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Klaywords: Klay Thompson prima, dopo e durante

“We played our hearts out that whole playoffs, the whole season, and then you’re going to call us cowards and not put your name on it? “Get out of here.”

Che il ragazzo da Washington State fosse alquanto stizzito ed avesse un intero selciato da togliersi dalla scarpa, non il solito e banale sassolino, era ormai noto da tempo. Sin dalla scorsa estate, durante il classico Giugno arroventato dei Playoffs, il figlio di Mychal aveva iniziato a mettere mano alla faretra anche fuori dal campo, quando, interpellato sull’alterco tra LeBron James e Draymond Green, senza battere ciglio squarciò il velo di Maya che storicamente separa Il (sedicente) Prescelto dal resto dei comuni mortali NBA, affermando non senza malizia:

“It’s a men’s league (…), trash talking is a part of game of basketball, I think is part of any sport (…), I guess his feelings just got hurt”

.

Ma la storia di Klay Alexander Thompson inizia e prosegue lungo un cammino che va bel oltre microfondi e riflettori, nei confronti dei quali, per altro, è sempre parso piuttosto schivo, se non per un utilizzo strategico di leadership silenziosa. La storia del gregario più incisivo della Lega negli ultimi due anni è sì quella di un uomo di fatica, pronto ad alzarsi sui pedali nei momenti critici della partita ed eventualmente defilarsi per lasciare la volata allo Unanimous MVP, Steph Curry, anziché, oggi, al The Great Villain, Kevin Durant, eppure il prologo di questa narrazione affonda le radici in un contesto differente da quello degli altri grandi gregari del presente, come del passato.

A differenza di tanti altri “tough players” il cui gioco si è sviluppato a partire dal lavoro sporco, dalla mentalità difensiva coriacea e dal coraggio di prendere la palla in mano nei momenti in cui la scritta Spalding sembra mutarsi in lega di piombo ed argento, Klay nasce lontano dagli outskirts e delle molteplici complessità sociali ad essi legati. La storia dell’11 di Oakland trova origine, ben prima dell’8 Febbraio 1990 e al di fuori dei confini continentali degli Stati Uniti; più precisamente la genealogia cestistica dei Thompson origina nel 1955 nel contesto tropicale di Nassau, Bahamas, da quel Mychal Thompson che 23 anni più tardi sarebbe divenuto la prima 1st overall pick nata fuori dai confini USA.

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Figlio d’arte di quel numero 43 gregario d’eccellenza degli showtime-Lakers campioni NBA back-to-back (1987, 1988), Klay nasce e passa i primi due anni di vita nella upper-LA, per trascorrere il resto dell’infanzia a Lake Oswego, Oregon, dove diverrà prima compagno di squadra nella Little League e poi amico di Kevin Love (che poi il figlio di Mychal e il nipote del Mike di “Barbara Ann” e “Surfin USA” un decennio dopo si sarebbero ritrovati agli antipodi delle Conference NBA a contendersi l’Anello era all’epoca materia inintellegibile anche per l’oracolo di Delfi, Nostradamus e finanche il mago Gabriel).

Tornato dalle parti di Orange County, il patronimico dei Thompson ricomincia ad echeggiare, seppur timidamente, tra i parquet e gli spalti della California, in particolare a Rancho Santa Margherita, luogo che non vi dirà nulla, ma magari alle vostre compagne potrebbe ricordare la cittadina d’ambientazione di una sitcom degli anni 2000 che ebbe unico merito quello di svelare al resto del pianeta la miriade di talenti di una certa signora Longoria, anche nota come Parker dalle parti di San Antonio. Nel suo anno da senior alla Santa Margherita Catholic High School, Klay inizia a sviluppare quell’identità cestistica e quell’innato carisma introverso che oggi ne caratterizzano l’attitudine dentro e fuori la Oracle Arena. 21 punti a partita di media, il record di triple (7) in una finale di Stato, il premio come Giocatore dell’anno della Division III, il titolo di MVP della Lega, l’inserimento nel miglior quintetto della Costa Ovest e nel secondo quintetto All American sanciranno la transizione da “the son of” a prospetto di primo piano in ottica universitaria.

