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La forza della perseveranza: Bob Pettit

Vincere non è mai semplice. Puoi avere la squadra più forte, l’organizzazione di gioco migliore, ma basta poco per rovinare una stagione trionfale: un pallone che danza beffardamente sul ferro per poi cadere fuori, una palla persa, una grande giocata degli avversari, e tutto può cambiare.

È il teorema di Pippen: puoi dominare la regular season, vincere più di 70 partite, sentirti imbattibile (ed effettivamente esserlo per larghi tratti della stagione), ma se alla fine a festeggiare sono gli altri tutto quel che hai fatto prima non solo non significa niente, ma ha anche il sapore amaro della beffa.

Serve grande forza mentale e sicurezza nei propri mezzi per poter volgere tutte le situazioni a proprio favore e laurearsi campioni NBA.

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Se vincere è così difficile, confermarsi lo è ancora di più, ed è per questo che la parabola di Russell non è soltanto unica, ma probabilmente irripetibile. Eppure, anche Russell era umano, anche lui era fallibile, e in due stagioni (su 13!) il titolo non sarà prerogativa dei Celtics, ma dei St.Louis Hawks (’58) e dei Philadelphia 76ers (’67), guidati rispettivamente da Bob Pettit e da Wilt Chamberlain. Se della rivalità Russell – Chamberlain si è ampiamente parlato, molta meno attenzione è stata dedicata a quella fra Russell e Pettit. In effetti, prima dell’ingresso di The Big Dipper nella Lega il più fiero eversore di Russell è proprio Pettit.

Nato a Baton Rouge, Louisiana, nel dicembre del ’32, Pettit non è quello che si può definire un predestinato. Nessuno pensava che Bob avesse le stimmate del campione, e ai tempi dell’high school viene tagliato sia l’anno da freshman che quello da sophomore. Il ragazzo ha talento, è innegabile, ma è troppo gracile, troppo piccolo per poter competere con gli altri.

Ma Bob ha una cosa che lo differenzia dagli altri. Non si arrende mai.

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La sua determinazione granitica lo porta ad allenarsi a lungo, da solo o col padre, il giorno così come la notte, e a migliorare notevolmente fondamentali e conoscenza del gioco. Non solo. Madre Natura gli dà quel che gli aveva tolto, e nel giro di meno di un anno Bob cresce di quasi 15 centimetri. Quando, al terzo anno, si ripresenta alla selezione è un giocatore completamente differente nel corpo e nello spirito. Non solo entra a far parte della squadra, ma in breve ne diventa leader e trascinatore, conducendo nell’anno da senior (1950) Baton Rouge High School alla vittoria del primo titolo di Stato in oltre vent’anni. Ormai Pettit è un giocatore di basket a tutti gli effetti, ambito da alcuni fra i college più importanti d’America. Decide di rimanere a Baton Rouge e di andare a Louisiana State, dove si consacra come uno dei migliori prospetti del panorama cestistico nazionale. I suoi tre anni per LSU (all’epoca, agli studenti al primo anno non era concesso giocare con la prima squadra) sono costellati da record e affermazioni personali, ma i Tigers non vanno oltre le Final Four del ’53.

Pettit chiude la carriera NCAA senza allori, ma gli oltre 27 di media e la combattività innata di Bob hanno attirato l’attenzione dei general manager NBA. Proclamatosi eleggibile per il draft del ’54, viene draftato con la seconda scelta assoluta dai Milwaukee Hawks, con cui firma un favoloso contratto di 11000 dollari a stagione, il più alto mai firmato da un rookie all’epoca.

Non male, per uno che in banca aveva sì e no 100 dollari.

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Il suo nuovo allenatore Red Holzman, poi mentore di Phil Jackson in quel di NY, si domanda se Pettit (2,06 m per 95 kg) sia in grado di tenere i centri avversari, spesso più alti e grossi di lui. Per questo motivo ha l’intuizione che cambierà la carriera di Bob: spostarlo da centro ad ala grande. Se sino al college aveva giocato spalle a canestro, ora gli si chiede di giocare fronte a canestro, cosa che non aveva mai fatto. Molti appaiono dubbiosi sulla sua possibilità di adattarsi all’NBA, ben più fisica della NCAA, e al nuovo ruolo, ma la transizione si rivela meno difficile di quanto si pensasse. Bob stupisce per capacità realizzative e a rimbalzo (chiuderà la prima stagione con 20,4 punti e 13,8 rimbalzi, non male il ragazzo) e viene eletto rookie dell’anno nonostante il pessimo record di squadra. In breve però la situazione cambia: la squadra, dopo aver vagato a lungo nei primi dieci anni di vita (Buffalo, Moline, Milwaukee), si trasferisce a St. Louis, dove trova finalmente un ambiente favorevole e inizia a costruire attorno a Pettit.

