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Kobe Moments: n°24

Premessa

Raramente mi è capitato di avere un rapporto di amore/odio, con il secondo sentimento (inizialmente) predominante sul primo, per un giocatore di basket come nel caso di Kobe Bean Bryant. E’ chiaro che avere il cuore giallo-viola ha complicato l’assunto, tuttavia nemmeno nei momenti più neri della franchigia californiana sono riuscito a prendermela con i vari Nick Young o Jordan Hill ieri, Travis Knight o Sean Rooks l’altroieri, tanto per snocciolare degli esempi. Per non parlare dei Eddie Jones o Cedric Ceballos, che dovevano essere un’ira di Dio, ma alla fine di ira scatenavano solo la mia, nonostante l’indubbio talento. Il bello è che con il figlio di Jelly Bean non si trattava di un’impressione iniziale, no no…ero convinto non mi piacesse e meno che mai in the good times, perchè con il passare degli anni (e dei titoli) rimaneva in me un saporaccio in bocca: sto fenomeno a cui piaceva emulare Jordan a me non convinceva. Il suo atteggiamento non lo mandavo giù, quella faccia che trasudava fiducia illimitata nei propri mezzi mi arrivava come eccessivo amore e compiacimento per il proprio talento. E’ oggettivamente forte ed è stato tremendamente strumentale nei tre titoli vinti, ma portare il peso della franchigia nel futuro che già si staglia all’orizzonte…boh…

“Non potrà mai incidere realmente. Non da solo…”

Avete già capito da che parte della barricata stavo nell’infinita diatriba con Shaquille O’Neal.
Sbagliavo, su tutta la linea. Con gli anni ebbi modo di ricredermi e di brutto.

In particolare c’è un momento, una singola partita, in cui il mio atteggiamento nei confronti di questo personaggio cambia radicalmente: fu quando vidi per la prima volta, benchè fosse già successo, un uomo con la canotta numero otto ergersi su tutti gli altri ed imporre la propria volontà in modo così forte da farmi provare istantaneamente orgoglio, sentimento che di solito nasce vedendo la propria squadra che gioca in modo divino; appunto la squadra, non un singolo…

The Greatest Comeback in Lakers history

Il luogo del delitto è lo Staples Center, la data è il 6 dicembre del 2002, cioè esattamente 13 anni fa e spiccioli. I Lakers del dopo il three-peat languono in una mediocrità di inizio regular season preoccupante: il record al momento dei fatti narrati recita 7 vinte e 13 perse, Shaq è indiscutibilmente fuori forma e la squadra non gira. Dall’altra parte i Mavs sono una macchina da guerra con 17 vinte in 18 partite ed un attacco che si rivela un rebus per qualsiasi avversario: il pick&roll Nash-Nowitzki è devastante ma solo una delle soluzioni di un Don Nelson che ha un roster profondissimo, con veterani del calibro di Adrian Griffin, Raef LaFrentz, Walt Williams e Nick “The Quick” Van Exel che rappresentano delle schegge impazzite in una squadra in cui son tutti tiratori e nessuno ha un ruolo bene definito. In pratica ciò che oggi vediamo essere il pensiero dominante, ma con una buona decade di anticipo rispetto alle small ball attuali.

Dopo un primo quarto interlocutorio caratterizzato da un sostanziale equilibrio, comincia il bombardamento dei Mavs per la gioia del loro owner. Si, Mark Cuban dal suo seggiolino in seconda fila, rigorosamente dietro alla panchina dei suoi, fa di tutto per non nascondere la soddisfazione per la sculacciata a domicilio che si profila all’orizzonte. Lakers non pervenuti, molli e fuori dalla gara. La ripassata è memorabile ed il tabellino recita 64-36 per gli ospiti. Volano fischi e non solo, non è una figura giustificabile quella che stanno facendo i tricampioni in carica. Ricordo perfettamente la telecronaca di Buffa&Tranquillo: il duo dissertava sul numero di difese a zona (nove) che Nelson sosteneva di applicare in un’intervista di pochi giorni prima. Insomma modalità garbage time già nel secondo quarto, per non parlare del terzo, dove i tentativi di remuntada si vanificano sulle triple di Nash & soci. Bryant nel frattempo era fermo a 2 su 11 dal campo ed aveva rimediato una botta all’inguine. Aveva insistito con Gary Vitti per rimanere in campo. Bell’intuizione.

Poi il quarto periodo. Cambia tutto. Lascio parlare le immagini:

Quando il nostro mette il canestro della vittoria a 8,4 secondi dalla sirena salta per aria lo Staples, i panchinari dei Lakers sembrano festeggiare già il quarto anello mentre Nelson, visibilmente incazzato, ha parole poco carine per Raef LaFrentz. Io come tanti altri sono testimone di un 8/8 dal campo in un contesto di pallacanestro folle: un quarto intero di hero basketball, di regolamento dei conti tra un uomo ed il resto del mondo dove Bryant è francamente perfido, sopratutto con Michael Finley. Sembra Zorro con il sergente Garcia. Partenza a destra, a sinistra, post basso, layup rovesciati…gliene combina di ogni, ci manca gli metta le mutande in testa. Consumai il vhs di quella gara fino alla rottura del nastro e posso affermarlo con certezza: non c’è un mezzo passo in più, un’infrazione, un movimento stilistico che non sia aggraziato, il tutto ad una velocità e ad un livello di rabbia agonistica irreal, irripetibili.

E’ solo il primo di tanti Kobe moments. Qui, la prossima settimana, il n°23

Reactions

latimeskobemoment#24

Tim Brown è molto sobrio il giorno dopo e riporta i virgolettati dei protagonisti del campo…in particolare Shaq, Phil Jackson, Rick Fox…in questo articolo si parla di Bryant in quattro righe … http://articles.latimes.com/2002/dec/07/sports/sp-lakers7

 

nbadotcomkobemoment#24

Il sito dell’NBA (notare il layout anteguerra) la butta là: “Se i Lakers vinceranno il loro quarto titolo, questa è stata la partita della svolta” … http://www.nba.com/games/20021206/DALLAL/recap.html

 

espnkobemoment#24

Il racconto di ESPN è avvolgente, tra gli altri spicca Don Nelson “Se vogliamo batterli ai playoff dobbiamo prima o poi vincere qui” … http://scores.espn.go.com/nba/recap/_/id/221206013/gameId/221206013/dallas-mavericks-vs-la-lakers-lakers

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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