New York Knicks v Indiana Pacers

Spree – da Re del Madison al ritiro (puntata 2)

Abbiamo lasciato Sprewell con le spalle praticamente incollate al muro, costretto a barcamenarsi fra aule di tribunale per via di arbitrati NBA e corse in macchina sull’asfalto, scaricato da chiunque abbia un modo qualsiasi per esprimere al mondo il proprio sdegno. È abbandonato da tutti, salvo che dalle sue indiscutibili doti con la palla in mano. Per queste, nella stagione successiva al quasi strangolamento, non appena le nubi del Lockout che tiene in stallo ormai da un po’ la lega accennano a dissolversi, bussano (è il caso di dire letteralmente) alla porta di casa Sprewell i Knicks. Per la verità stanno giocando d’anticipo su un paio di vecchie volpi che da decenni si aggirano per gli ambienti della lega sotto differenti vesti: si legga Pat Riley per gli Heat e Larry Bird per i Pacers. Questi hanno evidentemente fiutato l’opportunità squisitamente tecnica che si cela dietro alla questione etica che infiamma l’America sportiva. Il caso vuole che siano pure rivali dei Knicks da alcuni anni al vertice della Eastern Conference. Il GM Grunfeld ha però avuto un’illuminazione divina. Si è immaginato Houston e Sprewell con la stessa casacca blu-arancio, chini sulle gambe in atteggiamento di minaccia, a lavorare ai fianchi e con una certa insistenza le difese avversarie. Come Jordan e Pippen, si illude Ernie.

Another Earth

Tutti i media americani tuonano sicuri: “Ma no, non sono compatibili quei due. Presto Spree si chiederà come mai i giochi siano tutti per l’altro e rovinerà tutto.” Ormai su ogni passo del nativo di Milwaukee si proietta immediatamente un’ombra negativa. Come Rhoda Williams, la protagonista della fortunata pellicola di Mike Cahill Another Earth, sembra condannato a una vita di espiazione, in cui ogni conquista viene sistematicamente svalutata se messa sul piatto della bilancia insieme alla colpa iniziale. Come lei, ha commesso un errore, grosso, difficile quanto vogliamo da perdonare, ma è una persona di cuore e prova a dimostrarlo. Se non è degno di un’Altra Terra, il suo gioco è sicuramente di un altro livello. Anche se pubblicamente non si è mai pentito del tutto di ciò che ha combinato a Oakland, nella Grande Mela fin dal primo giorno si mostra umile, sempre rispettoso nei confronti del coach e notevolmente disponibile coi media. Porta persino degli occhialini da intellettuale, lui che in realtà ci vede benissimo. Ruffiano! Insieme con l’uomo chiamato The Camby Man (viva la fantasia!), rappresenta l’innesto ideale per passare finalmente a uno stile di gioco decisamente più veloce. Chiaramente New York non ingrana. Il nuovo acquisto non entusiasma. Sembra come sedato. Dopo un leggero infortunio iniziale, finisce in panchina (anche se gioca molti minuti) e Grunfeld ad aprile viene licenziato. “Come volevasi dimostrare” dicono in tanti, quasi tutti, sogghignando. Il carro dei detrattori ricorda adesso quelli del Carnevale di Rio, con riproduzioni giganti di animali maestosi, uomini e donne agghindati con piume di pavone e fantasie di colori che accendono gli spiriti. Ma con Sprewell non c’è mai nulla di scontato.

La folle corsa dei Knicks

Nel momento peggiore della storia, quando il suo nome sembra evocare quasi soltanto l’episodio disdicevole con coach Carlesimo, ecco la svolta che non ti aspetti. Spree diventa il faro che indica la via alla squadra che si rende protagonista di una delle più folli e improbabili corse – o forse è meglio dire rincorse – della storia recente del gioco. I Knicks vincono 6 delle ultime 8 in una regular season azzoppata ma combattutissima, salvando così almeno la faccia di fronte al proprio esigente pubblico. Dal basso del seed numero 8 nei playoff, una dopo l’altra e con lo sfavore del campo, mettono in riga tutte le rivali a est conquistando, primi ed unici nella storia, una finale NBA quanto mai imprevista. È Vero che è del suo gemello Houston il sigillo col quale vengono spediti in vacanza i quotatissimi Miami Heat nell’ultimo possesso dell’ultima gara (la quinta) del primo turno. Il famoso tiro che dopo aver baciato primo ferro e tabellone entra dolcemente nella retina è parte integrante e inamovibile della collezione dei Greatest Moments della NBA. Così come non è pensabile togliere a Larry Johnson quello che è di Larry Johnson. Il fenomenale gioco da 4 punti e la successiva esultanza con la Big-L con cui di fatto archivia la terza sfida, madre di tutti i pivotal game, della battaglia di finale di conference con i Pacers rappresenta un po’ la gioconda della sua carriera di giocatore. E lo sarebbe anche di tante altre carriere. Tuttavia, seppure in mezzo a certe spingardate di virilità, è Sprewell a impostare il tono, lungo tutto il viaggio. Fino alla fine. Oltre la fine. Big L

