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“Kobe Bryant, il morso del Mamba” di Fabbri e Caianiello

PREMESSA

Non pensavo che avrei scritto una recensione positiva di un libro che parla di Kobe Bean Bryant.

Non era un preconcetto astratto il mio, ma una concomitanza di fattori che rendeva la mia convinzione ben fondata. Chi vi parla ha il cuore (ahimè, oggidì) gialloviola e di scritti sul nostro, in italiano ed in lingua madre, ne ho letti e parecchi credetemi. Il fatto è che, nonostante il soggetto di cui trattiamo sia quantomeno complesso, si va a finire sempre su tre o quattro clichet che oramai, per chi segue quotidianamente le notizie provenienti dalla Lega, sono sorpassati o comunque, benchè veri, ripetuti fino alla noia: Kobe è ipercompetitivo, Kobe non parla con i compagni, Kobe interroga i compagni, Kobe va agli allenamenti con l’elicottero, Kobe si sceglie gli allenatori per poi “mangiarseli”.

Non è il solo problema, molte volte i scritti che riguardano il fu #8, oggi #24, va a finire che risultano ridondanti rispetto ad alcune vicende che lo vedono in contrapposizione (o se volete 1vs1) contro Shaq oppure Phil Jackson, tanto per dirne due a caso.

Attenzione: tutto ciò è vero e conclamato ma se non viene contestualizzato, approfondito risulta noioso, non trovate? Io si, diffido da sempre dagli eccessi di idolatria e/o critiche, in particolar modo se si occupano di un personaggio del genere, che io stesso ho amato ed odiato sportivamente a fasi alterne nel corso degli anni, ma da tifoso ed appassionato di basket è normale.

Da giornalista no.

Proprio in questo aspetto il libro ha un grande ed indubbio merito: quello di articolarsi nel modo più scientifico (e quindi giornalistico) possibile: ricerca, investigazione e testonianza diretta raccontano un personaggio che si è formato, come ragazzo e giocatore, qui da noi nel Bel Paese, prima di consacrarsi nel palcoscenico dei palcoscenici.

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Fabbri & Caianiello
Titolo
Kobe Bryant, il morso del Mamba
Editore
Ultra Sport – Lit Edizioni
N° Pagine
126
Anno di Pubblicazione
2015

THREE QUOTES

Kobe era ormai italiano nell’animo.
Parlava fluidamente la nostra lingua [...] amava da morire le lasagne e la amatriciana.
Me lo ricordo con la bocca sporca di sugo chiedere altra pastasciutta.
E insieme ai tanti amichetti le giornate si concludevano, incuranti del freddo e spesso della neve, nel giardino di casa Bryant in cui era installato un canestrino dove questi piccoletti indemoniati si sfidavano per ore ed ore

Nessuno poteva prevedere che sarebbe diventato il miglior giocatore del mondo, ma la stoffa era di primo livello così, lui che era nato nel ’78, giocava in pianta stabile con la squadra classe ’77 “Coach fammi giocare ti prego” “No Kobe, perchè oggi non fai mai canestro”.
Gli si illuminarono gli occhi [...] “Cosa, no coach” disse con l’inflessione toscana che si era portato appresso da Pistoia, “fammi entrare e giocare perchè io fò canestro”

Kobe era il classico caso in cui un figlio deve realizzare i sogni incompleti dei padri. [...] Era il cocco di casa, quello che non commetteva mai un errore.
Ambizioso e brillante, con un a marcia in più per il basket.
Si allenava in continuazione imitando i movimenti di Jordan.

GLI AUTORI

Un esperimento riuscito.

Parlo del patchwork di esperienze che caratterizzano il percorso di Fabbri e Caianiello: l’impronta che il libro trasuda in ogni pagina è infatti quella impressa sia dal giornalista che dall’appassionato addicted NBA (un pò come tutti noi) ma anche dall’allenatore, attento ad aspetti che i media nemmeno possono intuire. La sinergia dei due autori funziona, perchè vivono quotidianamente il basket nostrano, seguendo attentamente cosa succede al di là della pozza, riportando a questo comune denominatore, la loro esperienza, in parallelo a quella del giovane Kobe.

Abituati ad adattare i nostri occhi e la nostra capacità critica agli standard NBA, se di NBA parliamo, ci si ritrova piacevolmente spiazzati a condividere un punto di vista nostro, locale e senza filtri, nella lettura di un personaggio dipinto di solito con tutt’altri colori.

