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Kobe Moments: n°20 – Il battesimo del fuoco

Come ormai sapete noi di NbaLife siamo cultori del vintage e cerchiamo di far tornare indietro le lancette della memoria ogni volta che è possibile farlo, particolarmente nei giorni delle NBA Finals questo esercizio è molto più semplice, non fosse altro perchè, come amano dire gli stessi americani, trattasi (le Finals) dello showcase of the immortals. Tra questi chi s’è distinto, prestazione dopo prestazione, non solo nelle finals (di cui è stato nominato MVP) per la verità, ma lungo tutto il percorso del Playoffs è senza ombra di dubbio Kawhi Leonard, il cui sangue freddo, specialmente in the clutch rimarrà negli annali ed ai più ha risvegliato la memoria di gesta indelebili nell’immaginario di tutti gli appassionati.

leonard_1135524Ora: non so dire se le evoluzioni del #2 somigliano più al #23 o al #8/24, giochino, quello della classifiche, a cui molti come al solito si sono prestati, ma che lascia veramente il tempo che trova. In ogni caso è chiaro come, forse nemmeno ce n’era bisogno dato che era già un Nba Finals MVP , quando la temperatura sale Kawhi è nella schiera di quei giocatori la cui mano non trema, anzi. Casomai interessante può essere tracciare una parabola del percorso che ha portato Kawhi fin qui, e delineare le differenze con il tragitto che i suoi predecessori hanno disegnato alla conquista della gloria, concentrandoci magari su quello che ha caratterizzato la carriera del Mamba (anche perchè sennò diventa un Kawhi moment, e mi sembra un pò prematuro, oltre che fuori tema)

Se è vero che Leonard si è ritrovato in un mondo a parte, quello dei San Antonio Spurs, con svariati hall of famer sul viale del tramonto da cui ha appreso tanto e che ha aiutato a vincere per l’ultima volta, dopo un veloce (MVP delle finali al terzo anno, non è da tutti) apprendistato; per MJ la mancanza, nei primissimi anni nella Lega, di una squadra attorno a sè abbastanza forte e la nemesi Bad Boys sono stati gli unici intoppi di una strada altrimenti lastricata di gloria, praticamente ininterrotta.

Nothing is given, everything is earned

Ecco, per l’allora #8 le cose sono andate in modo totalmente differente. I Lakers del triennio 96′-99′ erano una macchina da guerra in regular season, basti pensare in quel lasso temporale persero appena 42 partite, tuttavia c’erano evidentemente due problemi: il manico ed il cast di supporto. L’allenatore, ricordato da molti come il sosia di Leslie Nelsen, era quel Del Harris che pure aveva tanta esperienza, sia da head coach che da assistente, e veniva dall’onorificenza di Coach Of The Year appena conseguita nel 1995, eppure non legò con diversi componenti del roster, tra cui proprio Kobe, considerato reiteratamente acerbo, pur nel riconoscimento delle sue doti. I compagni, invece, erano adeguati per qualificarsi ai Playoffs conseguendo i risultati di cui sopra. Poi nei Playoffs ci vuole qualcos’altro. Ci vuole durezza mentale e contuità di prestazione: non esattamente l’identikt di Nick Van Exel, Elden Campbell o di Eddie Jones.

1998-0427-kobe-bryant-john-stockton-079117362Nonostante tutto questo Kobe si ritrova la palla in mano per salvare la stagione della sua squadra dallo strapotere fisico e tecnico del duo Stockton to Malone.
Non tocca nemmeno il ferro.

Noi siamo abituati a pensare a Bryant come ad una superstar “ego & bizze”, ma per arrivare a quello status devi passare sui tuoi 20 anni, affrontare le tue fragilità, ritrovarti a giustificare a te stesso come sia possibile non toccare il ferro dopo che tutti ti hanno paragonato al più forte (e non c’è bisogno che faccia nome e cognome), e che anche per i tuoi errori (qui perdonerete l’esagerazione e l’enfasi) non puoi incontrarlo dove tutti si aspettano che la tua squadra approdi: (avendo in squadra Shaq, figurati…) in finale.

Si, perchè in fondo è stato così fini dal primo giorno, e lui non ha mai fatto un passo indietro: massime responsibilità portano a massima gloria o ignominia. Quindi? Come redimersi? Cosa mancava? Che qualcuno, un mentore, una persona illuminata con fiducia gli desse SUL CAMPO i galloni del leader, la fiducia che non aveva avuto finora  se non da Mr. Logo, che lo aveva voluto ad ogni costo a vestire la canotta gialloviola. Fiducia che magnificava le reponsabilità di cui sopra, facendole sembrare ai più poco sostenibili dal ragazzo di Philadelphia cresciuto nel Belpaese.

Zen Master

la-1460760642-snap-photoCome spesso accade nella storia dei Lakers, vedi l’attualità, se c’è bisogno di una determinata figura si va a prendere il migliore. Poco importa il prezzo, le condizioni o se potrebbe non essere compatibile con l’incarico o il roster a disposizione, irrilevante. Best deserve the best. Fin lì ha sempre funzionato: Wilt, Kareem…doveva per forza funzionare con il più dominante ed il più talentuoso, no?

E allora benvenuto Phil Jackson, potrei scegliere una citazione a caso del primo periodo come coach dei Lakers, ma una più di tutte fa capire che razza di personaggio sia:

“The strength of the team is each individual member. The strength of each member is the team.”

Che non è una frase per fare lo spaccone o, peggio, una supercazzola; vuol dire che delle volte devi lasciar fare, far venir fuori la nature delle cose, e sopratutto delle persone, per sfruttare il tutto a tuo favore e spratutto della squadra. Facile a dirsi…
Quindi? Quindi Bryant ha tutte le responsabilità del caso, già da allora può derogare dal triangolo, lo mette sempre a difendere sul più forte, accetta ogni critica del ragazzo senza battere ciglio. Se si vuole che il suo potenziale esploda bisogna spingerlo.

Sfacciataggine? (“non capisco a cosa servano tutti questi esercizi senza palla…”) Spingerlo.
Dissidi interni? (Uno a caso: Cristina Fernandez, moglie di Glen Rice DURANTE le finali chiese a gran voce sul L.A. Times che al marito venissero dati più palloni -quelli di Bryant- e responsabilità) Spingerlo.
Concorrenza con Shaquille O’Neal? (eh si, già c’era) Spingerlo.

NBA FINALS: Game 4

Pivotal game. Lakers avanti 2 a 1 ma contro tutta la Conseco Fieldhouse, oltre allo stato dell’Indiana, capitanato dal suo figlio più illustre: Larry Joe Bird, sul pino degli Indiana Pacers. La caviglia del figlio di Jelly Bean ha fatto crack in gara 2 (in gara 1 Jalen Rose e Reggie Miller avevano fatturato 19 punti in combinata) quindi il piano di Larry Legend è di attaccare Bryant (Killer Miller metterà a referto 37 punti) approfittando della sua limitata mobilità. Per l’occasione Rik Smits rende merito al soprannome “L’olandese volante” segnando a ripetizione sopra la testa di O’Neal, soprattutto in crunch time. Si va al prolungamento e quello grosso (aka the Big Aristotele) con 2:33 sul cronometro, salta a rimbalzo difensivo su errore di Rose, piuttosto dritto in verità, ma urta la spalla di Smits, che vola via. Sesto fallo. Non ho altro da dire, parlano le immagini:

Un’autentica investitura.

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Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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