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Qualcuno di voi ha prestato il servizio militare? Io no! Eppure per i ragazzi della mia leva c’era ancora l’obbligatorietà. Lo stato permetteva, o meglio imponeva, a ogni italiano nato maschio di dimostrare quanto fosse legato alla patria e, solo dopo solenne giuramento, gli concedeva circa 300 giorni da trascorrere assieme ai commilitoni lontano da casa e dalle sue priorità in un vortice di regole protocolli e precetti da seguire alla lettera. Visita medica e psicologica accurata come primo approccio, dopodiché, una volta pesato, misurato e ritenuto abile, si procedeva con l’arruolamento. E dove se non alla Marina poteva essere assegnato un isolano come me? Il ricordo vivido dell’approdo della Palinuro nel porto del mio paese quando ero poco più che un bambino, mi ha accompagnato negli anni come una sorta di rievocazione non proprio piacevole. Al fianco di mio nonno, in mezzo alla folla assiepata sulla banchina, assistevo all’arrampicata dei marinai sugli alberi della Nave Scuola della Marina Militare Italiana e mentre tutto il paese ammirava estasiato con il naso all’in su il rituale del dispiegamento delle vele, il terrore provocato dalla mia scarsa confidenza con l’alta quota, faceva a pugni con l’orgoglio di chi, tenendomi per mano, aveva dato allo stato italiano molto più dei sette anni trascorsi in divisa.

Nonno, non sarò mai un marinaio

Per fortuna crescendo ho scoperto un’ancora di salvataggio per chi, come me, aveva deciso di intraprendere la carriera universitaria. Un numero minimo di esami all’anno permettevano di rinviare l’appuntamento con l’inevitabile destino finché, dal primo Gennaio 2005, arrivò in soccorso il governo: abolito l’obbligo del servizio di leva. Non fraintendetemi, non ho nulla contro i marinai e i militari in genere, tutt’altro. E sono pur sempre un uomo di mare, dal mare stesso perennemente circondato, e anche se non so riconoscere i gradi dalle mostrine applicate sulle spalle degli ufficiali, so perfettamente qual è la carica più alta raggiungibile in Marina, quella carica alla quale non mi sarei mai sognato di ambire qualora avessi indossato la divisa, quella stessa carica che invece, a kilometri di distanza, qualcuno, qualche anno prima di me, anelava di raggiungere. Se alle nostre latitudini l’Università permetteva di star lontano dal servizio di leva, c’è chi, oltreoceano, nato su un’isola come me, ha fatto della scuola militare il trampolino di lancio per una carriera florida e indimenticabile nel mondo del Basket. Se prima o poi nei vostri piani avete in programma un viaggio in Florida, non perdetevi l’opportunità di percorrere la Overseas Highway. Un viaggio in bilico tra mare e cielo, sospesi a pelo d’acqua, attraverso una miriade di isolette caraibiche fino a Key West. È proprio nell’isola che ha ospitato Ernest Hemingway che parte la nostra storia.

Ma il mare cristallino e il sole cocente dei Caraibi fanno da scenario al nostro racconto giusto il tempo di veder nascere il protagonista di questa storia, costretto agli innumerevoli spostamenti tipici dei familiari di un militare statunitense. Non dev’essere un granché piacevole cambiare continuamente aria. Cambia il clima, cambia la casa, cambiano gli amici, cambiano le abitudini e la famiglia del piccolo David trova pace solo quando papà Ambrose, da pensionato della U.S. Navy, trova un impiego da ingegnere in Virginia. Per il secondogenito di casa Robinson c’è solo un obiettivo: ripercorrere le orme del padre. Non ci sono svaghi o hobby che lo stimolano particolarmente, ma le dimensioni fisiche che sta assumendo incuriosiscono il coach della Osbourn Park High School fino a pensare: “e se provassi a farlo giocare a Basket?”. Sarà l’altezza accompagnata da una perfetta coordinazione motoria, ma il giovane figlio di Freda se la cava, tanto da attirare, nell’anno da senior, le sirene del College Basket. Si, ma David ha ben chiaro cosa deve fare una volta finito il liceo. Per carità, bello lo sport e molto affascinante il basket, ma la strada da percorre  è da tutt’altra parte e l’ha tracciata il padre: l’accademia navale, la carriera in marina e la laurea in matematica.