Mai visto uno così

foto_in_evidenza Uno come l’8 in maglia Knicks non si era mai visto. Non parlo di caratteristiche esclusivamente tecniche o atletiche. Era la naturale disposizione a trascinare i compagni, anche in un posto come New York, che lo rendeva un perfetto capo-branco. Non era una questione di parole giuste dette in spogliatoio nei momenti giusti. Spree ha sempre parlato poco e in maniera piuttosto pacata. Solo il fatto di trovarsi all’interno del palazzo, la sua semplice presenza sul parquet, la brezza che lasciava dietro di sé correndo il campo costituivano un’inestinguibile fonte di ispirazione per tutti. Trasmetteva elettricità e sentimento di appartenenza a tutta la città. Basti pensare che Spike Lee durante la sua permanenza ai Knicks non ha indossato che la canotta col suo nome a bordo campo. C’era qualcosa in Sprewell, durante tutta la sua carriera, che sembrava provenire da un’altra epoca e non era la barbetta lasciata incolta sulle guance. Aveva un’anima antica, dava l’idea di averne passate molte. La sua faccia in partita era quella di chi ha visto le Piaghe (d’Egitto – ndr) o la divisione delle acque del Mar Rosso, scrisse una volta il giornalista del New Yorker Thomas Beller. A cavallo dei due millenni stava guidando i Knicks fuori dal deserto. Non per niente nella cavalcata del 1999 fu l’ultimo ad arrendersi alle twin towers degli Spurs in un’epica gara 5 da 35 punti, nella quale non smise di attaccare il ferro finché non fu fatto accomodare nella sala delle interviste. Era come se in brevissimo tempo fosse riuscito a riabilitare la sua immagine, almeno a New York dove il suo personaggio divenne oggetto di autentica devozione.

New York, casa sua

Negli anni che vanno dal secondo al terzo ritiro di MJ, Sprewell gioca in una squadra, i Knicks, costruita per essere una contender e in un contesto – nell’ottica tipicamente USA siamo al centro del mondo – competitivo fino all’esagerazione. Lui in tutto questo è a suo agio. Vive in una città dove di tipi tosti o strani o come lui ce ne sono tanti. Per la prima volta in vita sua forse si sente a casa. Le sue giocate sono riff di avant-jazz, con ritmi altissimi, poca logica e molta improvvisazione ma sono anche dotate di tremenda efficacia. Allan Houston rappresenta un po’ la cartina tornasole dell’effettiva impronta lasciata da Sprewell in blu-arancio. Molle e tremendamente appagato prima, macchina feroce e incontentabile da canestri ora che divide il perimetro con l’uomo di Milwaukee. E ne parla apertamente. Dice dei benefici che trae dalla presenza dell’altro. I due vanno a formare una strana ma temibilissima coppia che spaventa l’emisfero cestistico boreale. I Knicks nell’estate che segue alla conquista della finale ripagano Spree con un contratto da 61.9 milioni di dollari in 5 anni. Il suo passato non è più così importante. A New York ha conquistato tutti e continua a farlo a suon di canestri. Nei playoff del 2000 dipinge pallacanestro. Al primo turno contro i rampanti Raptors, incrocia le armi con il nuovo fenomeno del momento, Vince Carter, il re delle schiacciate, il nuovo Michael. Sprewell gli si appiccica addosso come una sanguisuga e semplicemente lo annulla. In gara 1 l’ex-Tar Heels chiude con 3-20 al tiro. Discorso simile in gara 3. Nelle semifinali di conference contro gli acerrimi rivali di Miami è ancora una volta il migliore dei suoi in gara 5 e 7, quelle fondamentali. La favola di quei Knicks si arresta però al cospetto dei solidissimi Indiana Pacers di Miller, Rose e degli altri soliti noti, ad un passo dalla seconda finale consecutiva. Anche l’avvincente storia di Spree subisce una pesante involuzione e finiscono per riaffiorare alcuni demoni dal passato. Si presenta al training camp del 2002 con una mano rotta. Le circostanze dell’accaduto sono poco chiare ma ci sono di mezzo un pugno dato e forse qualcuno che aveva mancato di rispetto a lui e soprattutto al suo yacht. Morale della storia: 250.000 dollari di multa e 6 settimane di stop. Ben tornate vecchie e care abitudini! I Knicks tuttavia ne sono pienamente consapevoli. Sanno che Spree è uomo di difficile gestione ma sanno ancora meglio di non poterne fare a meno. Ma una storia non può dirsi tale se non ha anche una ben identificabile fine.