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Ma sarà on the other side of the moon, a Washington State, che il futuro Splash Brother troverà la propria consacrazione sulla strada per la Terra Promessa del Draft NBA.
Titolare inamovibile fin da freshman, campione e Most Outstanding Player al Great Alaska Shootout (aka Sea Wolf Classic) da sophomore, incidendo il proprio nome sulla parete memoriale che già annoverava Sean Elliot, Steve Smith, Glenn Robinson, Ray Allen, Ron Mercer e Dwyane Wade (che poi ne abbia messi anche 43 in una sola partita, stabilendo il record del torneo, tutto sommato è un dettaglio trascurabile), si candiderà definitivamente ad occupare un tavolo al Prudential Center di Newark per la Lotteria del 2011 dopo un anno da junior in veste di protagonista assoluto (e leader per punti segnati) nella Pac-10 Conference.

Il Draft del 2011 segnerà l’ingresso di quattro rookies accomunati da un similare prologo, così come un comune destino, ovvero diventare All-Stars dopo un silente principio da co-co-co-protagonisti: parliamo di Klay, Kawhi Leonard, Jimmy Butler e Isaiah Thomas, la cui iperbole, come spesso accade nell’analisi postuma delle scelte NBA, farà da contraltare alla traiettoria dei ben più quotati Derrick Williams (2° scelta assoluta), Jan Vesely (6°, rimasto agli annali del basket d’oltreoceano pressochè unicamente per l’epico limone consumato in mondovisione con la signorina Kodouskova proprio al momento della Chiamata), Brandon Knight (8°) e Jimmer Fredette (10°, ahhh, Jimmer, Jimmer…).

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Escluso dal Rising Stars Challenge, nel punto più ripido della salita, il padawan della Bay Area saprà cogliere l’ardua sfida lanciata dal Fato ad ogni “not-blessed”, issandosi sui pedali, con lo sguardo fisso sui chilometri di asfalto divorati un metro alla volta, verso la conquista della gloria. La fulminea progressione del giovane Thompson dal Febbraio 2011 indurrà i Warriors a disfarsi del titolare (fin ad allora inamovibile star della squadra) Monta Ellis. Siamo ai prodromi della genesi degli Splash Brothers, la cui gestazione, per giungere a compimento, attendeva solo l’arrivo, in veste di timoniere, di un altro grande gregario dal carisma granitico: Steve Kerr.

La sorte chiederà, però, ancora il ciclico susseguirsi di due stagioni prima che la mano dello spirito arciere Houyi si posi sulla spalla del numero 11 venuto da Los Angeles. La notte del 23 Gennaio 2015, durante un qualunque Sacramento vs Golden State, il respiro dell’intero globo cestistico rimarrà sospeso attorno alla Oracle Arena: dal 31° minuto di gioco Klay entra in quell’acme agonistico che ne avrebbe contraddistinto la capacità di scrivere, in maniera dirompente, quanto improvvisa, la storia del Gioco. 11 triple complessive, 52 punti totali, di cui 37 (con 13/13 al tiro) nei 12 minuti della terza frazione di gioco: è il record di sempre per punti in un solo quarto, la terza falange del figlio di Mychal è ormai a pochi centimetri dal lambire l’Olimpo del basket.

È dunque All-Star Game, playoffs, 34 punti in gara 2 nella serie finale contro i Cavs, in un’inesorabile cavalcata verso il orgasmico Nirvana estivo delle Finals, verso l’Eden cestistico dell’Anello: i Warriors sono campioni planetari dopo 40 anni esatti di spasmodica (a tratti forse più rassegnata e sonnolenta) attesa. Il ragazzo di Orange County ha definitivamente cancellato il pesante patronimico (e i raffronti correlati) dalla propria eredità cestistica, cessando di essere “the son of”, per divenire “the NBA champ”.

