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Kidd, da Oakland al Draft NBA

1973, l’anno della nascita dei Kiss, dell’inaugurazione a New York del World Trade Center, della premiazione come Miglior film agli Oscar de “Il Padrino”, della pubblicazione il 24 Marzo in Inghilterra dell’ottavo album dei Pink Floyd, “The Dark Side of the Moon”. Si dà il caso che, proprio il giorno prima della pubblicazione dell’album del gruppo britannico, il 23 Marzo nacque, in quel di San Francisco, Jason, figlio di Steve e Anne Kidd, lui, un afro-americano, lei, di sangue mezzo americano e mezzo irlandese.

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Il soggiorno nella baia dura molto poco, dal momento che la famiglia Kidd abita giusto qualche chilometro più in là, in un quartiere di ceto medio-alto di Oakland. Questa città, è risaputo, non è proprio la migliore dove crescere un figlio, visto l’altissimo tasso di criminalità, ma l’infanzia del piccolo Jason non fu un disastro, dato che frequentava principalmente scuola, playground e altri playground. Il “fattore playground” è, indubbiamente, da tenere sott’occhio, perchè caratterizzerà, e non di poco, il futuro giocatore. Oakland oltre alla criminalità è conosciuta, appunto, per il basket, e in effetti dalla città si esce da delinquente, da giocatore di basket, o da entrambe le cose. Alcuni tra i cestisti più famosi che hanno calpestato il cemento dei campetti di Oakland sono Bill Russell, colui che dominò praticamente un intero decennio in maglia Celtics, per poi passare per Gary Payton, uno tra i più grandi playmaker della storia della National Basketball Association, nonchè, probabilmente, il più accanito difensore nel suo ruolo, e anche Damian Lillard, l’attuale point-guard dei Portland Trail Blazers, che ha già fatto vedere le sue potenzialità, nonostante abbia ancora 26 anni.

Già dall’infanzia nel mirino dell’American Athletic Union, una sorta di lega di sviluppo per giocatori a livello amatoriale, Jason viene selezionato dall’East Oakland Youth Development Center per partecipare ad un programma di formazione per i giovani ragazzi di Oakland in ambito di capacità sociali e di leadership, il quale obiettivo di fondo è forse quello di migliorare le generazioni future che abiteranno ad Oakland, proprio per renderla un posto migliore. Questa sorta di centro venne frequentato anche dall’ormai avversario sui playground Gary Payton, ed in futuro da Damian Lillard. Per il liceo fu scelta la St. Joseph Notre Dame High School di Alameda, un altro quartiere vicinissimo ad Oakland, col quale Jason, grazie al suo talento e alla sua già affermata abilità da leader, conduce a più titoli consecutivi il team guidato dal coach Frank LaPorte.

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Nell’anno da senior, con una media a partita di 25 punti, 10 assist, 7 rimbalzi e 7 rubate, diventa il leader all-time negli assist al livello di superiori, il miglior settimo realizzatore nello stato della California, vincitore del Naismith Award come miglior giocatore di High School, votato come giocatore dell’anno della California e incluso nell’All-American.

Le università che lo desiderarono erano molte, tra cui Arizona, Kentucky, Kansas e Ohio State, ma fece una scelta di cuore, andando alla Cal, l’ateneo di Berkeley, che non vinceva un titolo di conference dal lontano 1960. Premettiamo che non vincerà mai il titolo NCAA nei suoi anni di college, ma questa non è da considerarsi una sconfitta, visti i risultati che raggiungerà la squadra, proveniente da un record di 10-18 l’anno precedente, sotto la guida del ragazzo di Oakland.

