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L’abito non fa il monaco

Quante volte vi è capitato di dare un parere affrettato, dettato da un’analisi superficiale del contesto o della persona con i quali vi siete confrontati? “Ma chi, lui? Ma quando mai ci  riesce!”.  Eppure la storia ci racconta di quante cantonate l’uomo abbia preso nel giudicare dalle apparenze, nell’affrettarsi ad etichettare una persona in base al suo aspetto. Già il favolista Fedro, a cavallo fra l’avanti Cristo e il Dopo Cristo, ci aveva messo in guardia con la favola “Lanius et Simius” (Il Macellaio e la Scimmia), diffidandoci dal non misurare il mondo che ci circonda dall’esteriorità. E anche il medio evo, durante i lunghi pellegrinaggi dei credenti, ci ha insegnato ad approfondire la conoscenza di ciò ci circonda: provate a chiederlo a quelle persone di buon cuore che, spinte da carità cristiana, sono state truffate accogliendo in casa dei farabutti vestiti in abiti talari. L’abito non fa il monaco e le sembianze fisiche non catalogano una persona in una o in un’altra categoria. Tutto questo perché? Per raccontarvi un episodio che mi ha fatto riflettere e che mi ha rimandato, strano eh, direttamente sui parquet della NBA. Piena estate, caldo torrido ed io ero in fila presso un ufficio postale quando, la confusione e il nervosismo, dettati da un’attesa estenuante, hanno portato l’utenza ad una protesta che sembrava poter sfociare in rivoluzione. Se non fosse stato per lui, uscito da un ufficio nel retro, come richiamato distrattamente dal volume delle lamentele aumentato a dismisura. “Ma chi, lui? Ma quando mai ci  riesce!”. E invece calmo, indifferente, quasi svogliato, alto non più di un metro e 50, sguardo spento dalle ore passate davanti ad un pc e una presenza scenica pari a quella di un ago perso nel più classico dei pagliai, richiamando con tono deciso e voce greve l’attenzione dei presenti, è stato in grado di smaltire allo sportello una fila sempre più ansiosa e pressante riportando il sereno nel clima nuvoloso venutosi a creare.

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Chi se lo sarebbe aspettato?

Voi mi immaginerete intento a protestare nel caldo afoso dell’ufficio in cerca di giustizia e celerità ma niente di tutto ciò.
Seduto in un angolo, estraneo alle proteste e ai tumulti, la mia mente ha ribaltato l’immagine di quel piccolo uomo capace di tenere a bada una folla feroce in colui che, con il fisico di un impiegato postale, è stato in grado di mettere in fila dietro di se, personaggi tra i più rilevanti del mondo NBA.

Questa storia ha tre ingredienti primari: umiltà, talento e forza mentale.
Se nasci in una cittadina nello stato di Washington con una composizione etnica a netta prevalenza bianca, hai quasi la certezza, quando vieni messo in cantiere dai tuoi genitori, di non nascere con le labbra carnose, il naso camerrino, i capelli lanosi e la pelle spessa pigmentata di marrone scuro. Durante l’infanzia John si divertiva a trascorrere le ore libere in mezzo al bancone della taverna del padre, sempre pronto a dar da bere agli irlandesi e agli italiani che erano soliti frequentarla, ma quando arrivava la chiamata dei fratelli, John “lo scassinatore”, doveva intrufolarsi tra le maglie delle reti di recinzione delle palestre di Spokane per entrare, forzare la serratura e permettere agli altri, perché lui veniva lasciato in disparte, di divertirsi con la palla spicchi. Offeso? Contrariato? Reticente? Tutt’altro! Felice come non mai per aver contribuito alla gioia dei fratelli, si accontentava di essere spettatore non pagante e osservare gli permetteva di apprendere meglio di quanto avrebbe fatto dall’interno di quel campo da gioco. Avete mai sentito parlare di neuroni specchio? Senza entrare nello specifico sono quei neuroni che si attivano quando un soggetto osserva ripetutamente un’azione compiuta da un altro individuo fino ad ottenere, nel proprio bagaglio motorio, le competenze necessarie per riprodurla. Ecco, mi piace pensare che questa teoria sia la causa delle capacità di John che, seduto nell’angolo più buio della palestra da lui stesso aperta, ammirando i fratelli giocare, sia riuscito ad immagazzinare i dati necessario al suo sistema sensoriale per farlo evolvere in un giocatore di basket. E che il futuro gli avrebbe regalato soddisfazioni non era così scontato, con quel fisico minuto e l’altezza limitata: “Ma chi, lui? Ma quando mai ci  riesce!”. Se proprio volete aggiungere un ingrediente a questa storia aggiungete, senza paura di abusarne, la fedeltà. John infatti è sempre stato fedele alla sua città natale tanto frequentando la Gonzaga Prep High School quanto diventando un Bulldogs della Gonzaga University che, all’epoca dei fatti, non erano necessariamente in grado di raggiungere le Final Four come accaduto nel 2017 e proprio nell’ateneo di Spokane, durante l’anno da senior, le sue qualità hanno iniziato ad attirare parecchie attenzioni.  