Il suo secondo anno Bob guida l’NBA per punti e rimbalzi e viene insignito del titolo di MVP della stagione, appena istituito dalla Lega. Sarà MVP e miglior realizzatore anche nel ’59. Bob rappresenta per anni la migliore rappresentazione di power forward mai vista su un campo di basket. Secondo Tom Heinsohn, 8 volte campione NBA nei favolosi Celtics di Red Auerbach, nessun altra ala forte ha dominato il gioco come Pettit. Animato da un fortissimo spirito competitivo, grandissimo realizzatore e rimbalzista eccezionale, sapeva essere letale in ogni situazione. Bill Russell ne omaggerà rabbia e carica agonistica, affermando che grazie a lui il termine “second effort” è entrato nel vocabolario del gioco.

Bill Russell eh?

Il punto di svolta per Pettit e i suoi Hawks è proprio la notte del draft di Russell, il 30 aprile 1956.
I Celtics spediscono Ed Macauley (la loro stella) e Cliff Hagan a St. Louis per Russell. Sembra una mossa azzardata, e in effetti lo è perché Auerbach non aveva mai visto giocare Russell, ma si rivela corretta. Gli Hawks diventano una corazzata, ma i Celtics hanno sempre qualcosa in più, e saranno semplicemente imbattibili per gli anni a venire. Eppure, anche loro possono perdere. L’anno di grazia è il 1958. Nel ‘57 gli Hawks avevano raggiunto la prima finale della loro storia, ma si erano dovuti arrendere ai Celtics in gara-7, in una partita meravigliosa conclusasi al secondo overtime. La partita è importante per tutta una serie di motivi. È il primo titolo di Boston, l’inizio della dinastia più vincente della storia NBA, ma è anche la prima dimostrazione pratica della legge di Russell. Ricordate il video prima di gara-7 dello scorso anno, della resa dei conti fra Warriors e Cleveland e (sfida nella sida) fra Curry e LeBron? Russell si limita a dire

“The best two words in sports: game seven”.

Se per noi comuni mortali gara-7 è semplicemente l’occasione per vedere, una volta di più, alcuni fra i migliori giocatori del mondo dare tutto per portare a casa il titolo, Russell aveva un rapporto del tutto particolare con le partite da dentro o fuori. Russell uscirà vincitore da tutte e 10 le gare-7 giocate in carriera. Non ce la faceva. Non poteva perdere. Se si arrivava a gara-7, la vittoria andava sempre e comunque alla sua squadra. Eppure, il titolo del 1958 prenderà la rotta di St. Louis e non di Boston, sconfitta nella serie finale per 4-2. Pettit, complice anche un infortunio di Russell, è il mattatore assoluto della contesa, in grado di segnarne 50 (50!) nella decisiva gara-6.

Quello del ’58 sarà il suo unico titolo. Si ritirerà nel ’65, dopo undici anni di onoratissima carriera NBA. Se ne va così uno dei giocatori più dominanti della storia NBA, il primo MVP di sempre, capace di vincere 2 MVP di stagione e 4 MVP dell’All Star Game (record eguagliato dal solo Bryant). All Star in tutte le stagioni giocate, è stato il primo giocatore a raggiungere quota 20.000 punti e 10.000 rimbalzi in carriera, capace di chiudere ogni stagione sopra i 20 punti e i 12 rimbalzi di media. Nonostante gli immensi risultati raggiunti, Bob non si è mai dimenticato chi era, da dove proveniva e quanto aveva dovuto faticare per realizzare i suoi sogni. Quando gli chiedono quale sia la soddisfazione più grande della sua carriera, Pettit risponde di ricordare solo due partite, gara-6 del ’58 e il titolo di Stato con Baton Rouge High School. Più che l’anello con gli Hawks, il suo momento preferito rimane quella vittoria da ragazzino, quando per la prima volta aveva mostrato al mondo cosa si potesse fare con la determinazione e la voglia di non mollare mai. Bob lascia il basket e inizia a fare il banchiere. Altri tempi. Ancora oggi si chiede come mai, quando si parla delle migliori ali grandi di sempre, non si faccia quasi mai il suo nome. Io un posticino glielo troverei sempre.

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Stefano Goddi

Stefano Goddi

27 anni, ho sempre amato (quasi) tutti gli sport nonostante la più totale incapacità nel praticarli. Il mio avvicinamento al basket è piuttosto tardivo, e si concretizza soltanto nel 2006, quando, durante un pressoché inutile pomeriggio passato su SportItalia, vengo folgorato come neanche Paolo sulla via di Damasco dallo strapotere tecnico e fisico di LeBron. Da questo momento l’interesse cresce vertiginosamente, sapientemente alimentato da due istituzioni come Buffa e Tranquillo, sino ad arrivare alla necessità quasi fisica di scriverne. Rimpiango ancora di non aver chiesto all’Avvocato un parere sulla vita notturna di JR Smith a Cleveland.

 

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