Kenny “Sky” Walker: volando…in cucina!

Clyde Drexler e Spud Webb. Se riavvolgete il nastro a fine anni ’80, non due avversari così abbordabili parlando di schiacciate. In particolare…alla gara delle schiacciate. Siamo a Houston, Texas, e i due sopra sono i favoritissimi alla vittoria nella classica gara del sabato. Non avevano però fatto i conti con un giovane in maglia #7 blu-arancio.

Kenneth (all’anagrafe) Walker era giunto ormai al 3° anno di “residenza” al Madison Square Garden, e come molti avrebbero pensato in quel momento, la sua carriera professionistica sembrava in rampa di lancio. In realtà Kenny era già una star prima di venir scelto al draft del 1986 con la chiamata n. 5 al primo giro. Un’ala piccola atletica, molto atletica, nonostante i 203 cm di altezza, che oggi – per tipologia di fisico – ne farebbero un giocatore ideale per il basket del 2019. Con un’unica pecca: niente tiro da fuori!

Dopo una leggendaria carriera alla high school nella nativa Georgia (Mr Basketball dello stato nel 1982 e inclusione nella Hall of Fame statale nel 2018) Walker sceglie UK. Con i Wildcats arriveranno i successi individuali, come la doppia e consecutiva inclusione nel primo quintetto All-American, ma non quelli di squadra, con Kentucky fermata alla Final Four del 1984 da Georgetown. Tavola apparecchiata (non una coincidenza…) e si va a Broadway!

L’NBA? Non un posto per tutti

Le qualità atletiche e…aeree di Walker incendiano subito il Garden, ansioso come sempre di poter eleggere un nuovo giocatore a proprio idolo. Se poi magari questo è in grado di portare un sostanzioso contributo ad una stagione vincente, magari si smette anche di ricordare con malinconia gli unici due anelli di inizio 70′s. Kenny non farà nulla di tutto questo, ma lo spettacolo in campo aperto che sa regalare al pubblico più difficile dell’intera Lega ha pochi eguali. La canotta col suo numero (a livello scolastico vestiva la 34, poi ritirata a Lexington) va a ruba e i ragazzini sognano: cosa c’è di più bello?

Anche Kenny in fondo è ancora un ragazzo, troppo giovane ad esempio per perdere il padre, fatto che accade purtroppo proprio 3 giorni prima della vittoria nella Gara delle schiacciate del 1989. A lui va la dedica, ovviamente, per quella che sarà – anche qui solo e soltanto a livello individuale – l’unico riconoscimento nelle due fasi di carriera NBA. Due perchè dopo gli anni ai Knicks, Walker (tartassato dagli infortuni al ginocchio) inizia a girovagare “overseas”: Spagna e Italia (brevissima apparizione a Fabriano) prima di tornare 2 anni negli States con la maglia degli allora Washington Bullets, per poi chiudere, definitivamente, in Giappone.

Qualche rimpianto gli rimane, gli infortuni negano sempre la possibilità, all’interessato e ai fans, di poter sapere cosa sarebbe potuto essere e invece non è stato. Credo con obiettività non molto più di quello che “Sky” Walker ha effettivamente dimostrato su un parquet NBA, ovvero grande atletismo e forse un gioco più da lungo che da “esterno”, da ala piccola (mancanza di muscoli per spostarsi più vicino a canestro nelle lotte senza quartiere di fine anni ’80-metà ’90) con mancanza di tiro. Ma siccome l’altezza, come recita il detto, non si insegna, anche in un posto non per tutti Walker ha saputo dire la sua.

Tutto ciclicamente torna

Scoprirsi uomo di spettacolo fuori dai 28 metri di hardwood non è stata per forza una sorpresa per il nativo di Roberta, GA. Forse più per chi non l’ha mai conosciuto personalmente. L’estro già si vedeva con la palla in mano, non è stato di conseguenza un problema per Kenny costruirsi una solida carriera dietro ai microfoni di una radio.

Tornato a vivere a Lexington, Walker ha intrapreso infatti due carriere parallele, una lavorativa e l’altra più…per hobby: quello di anchorman impegnato anche in temi sociali e di attualità è la sua nuova professione (ormai dal 2000) ma la vera passione è per la cucina!

Viaggiare negli States da persona comunque privilegiata, e poi nel resto del mondo inseguendo una palla a spicchi, l’ha portato ad assaporare e provare – da persona curiosa e interessata – diversi tipi di cucina, italiana e giapponese su tutte, a livello internazionale. Mentre per gli USA la vicina Louisiana e New Orleans in particolare sono diventate influenze non trascurabili nel suo stare ai fornelli.

Una passione che l’ha portato anche ad essere ospite della trasmissione “Top Chef” quando questa è andata in onda direttamente dalla Rupp Arena.

Com’è facile intuire le sorprese non sono mai state abbastanza nella vita di Kenny, e i cambiamenti mai un problema. Facile immaginare anche qui che il tutto sia partito una volta appese le scarpe al chiodo…sbagliato! In un tipico “ritorno alle origini” Walker ha semplicemente ripreso quello che mamma Ola Mae aveva iniziato ad insegnargli da piccolo.

Essendo l’ultimo di 4 fratelli maschi – come racconterà lo stesso ex-giocatore – e non essendoci una ragazza in casa, lui che era il più piccolo trascorreva tantissimo tempo con la madre, in particolar modo in cucina. La passione è stata quindi tramandata da madre a figlio, quella per il fritto (pollo su tutti) tipico del classico menù del sud degli Stati Uniti, ma non solo.

Come detto la possibilità poi di viaggiare e confrontarsi con le abitudini e tradizioni culinarie di svariate nazioni ha fatto il resto.

Oggi tutto questo resta un hobby, ma nulla vieta al 55enne ex-Knick di aprirsi un ristorante e dedicarsi a tempo pieno alla cucina. Ne sarebbero sicuramente deliziati tutti gli amanti di piatti particolarmente forti, saporiti e piccanti, ovvero i “lineamenti” del suo essere cuoco. Un cuoco in divenire, come ancora si definisce lo stesso Kenneth, dispiaciuto di non poter più chiedere consiglio all’amata madre e insegnante, scomparsa qualche anno fa.

“Anything cooked and grill” non è male come indizio per capire i gusti a tavola – che prepari lui o che sia tra i commensali – di un ragazzo molto legato alle sue origini, al Kentucky, e sempre presente ad ogni iniziativa sociale e riservata a chi ha più bisogno. Mamma Ola, da lassù, sicuramente apprezzerà.

Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

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