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Le sue prestazioni gli permisero di guadagnarsi il diritto di partecipare alle selezioni per la squadra olimpica del Team USA ma Bobby Knight, pur apprezzandone il gioco, decise che il “piccolo” John non poteva passare indenne dall’ultimo taglio. Delusione si, ma anche consapevolezza di poter competere ai piani più alti fino a decidere di rendersi eleggibile al Draft del 1984 nel quale, tra lo scetticismo che i Newyorkesi non sarebbero stati in grado di celare al pari dei Mormoni, fu selezionato dagli Utah Jazz. Numero 16? Si numero 16! Ma chi c’era in quel Draft da far si che John, che aveva sfiorato la convocazione alle olimpiadi, venisse scelto così in là? Hakeem Olajuwon, Sam Bowie, Michael Jeffrey Jordan, Sam Perkins, Charles Barkley e via via fino alla 16 passando per Alvin Robertson e Kevin Willis. Certo che se si potesse scegliere a posteriori qualcosa cambierebbe. Ma torniamo allo scetticismo dei Mormoni:“Ma chi, lui? Ma quando mai ci  riesce!”. Umiltà, talento e forza mentale. Questo bastò a John per sovvertire lo scetticismo in rispetto, fuori e dentro al campo e l’unica trinità riconosciuta dai Mormoni composta da John, Karl e Coach Jerry diede loro qualcosa di più che una semplice apparizione nella lega più bella del mondo. Diciotto anni di simbiosi in grado di produrre il titolo di miglior assist man ogni epoca, di miglior recuperatore di palloni All Time, cinque finali di Conference, due Finals NBA e una medaglia d’oro alle  Olimpiadi, alle OLIMPIADI, quelle del 1992, durante le quali il Dream Team USA fece qualcosa di irripetibile. A proposito di Barcellona 1992: qualcuno ha avvisato i magazzinieri del motivo per cui è sparito il pallone della finale contro Drazen e compagni? Beh cari magazzinieri, se state leggendo questo racconto, potete pur smettere di cercare, quel pallone se lo è preso John e lo custodisce gelosamente come fosse il diamante più prezioso mai trovato al mondo. Manca qualcosa al palmares? In effetti si, manca dell’argenteria. Sfiorata, quasi raggiunta, annusata da molto vicino, ma tolta da sotto al naso da colui il quale, nel draft del 1984 venne scelto con 13 chiamate di anticipo.

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Eppure John la palla per decidere una gara di Finale l’avrebbe anche avuta: era il 14 Giugno del 1998 e i Jazz avanti di un punto e palla in mano al Delta Center avrebbero potuto allungare la serie alla decisiva Gara 7 ancora in casa. John sapeva dove andare nei momenti decisivi e non c’erano mani più sicure di quelle dell’amico Karl ma niente andò come desiderato: palla persa (o meglio, palla recuperata dall’Avversario) seguita da uno dei canestri più iconici della storia del gioco. John ebbe la possibilità di segnare il canestro decisivo, ma vincere nella NBA non era nel suo destino e quella partita, assieme alla serie e al titolo di campione andarono nella direzione opposta. La carriera è proseguita fino al 2003, sempre fedele a quei Jazz che con tanto sospetto lo avevano accolto e con tanta devozione lo hanno onorato durante il corso di tutta la sua carriera. “Ma chi lui? Ce l’ha fatta!!!”. Provate a chiedere se John Stockton sia o meno una persona umile:  chi lo conosce vi dirà che la sua umiltà è pari solo alle sue abilità tecniche. Provate a scavare nella vostra memoria per andare alla ricerca del talento di John:  non ne resterete delusi e se proprio non lo avete visto giocare perché troppo giovani, andate a cercare video e  racconti e ne rimarrete stupiti. Provate a chiedere se John fosse mentalmente duro:  i suoi avversari vi  sapranno spiegare alla perfezione la sua capacità di gestire la pressione sia per mezzo di capacità psichiche che grazie all’utilizzo di gomiti spigolosi e nocche consistenti eh si, perché John, nonostante quel fisico era duro per davvero.  

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Insomma, non pensate nemmeno per un attimo che ci sia qualcosa che possa limitarvi nel raggiungere i vostri obiettivi ma soprattutto non cadete nella tentazione di sottovalutare chi vi trovate di fronte perché l’esteriorità, seppur diventata il fulcro vitale di questa società, è la punta di un iceberg che racchiude nel sommerso la vera indole di un uomo. John non avrebbe dovuto primeggiare con quel fisico nella NBA e io non sarei dovuto uscire da quell’ufficio postale dopo solo un quarto d’ora dall’apparizione di quell’impiegato, ma la sapienza della mente non risiede negli abiti e questo, purtroppo, resta ancora oggi un concetto troppo sottovalutato.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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