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L’arte raffinata del comunicare

Non è stato necessario conoscerti di persona per poter misurare la grandezza e decidere la  stima di cui meriti investitura. A volte basta semplicemente leggere ed assorbire dalle parole la tua essenza e da esse capire, stupirsi, realizzare. E nel mentre che mi abbevero alla fonte della conoscenza mi ritrovo a vivere nella  mente, come fossi nel mondo reale, nonostante siano passati sedici anni, i momenti in cui riesco a distinguere il tuo passo che si fa sempre più insicuro e il tuo incedere sempre più incerto, attimi in cui la forza tende inesorabilmente a dare precedenza all’atrofia e al dolore che pian piano prende il sopravvento facendola da padrone. Non sei più in grado di sillabare le parole in modo deciso e preciso, con quel fare sicuro che ha caratterizzato l’intera tua esistenza professionale.

La voce è tremula, il suo suono è fioco e nonostante la memoria giochi brutti tiri, impedendoti di ricordare quello che hai fatto anche solo pochi minuti prima, la tua forza d’animo e il tuo vissuto sono più forti di qualsiasi anno che si accumula nella vita che pian piano ti sfugge di  mano. E il ricordo dei tempi andati, di quello che eri e quello che non puoi più essere, sono una tortura meravigliosa che ti riporta laddove ogni giorno vorresti risvegliarti per poter dire:

“Ma allora era tutto un incubo, io sono ancora qui…”

Ma così non è e con fatica, con dolore, con rabbia per come il tuo corpo sia stato ridotto dal trascorrere del tempo, ti alzi per prendere un bicchiere d’acqua o per andare semplicemente ad espletare un bisogno fisiologico e proprio nella tua casa, laddove ti senti sicuro e dove pensi che nulla possa accadere, ti ritrovi a vivere quegli attimi che ti separano dall’impatto con la severità del pavimento come fossero ore, giorni, anni. Momenti fugaci nei quali pensi al tuo imminente sessantaquattresimo anniversario accanto alla tua ragione di vita, a come la vita stessa  ti abbia cambiato le carte in tavola imponendoti di seppellire i tuoi  figli e la loro incommensurabile fragilità, a come la tua voce, che tanta fama e successo  ha fruttato nel passato, non riesca ora ad emettere alcun suono che possa permettere a qualcuno di venire in tuo soccorso. E l’impatto arriva forte, violento, traumatizzante e l’ultima cosa che ricordi è il gelo del pavimento su cui sei coricato e il caldo del sangue che esce copioso dal tuo cranio.

È proprio in quell’istante che, come fosse un pentolone a pressione al quale togli improvvisamente il coperchio, esplode via e si dissolve nell’aria tutta la tua capacità creativa, quell’ingegno che nel corso di anni trascorsi davanti a un microfono ha spronato, incentivato, ispirato  ogni singolo tuo collega; e come un gas il tuo acume si dissolve nell’aria e in essa si mescola permettendo a chiunque di respirarne la sensibilità e la genialità insita in ogni neologismo che sei stato in grado di creare. Eppure sino a due mesi prima eri in pista, acciaccato ma presente a festeggiare e a rendere omaggio a chi, campione per la terza volta consecutiva ti ha dato un lavoro per ben 40 anni. Ma ora sei li, sdraiato e impotente e l’unica cosa che rimane sono gli impulsi del tuo cervello che ti proiettano davanti agli occhi l’intera tua esistenza come fossero flash accecanti che esplodono il loro bagliore in quei pochissimi attimi di lucidità. La periferia di Chicago e il freddo novembre nel quale vedesti la luce uscendo dal grembo di tua madre mentre ad un oceano di distanza molti ragazzi facevano il percorso inverso, chiudendo gli occhi alla luce della vita strappata via da ideali dei quali non erano neppure a conoscenza; la passione per quella palla in cuoio alla Amateur Athletic Union alla Bradley University e quell’episodio che, seppur cruento e spiacevole ti ha reso per sempre riconoscibile ed immortale: da Francis Dayle a semplicemente “Chick” in onore di quel pollo morto trovato in una scatola confezionata accuratamente dai compagni di squadra, burloni e pionieri del bullismo, dai quali tu aspettavi di ricevere nient’altro che un paio di scarpe nuove da sfoggiare all’allenamento successivo; quei quarantasette dollari alla settimana per ripagarti della tua professionalità innata nel comunicare agli altri, fosse anche solo per leggere le previsioni del meteo, per poi crescere e farti notare laddove la tua passione era più forte e accesa come un fuoco che ti bruciava dentro da ragazzino: il basket e il racconto delle gesta dei Los Angeles Lakers.

La tua intera esistenza ha viaggiato in parallelo con l’arte raffinata del comunicare, venisti al mondo per suffragare l’importanza della parola pronunciata dall’uomo per diffondere il verbo sportivo: da quel di in cui l’uomo iniziò a camminare su due gambe e le madri, facendo scendere dalle loro terga i figli, hanno necessitato della parola e non più del contatto fisico per farsi capire, fino all’esasperazione della  divulgazione condivisa consumata oggidì per mezzo dell’evoluzione tecnologica, ci si è resi conto di come chi, come te, sia in grado di far vivere emozioni e traslocare nella mente di chi ascolta le gesta narrate a kilomentri di distanza, meriti lode e onore. Qui si parla di basket e in quest’ambito ti sei sempre classificato ad un livello d’eccellenza, riconosciuta da una statua di bronzo o da  un gonfalone a te dedicato che sventola tutt’oggi assieme alle maglie ritirate dei campioni che hanno indossato la gloriosa casacca gialloviola. Un cammino lungo ben 3.338 partite  consecutive a commentare i Lakers per rispetto di una promessa fatta a te stesso nel giorno in cui il maltempo ti impedì di sedere al tuo posto di fronte al tuo inseparabile microfono.

Oklahoma City Thunder v Los Angeles Lakers, Game 2

Un viaggio dal 21 novembre 1965 a raccontare la sconfitta contro i Sixers di quel Wilt Chamberlain che presto avresti ritrovato in maglia Lakers fino alla vittoria contro i Warriors il 20 Dicembre 2001 con Kobe e Shaq a dominare la Lega: un percorso fatto di inebrianti vittorie e di cocenti delusioni. Il tuo dono nell’arte della cronaca permetteva ai radioascoltatori di trasformarsi in telespettatori, la tua inventiva ha permesso ai tuoi successori di depredare il vocabolario che genialmente hai creato per il gioco e il tuo stile particolare era inconfondibile, ma ora sei li inerme, sulla “linea della carità” del tuo campo da gioco chiamato vita e la tua personalissima partita contro il buio è ormai “in ghiaccio”, ma finché ci sarà basket da raccontare il ricordo della tua voce smorzerà il silenzio in memoria del tuo essere. Sei stato il più grande tifoso dei Lakers senza per questo sacrificare l’oggettività e la capacità, come solo un cronista serio e capace sa fare, di non cedere alla faziosità del fanatismo e la tua esistenza non sfiorirà mai nella mente di chi ama il gioco ed ha avuto l’onore di vivere la tua era a prescindere dalla fede sportiva. Sedici anni, ma sembra ieri: in dolce memoria di uno splendido “Chick” Hearn.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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