Il 2015-2016 del “73-9 and no ring” (per dirla con le parole di un recente spot di Stephen Curry), quello che avrebbe condotto ad un viatico di Playoffs all’arma bianca, entusiasmanti quanto controversi e ad una serie di Finals epica (quanto contrassegnata da tensioni e polemiche a tutt’oggi insolute, preambolo di un lascito di esasperante attesa per la stagione in corso, sempre che la saga possa effettivamente divenire trilogia), ha visto Klay avvicinarsi sempre più vicino all’epopea del fratello cestistico Steph. La seconda convocazione all’All-Star Game, la vittoria del Three-Point Contest, proprio ai danni del figlio di Dell, i 22 punti di media in Regular Season, non sono che formalità utili a riempire i database, gli istogrammi e i blog degli analisti di sorta.

Il vero Klay, il gregario fattosi trascinatore, il leader schivo ed impassibile, mostrerà la sua vera essenza al mondo nel vespro della primavera 2016, quando, dopo aver guidato i suoi alla vittoria al 1° round contro Houston, si ergerà tra i flutti di una burrascosa, fratricida, estenuante e storica finale della Western Conference per salvare i propri compagni dai gorghi di un’impetuosa, spaventevole e letale Oklahoma City del duo Russ-KD. Il costante prodigarsi nella lotta difensiva contro Durant, la volonta, per certi versi incosciente, di pretendere la palla nei momenti in cui nella Cheasapeake Arena la gravità sembrava divenire gioviana, quei disperati 41 punti, con 11 triple (record assoluto per una partita di playoffs), per forzare i Thunder a gara 7: questo (e forse qualcosa di più) è il ritratto più autentico del campione dallo spirito gregario venuto da Santa Margherita.

Dopo l’oro di Rio (al termine di un percorso olimpico non esattamente brillante), Klay è tornato a vestire i panni del co-protagonista, dello Splash Brother minore, del giocatore al servizio della squadra, mantenendosi alquanto quieto in un inizio di stagione tutt’altro che semplice per la Baia, dopo un’estate che ne ha definitivamente segnato il ruolo di Villains per la stagione 2016-2017.
E così, dal Tip-Off del 25 Ottobre, per quasi un mese e mezzo quasi nessuno parla più del numero 11, quasi ci si dimentica di quel numero 11 e poi, ancora una volta, la storia ha chiamato a sé il suo figlio negletto.

5 Dicembre 2016, Indiana vs Golden State, riflettori e telecamere sono puntate altrove, in particolare su quel Cavs – Raptors riedizione della precedente finale della Eastern. E invece sarà quello stesso 11 a rubare la scena a LeBron & Co. con una delle prestazioni offensive più sbalorditive di sempre. 60 punti in 29 minuti complessivi di gioco, 21/33 al tiro, 8/14 da tre punti, giocando un basket trascendente, in una trance agonistica e in uno stato di dominio assoluto tale da ricordarmi le parole di un ellenico signore dell’VIII secolo a.C.: “tal cavalli tagliando e cavalieri l’illustre Aiace furïoso insegue per lo campo i Troiani”. È il primo uomo sulla faccia della Terra a mettere a referto 60 punti in meno di 30 minuti, 142-106, Indiana delenda est.

L’eterno co-protagonista, l’imprescindibile gregario, il silenzioso direttore d’orchestra che tanti boati ha tenuto e stretto nel palmo della mano. Difficile definire il giocatore Klay Thompson, ancor più difficile comprenderlo. In fondo, credo, mai lo comprenderemo a pieno, in quanto ho come la sensazione che una parte del talento della shooting-guard di Los Angeles sia destinata a non esprimersi mai, non del tutto almeno, convoluta nella magmaticità dell’identità di un giocatore di fatica che non ha mai avvertito la necessità di divenire personaggio.

L’NBA del futuro sembrerebbe però strizzare l’occhio a questa nuova generazione di Thompson, Leonard, Butler, giocatori di fatica, venuti dal nulla, antipodi degli “Chosen Ones” di sorta, eredi di quei Pippen, Allen (prima protagonista assoluto a Milwaukee e Seattle, poi terzo-quarto attore a Boston e Miami), Ginobili (tra i mille che avrei potuto scegliere, non potevo non citare l’ex-Viola).

Così è, se vi pare.

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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