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È il 1983 quando David realizza il sogno di entrare nella U.S. Naval Academy di Annapolis (se siete dei tifosi malati bostoniani l’avrete già sentita nominare da qualche parte nella gloriosa storia dei verdi), ma quel sogno rischia di infrangersi quando la crescita spropositata lo porta a superare di due centimetri il limite previsto dal regolamento militare. Avete mai avuto a che fare con un lettino per bambini? Provate a dormirci su una notte e forse comprenderete le difficoltà del nostro protagonista nel cercare di coricarsi nelle cuccette dei sottomarini della U.S. Navy. Chissà, forse il sovrintendente in carica ha barattato la deroga con l’inclusione nella squadra di Basket dell’Accademia, sta di fatto che David può continuare ad inseguire la carriera militare e Navy” può godere di un talento inaspettato che li porterà per ben due volte al torneo NCAA tra l’83 e l’87. Infranti innumerevoli record della squadra dell’Accademia, David diventa in fretta uno dei principali prospetti a livello nazionale.

Il 1987 è l’anno dell’eleggibilità al Draft.
Stupito anche da se stesso, David prende in considerazione la carriera sportiva come alternativa alla carriera militare e a sceglierlo, con la numero uno assoluta, sono gli Spurs che, pur di assicurarsi le sue prestazioni, si accontentano di lasciarlo parcheggiato in Accademia per due anni al fine di permettergli di concludere il servizio militare. David non si aspettava di essere attratto in maniera quasi morbosa dal nuovo passatempo. Aveva sempre dedicato il tempo a disposizione ai libri di matematica o ad ascoltare i racconti del padre, ma quella palla a spicchi era capace di avvolgerlo e di provocare sensazioni inaspettate e mai provate e nel 1988 viene selezionato per far parte della spedizione olimpica di Team USA nella lontana Seul. Le Olimpiadi erano sempre state un affare statunitense nella disciplina del Basket. Fatta eccezione per Monaco ’72 (vittoria a sorpresa dell’Unione Sovietica rimasta negli annali per i tre secondi più lunghi della storia del gioco),  e Mosca ’80 (Olimpiadi boicottate dagli Stati Uniti), la medaglia d’oro era sempre stata appesa al collo degli statunitensi e a Seul tutti si aspettavano il solito epilogo. Ma in pochi avevano fatto i conti con il colonnello Gomelsky e un giovane centro lituano dalle mani dolci come il miele e la passione per la vodka. La sconfitta in Corea fu traumatica per l’intero panorama cestistico americano tanto da sancire l’inizio delle spedizioni professionistiche a cinque cerchi e per David, tale delusione assunse le proporzioni di un’onta indelebile tanto più se vissuta in rappresentanza dei colori della bandiera a stella e strisce.

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L’esordio nella NBA avviene nella stagione 1989/’90 e il titolo di rookie dell’anno è una pura formalità. San Antonio, con l’acquisizione di Robinson, passa in poco tempo da squadra materasso della Lega a aspirante al titolo di campioni della Western Conference, ma nonostante le ottime prestazioni di David all’ombra dell’Alamo, gli Spurs non riescono ad andare oltre le finali di conference perse contro Houston nella stagione ‘94-‘95. David, membro del Dream Team del ’92, riesce a lavare la macchia della sconfitta di Seul ma la NBA, che lo incorona come uno dei giocatori più forti degli anni novanta, lo tiene alla larga dalla massima onorificenza: il Larry O’Brien Trophy. L’innumerevole mole di infortuni che colpisce anche il nativo delle Keys nella stagione ‘96/’97 spinge gli Spurs nel baratro e li costringe a mettersi nelle mani (a posteriori più che sapienti) dell’allora General Manager. Il record è deludente e i Playoffs un miraggio, ma in fondo al tunnel di una stagione da dimenticare c’è il Draft. Vi ricordate da dove è partita questa storia? Key West e il Mar dei Caraibi. È proprio dalle onde lunghe di un uragano caraibico che arriva in dote a David il compagno ideale. L’estate del 1997 plasma un connubio destinato a scrivere pagine indelebili di storia dando il via all’epopea delle Twin Towers guidata da Gregg Popovich. La storia recente dei nero-argento è a disposizione di tutti. MVP della regular season nel ’95, ventun punti e più di dieci rimbalzi a partita in carriera, membro della Hall of Fame dal 2009 e uno dei favolosi 50 del cinquantenario NBA. Nel novero di coloro che sono stati in grado di mettere a referto almeno 20.000 punti e nella ristretta cerchia di chi è riuscito a griffare una quadrupla doppia e due titoli Nba, quelli del 1999 e del 2003. Niente male per chi ha sempre preferito la matematica al basket. Di certo la strada verso il grado più alto della Marina Militare è stata interrotta da una passione travolgente alla quale non è stato possibile opporsi, ma David, seppure per vie traverse, è riuscito nel suo intento: quello di rendere orgoglioso il suo punto di riferimento, papà Ambrose, e porre di fianco al suo nome il titolo di Ammiraglio.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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