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Il primo capitolo, l’anno da freshman, inizia, procede e finisce nel migliore dei modi, 13 punti, 7.7 assist, 4.9 rimbalzi, 3.8 rubate nelle 29 partite giocate dalla squadra, con una percentuale del 53% al tiro, la vittoria del premio come miglior freshman dell’anno, inserimento nel first team della sua conference, la Pac-10, record di palle rubate per un rookie e record di 220 assist nella storia della scuola. Il torneo NCAA vede i suoi Golden Bears vittoriosi contro i favoriti Duke Blue Devils, allora vincitori di due titoli, di cui uno vinto l’anno precedente, ma perdenti al turno successivo, la Sweet 16, contro Kansas. Il secondo e ultimo anno come alunno della Cal lo vede dominatore incontrastato con le sue spaventose medie, 16.7 punti, 6.9 rimbalzi e 3.1 rubate e 9.1 assist, con conseguente superamento del record nelle assistenze e aggiornamento a 272. Arrivò immediatamente la convocazione nell’All-American first team e la nomina, per la prima volta per l’università di Berkeley dal 1968, come miglior giocatore della Pac-10, diventando il primo sophomore a ricevere questo tipo di premio. Classificati come quinta squadra al torneo NCAA, vengono eliminati a sorpresa al primo turno da Wisconsin-Green Bay, team guidato allora da coach Dick Bennet, con una sconfitta di misura, 61-57. Nonostante la batosta più morale che altro, Kidd viene comunque messo in lista per la vittoria dei due dei premi di giocatore universitario dell’anno più importanti, Naismith e Wooden Awards. Ma ad un giocatore come Jason Kidd forse tutti quei premi vinti nei suoi due anni di college non importavano un granchè, l’onore più grande che gli rese il suo college, visto il suo carattere, arrivò nel 2004, quando venne ritirata la sua maglia numero 5. Il duro lavoro e la fatica cominciarono a dare i propri frutti, proprio come voleva lui, proprio come diceva lui:

“A lot of late nights in the gym, a lot of early mornings, especially when your friends are going out, you’re going to the gym, those are the sacrifices that you have to make if you want to be an NBA basketball player.”

“Un sacco di nottate passate in palestra, un sacco di sveglie presto, specialmente quando i tuoi amici escono, tu vai in palestra, quelli sono i sacrifici che Tu devi fare se vuoi essere un giocatore dell’NBA.”

“Quasi quasi il salto tra i grandi lo faccio quest’anno, tanto i miei bei due anni di college me li son fatti, voglio dire la mia al piano superiore”. Questo, forse, il piccolo flusso di coscienza dell’ormai ventunenne ragazzo da Oakland, chiedendosi se fosse giunta l’ora di entrare in NBA. Si rese quindi eleggibile per il draft NBA, l’edizione del 1994, che si svolse a Indianapolis. Tra i maggiori prospetti di quella classe draft vi erano lui, Glenn Robinson, forse il più talentuoso giocatore di quel draft, tant’è che vinse il premio di giocatore collegiale migliore dell’anno nella sua ultima stagione con Purdue, e Grant Hill, vincitore di ben due edizioni del torneo NCAA con la sua Duke. La prima scelta fu dei Milwaukee Bucks, che puntarono su Robinson, la quale carriera, tempestata da infortuni, terminò dopo soli 11 anni. Alla seconda tocca ai Dallas Mavericks, che avevano fatto registrare nei due anni precedenti record a dir poco disastrosi, 11-71 nella stagione 1992-93 e 13-69 nella stagione 1993-94. Freschi di nuovo coach, il famoso Dick Motta, che proprio nuovo non è, visto che allenò gli stessi Mavs dall’anno della loro nascita nel 1980 fino al 1987, conquistando in quell’ultimo anno il titolo di divisione, la franchigia scelse, nel draft del 1994, di puntare sul giocatore che, a posteriori, si rivelò essere uno dei migliori playmaker della storia della NBA: Jason Frederick Kidd.

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Francesco Cavallo

Francesco Cavallo

Francesco Cavallo, 21 anni, Roma. Ex-studente di liceo classico, attualmente studente di Informatica alla Sapienza. Non tifo nessuna squadra, ma mi piace vedere il bel gioco. Amore platonico per LeBron James, per il playmaking e per i passaggi di Jason Williams. Citazioni preferite: "Limits, like fears, are often just an illusion" e "Il grande attacco dà spettacolo e porta tifosi al palazzetto, ma la grande difesa fa vincere i campionati"

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