Gli anni a Minnie

fine_carriera E la fine del rapporto fra Sprewell e i Knicks arriva puntuale nel 2003 quando la guardia viene spedita a Minneapolis a giocare per i T’Wolves. Due anni di carriera in cui fa in tempo a lasciare il segno. Come sempre. Lo fa principalmente con due lampi. In una visita pre-natalizia, torna al Garden da ex. Visto che deve portare il borsone, ci mette dentro anche un bel po’ di rancore. Il pubblico di casa – va detto – è ancora palesemente innamorato di lui. Non lo ammetterà mai ma probabilmente quella è l’unica partita, di tutte quelle a cui ha assistito, in cui Spike Lee ha tifato contro ai suoi amati Knicks. Spree ne mette 31, che se andiamo bene a controllare sono il massimo che chiunque sia mai stato in grado di segnare da ex al Madison Square Garden. Visto poi che la trama del film è perfettamente riuscita, si permette di andare a dirne due al proprietario James Dolan, colpevole nel suo immaginario di averlo cacciato da casa sua. E le cose che gli escono dalla bocca non si conviene che siano ripetute in questa sede. Il pubblico ovviamente approva. Quella stagione vede Minnesota chiudere al primo posto ad ovest e, con il contributo determinante di Sprewell, raggiungere anche il non trascurabile obiettivo del primo passaggio di un turno playoff della storia della franchigia. minnie big three L’uomo con le treccine in coppia con l’unico che nella lega può gareggiare con lui quanto a energia, KG, e di fianco a un altro tipino dotato di un certo ego, Sam Cassell, non per caso soprannominato I Am, finisce per mettere paura ai Lakers dei big four. Il fatto che anche a questo giro l’avventura in post season non sia coronata dalla conquista dell’anello è del tutto secondario ai fini della nostra narrazione. Nella stagione successiva, l’ultima di Spree, Minnesota arriva nona ad ovest, posizione che ovviamente non dà diritto ad accedere ai playoff. Latrell dal canto suo crede invece di aver ancora diritto ad un contratto da stella e rifiuta il triennale da 21 milioni di dollari offertogli dai T’Wolves. La motivazione secondo la quale non può accettare, ovvero – parole sue – perché ha una famiglia da sfamare, resta fra le peggiori mai uscite dalla bocca di uno sportivo professionista. Autogol alla Sandro Salvadore nel ’70, che infilando il pallone nella propria rete alle spalle dell’incolpevole Zoff si giocò la partecipazione ai mondiali in Messico. Non aveva sogni iridati nel cassetto Sprewell ma un’onesta aspettativa di qualche annetto ulteriore di carriera. Con quell’incauta dichiarazione si è caricato invece un bersaglio evidentissimo sulla schiena ed ha fatto segno a tutti di accomodarsi e provare a tirare. I media non si sono fatti sfuggire una simile occasione, la sua reputazione nella lega è di nuovo sprofondata (anche se Mavs e Spurs un tentativo in extremis l’hanno fatto) e la vicenda del suo silenzioso e improvviso ritiro ha assunto i contorni di una poesia di Leopardi. Forse L’Infinito. Come infinita era l’energia che metteva in campo. Le notizie su di lui dal 2005 ad oggi sono tutte negative, quasi surreali, dal peschereccio assoldato al posto di un convenzionale rimorchio per tirare via il Milwaukee’s Best, l’amato yacht che si era arenato, ai pignoramenti, per finire con l’arresto per schiamazzi notturni nella sua Milwaukee. Ma Spree non è questo, non è soltanto questo. Spree è anche il giocatore che fece dire a coach Gordon, uno dei più importanti della sua carriera:

«È diventato un giocatore NBA perché ha sempre lavorato bene e se gli chiedevo di esercitare i tiri liberi anziché le schiacciate non esitava un attimo.»

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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