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Kobe Moments: n°22 (La trilogia MJ – 1di3)

Che Kobe Bryant abbia modellato il proprio gioco intorno alla figura di Michael Jordan è risaputo ma forse limitativo. L’emulazione infatti è andata ben aldilà di meri aspetti tecnici, il figlio di Joe (chiamiamolo col vero nome ‘sto povero padre, che Jelly Bean mi sembra il nome di un leccalecca) ha seguito l’esempio del suo mito di infanzia a 360 gradi.

Il modo di atteggiarsi nei confronti di media, pubblico e compagni palesati dal Mamba è sempre stato inspirato dal #23: il linguaggio del corpo nei momenti decisivi, l’intensità dello sguardo, a volte addirittura la lingua fuori sono stati quasi un rebrand che ha disturbato tanti ed ha creato una base di detrattori che Kobe si porterà dietro sempre, almeno per un’altra manciata di partite.

Big brother/Little Brother

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Daltronde c’è da dire che, nonostante egli stesso abbia posto l’asticella molto in alto auto-accostandosi ad una divinità, la sua carriera ed il modo con la quale questa sta ricevendo unanimente tributo inducono a pensare che avesse ragione lui. Non solo, l’allievo ha cercato continuamente il confronto con il maestro nei pochi scontri che li hanno visti contrapposti (anche fuori dal rettangolo di gioco, per la verità) nel tentativo di carpire i segreti del più forte di tutti i tempi. Il maestro, dal suo canto, deve aver apprezzato in quanto, ogni volta che è stato chiamato a spendere qualche parola sul KB24, ne ha sempre tessuto le lodi. Tenete conto che Michael di sconti non ne fa a nessuno. Con lui non esiste il politically correct, se pensate, per esempio, al discorso nella cerimonia di induzione alla Hall of Fame dove non ha risparmiato le critiche nemmeno ai figli. Ma torniamo a noi: ecco il breve farewell’s speech riservato a KB24 dal proprietario dei Charlotte Hornets

Telegraficamente, c’è un protocollo da rispettare e il discorso per un buon 90% segue un canovaccio predeterminato, scontato che sia così. L’interessante è il restante 10%, per nulla dato e che ci rivela come Jordan riconosca Bryant come suo pari, qualcuno cioè che ha guadagnato sul campo lo status di leggenda, così come lui. Tre i passaggi fondamentali:

I’ve always been a big brother, you a little brother…we communicate all the time

Niente male, sono parole che spesso si usano, ma tra giocatori in attività, magari con tanti anni di differenza, ma pur sempre in attività…stiamo parlando di Michael Jeffrey Jordan, mal sopportato nella sua storia da più di  qualche compagno di squadra, odiato dal management dei Bulls negli ultimi anni di militanza, non proprio la persona più malleabile di questo mondo, quindi, senza andare ad immaginare chissa quale fratellanza, sono comunque parole di impatto, perchè ci dicono che il loro rapporto di amicizia parte da lontano ed è stato costantemente buono finora.

From a competitive standpoint, i’m pretty sure you’re just like me

Anche qui, senza enfatizzare troppo, anche perchè il contesto della frase è la vita professionale una volta appese le scarpe al chiodo, dichiarare che c’è un tratto del proprio carattere simile a quello del nativo di Philadelphia, magari era stato detto molte volte in questi anni, ma a memoria non da lui stesso.

If you ever need me, you have my number, let’s stay in touch

Ciliegina sulla torta direi. Essendo questo un video tributo, non era certo richiesta una frase così confidenziale; sembra quasi che il gobbo sia finito e Michael ci metta l’ultima pennellata.

P.S. pochi giorni dopo il tributo, in quel di Toronto, in un evento pubblico del brand Jordan, il “ritirato” ha voluto omaggiare il “ritirante” con una collezione completa di tutti i modelli di “Air” (all black/all white) personalizzate. Inoltre è previsto un rilascio di un pacchetto di Air Jordan “a tema” Bryant. Gli affari sono affari, ma la connection è lì da vedere…

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L’allievo contro il maestro, parte 1

Sull’analisi della partita vi lascio solo un paio di considerazioni generiche (o se preferite chiacchiere da bar) dato che il contesto tecnico della gara è ingiudicabile. Ingiudicabile perchè stiamo parlando dei Bulls del 1997, squadra ricoperta da un’aurea comparabile a quella che vediamo avvolgere Curry e compagni in quel della Bay Area oggi. Non è solo una questione di record (comunque 62-20, per gradire) o capacità di vincere, ma di irridere divertendosi. Una corazzata del genere,  in casa contro una squadra in ricostruzione come i Lakers di allora, peraltro in contumacia Shaq, è chiaramente un no contest. Tuttavia le immagini, oltre che piacevoli da vedere, sono utili e strumentali a diversi spunti nel passatempo del trovare somiglianze e differenze tra i duellanti.

In particolare vedere il #23 nella fase matura della sua carriera ci permette di apprezzare lo stile più elegante di pallacanestro possibile, in contrapposizione il giovane Bryant, pur avendo dei signori movimenti in faretra, denota un eccesso (sembra una bestemmia ma l’estetica ha le sue regole) di atletismo nel suo evoluire, il che porta delle volte a delle sgraziature. Se a Michael basta un cm per tirare sopra alla mano protesa dell’avversario, Kobe ci mette sempre molta guacamole in più. Col senno di poi e con tutti gli infortuni patiti in questi ultimi anni, tutti questi salti…è una battuta ovviamente, con il passare degli anni il tasso di attività di Bryant si è adattato all’età, agli avversari ed agli infortuni. E’ un processo che interessa l’evoluzione del gioco di chiunque, figurarsi di uno “studioso” come lui.

Anche il modo di prendere vantaggio sul difensore rivela un differente approccio: se Michael sfrutta il flusso dell’attacco, che sia sideline triangle o meno, Kobe la mette molto di più sul lato dell’uno contro uno in isolamento. Chiaramente valgono i discorsi fatti in precedenza sulla partita presto “in the refrigerator”, la differenza di età e, non di poco conto, la voglia dell’allievo di mettersi in luce.

E con questo è tutto, nella prossima puntata ancora KB ed MJ protagonisti, non mancate!

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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