L’OPERA

“Kobe Bryant, il morso del Mamba” è suddiviso, in buona sostanza, in due tronconi: la vita di Kobe in Italia e la carriera da giocatore, di liceo prima ed Nba poi.

In realtà questa divisione è arbitrariamente assegnata dal sottoscritto, Fabbri&Caianiello si occupano in maniera omogenea della carriera del figlio di Jelly Bean, tuttavia alle prime 35 pagine che parlano apertamente di Bryant&Italia, vanno aggiunte le ultime 20, che sono una sorta di bonus tracks riguardanti: il mancato approdo alla Virtus Bologna durante il lockout 2011, un curioso aneddoto raccontato dal venerabile Fabio Facchini, uno dei più grandi arbitri italiani; un ultimo capitolo dove, idealmente, si vuole chiudere il cerchio ipotizzando un “ritorno alle origini” qui da noi per il fine carriera del protagonista.

Kobe BryantNella prima parte  l’aneddotistica e le testimonianze vengono mirabilmente confezionate con il racconto e la cronaca degli eventi: il piccolo Kobe è una presenza fissa durante le sessioni di allenamento del padre, ma è un elemento di distrazione, tant’è che viene instradato alle squadre giovanili dove è subito palese che il talento del padre è stato trasmesso al figlio, ma c’è dell’altro. La cattiveria agonistica che lo farà grande anni dopo è già sotto gli occhi di tutti. Certo non si può immaginare il futuro che sarà, tuttavia che il bimbo stia velocemente diventando un prodigio non è un segreto a Rieti, a Reggio Calabria poi passando per Pistoia ed, infine, Reggio Emilia.

La seconda parte è dedicata al ventennio di carriera cestistica di Kobe, in tutte le sue fasi. Qui le parti descrittive e di cronaca hanno un leggero predominio sull’aneddotistica, ma le pagine scivolano via leggere ed è comunque piacevole scorrerle, ripercorrendo così la pur nota storia del futuro Hall Of Famer.

PUNTO DI VISTA DEGLI AUTORI

Estremamente riuscita è proprio la posizione degli autori in relazione al protagonista: terza ma ossequiosa al contempo. Un connubio perfetto di ciò che ci si può aspettare da un reportista e quello che un amante del gioco non può esimersi dall’esprimere.

Questo aspetto rende credibilità al libro e ne agevola la lettura.
Non ci sono parti in cui si possa rimanere interdetti da un giudizio che comunque, nei fatti, non viene mai espresso. Cionondimeno, che apprezziate Bryant o no (come detto) poco conta, è impossibile non ammirare la forza di volontà e l’etica del lavoro di un giocatore che ha dimostrato di sapersi rialzare e reinventare ogni volta che il suo percorso lo richiedeva.

VALUTAZIONE

“…il morso del Mamba” è nel complesso un buonissimo libro in quanto, come detto in premessa, riesce ad andare al di là dei luoghi comuni e delinea alcuni tratti inediti del protagonista nel viaggio adolescenziale e, perchè no, di formazione lungo lo Stivale nella parentesi italica della carriera del padre Jelly Bean.

Nella frase che precede, tra le righe, sono delineati pregi e difetti dello scritto di Fabbri&Caianiello: l’approccio giornalistico nella trattazione e riproposizione oggettiva di fatti e testimonianze è esercizio degno di lode; gli appassionati hanno così modo di trarre liberamente parallelismi, assonanze e dissonanze con il Bryant-personaggio pubblico per come viene tradizionalmente presentato dai media.maxresdefaultkb24Scoprire tra le pieghe del libro un Mamba ragazzo che sviluppa quel fuoco sacro che ancora oggi, a 37 anni lo anima nelle sue evoluzioni sul parquet,  è affascinante e di sicuro intrattenimento.

Per quanto riguarda i difetti, un paio, che non intaccano la bontà complessiva dell’opera: alcuni eccessi accademici nello stile reportistico, in verità assolutamente perdonabili visto l’intento e l’ottimo risultato conseguito attraverso essi,  un indugiare sulla cronaca (nota) degli eventi che  caratterizzano la seconda parte, dove ritmo ed intensità della narrazione calano di intensità.

VOTO NBALIFE

8.9/10

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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