti formano”.
Proprio Curry potrebbe rientrare in Aprile e con lui anche Klay. A precederli Green, Looney e Russell. Un plotone di veterani pronto ad affiancare le nuove leve, un vascello sconquassato pronto a dispiegare le proprie vele verso un futuro ancora tutt’altro che definito. I Warriors stanno ricominciando a imparare e, attenderli oltre la tempesta, s’intravvede un futuro che si chiama lottery.

“Abbiamo avuto costì tanta fortuna qui, soprattutto io – ha detto di recente Kerr – Nessuno dovrebbe poter allenare una squadra da titolo ogni singolo anno della propria carriera. Non è così che funziona. Dunque questa è una nuova sfida e la sto apprezzando, anche se a volte è frustrante. Ma non voglio che questo intacchi ciò che più è importante per i nostri giovani”.

Un nuovo solo potrebbe presto sorgere sulla Baia.

Così è, se vi pare.

WARRIORS VS. LOS ANGELES CLIPPERS

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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