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Just do it: Colin Kaepernick e la classe dominante

Just do it. Imperativo post-sovietico che dal 1988 accompagna incessantemente generazioni di giovani lanciati verso la luna con ai piedi sneakers di tendenza. Perfetta sintesi di un’epoca in cui ci viene sempre più spesso e con crescente intensità propinata l’immediatezza, la presa di posizione fine a se stessa, la scelta di un’identità rassicurante dietro cui nascondersi. Nel grande pantano di una civiltà bipolarista frammentata in individualità bipolari, l’essere umano è costantemente posto di fronte a bivi di natura politica, culturale, sociale, morale ed etica. Crediamo di essere liberi entro il recinto dei nostri social, dei nostri quartieri residenziali, dei nostri salotti iperaccessoriati, dei nostri account standardizzati. Quando un senso di claustrofobica oppressione ci assale nella quotidianità capitalista, tra meandri di aspettative iperuraniche, malcelate disillusioni, irrimediabili terrori e cicliche depressioni, in una costante negazione tra Campari e ansiolitici, cerchiamo la fuga fallace, l’evasione borghese, il divertissement post-andreottiano. E dunque rieccoci a guardare tra le fessure di una staccionata di gossip, rotocalchi d’avanguardia, moralismo post-moderno e adulteri virtuali. Assumiamo informazione in pillole, inaliamo etere a stelle e strisce, ingurgitiamo cultura di regime, costantemente sedati dalla stilla del politicamente corretto. Rinchiusi negli schermi dei nostri smartphone, viviamo entro perimetri da 5.8”. Abbagliati dalle luminescenze di realtà farsesche, accettiamo inconsapevolmente di divenire comparse in un planetario teatro dell’orrido.

E quindi “Just do it”, “Fallo e basta”. Assumi una posizione purchè sia, definisciti secondo schemi preconfezionati. Utilizza l’hashtag, abbraccia la causa, aderisci alla campagna mediatica, metti la croce sul simbolo di partito, urla il più ostentamente possibile la tua appartenenza. Indossa il colore della fazione, schierati, armati e preparati al massacro. Plaudi all’anchorman che umilia a mezzo Facebook, ascolta le massime del conduttore che ha abbandonato il calcio per darsi all’omelia democristiana della prima serata domenicale, commenta la vita posticcia della blogger multimilionaria, consuma editoria prêt-à-porter, fotografa il piatto, gonfia le labbra e guarda in camera. Interessati, anzi, non interessarti, semplicemente fingi che ti interessi. I barconi, la crisi del Mediterraneo, i cambiamenti climatici, la notte di Colonia, Charlie Hebdo, la Brexit, il caporalato, gli sfratti in periferia, gli stupri, i cambi di governo. E, soprattutto, per Dio, vota. Non c’è colpa più grave alle porte degli anni ‘20 del terzo millennio dell’annullamento della scheda elettorale. Informarsi, ricercare, analizzare, provare a comprendere, costruire un giudizio critico, tutta roba antica, inutile, superata. Ciò che conta sono le percentuali, il proselitismo di partito, la tolettatura e la tonsura della coscienza attraverso un’urna di cartone, un post su Facebook, una foto a tema. Da una parte o dall’altra, non c’è spazio per una terza via. Se non sei con noi, inevitabilmente sarai contro di noi.

L’uomo del post-2007 senza accorgersene ha intrapreso un percorso di regresso alle origini. Diviso in fazioni, clan, sette e lobby partecipa dal proprio divano ad uno scontro meta-ideologico in cui posizioni apparentemente differenti si cercano e si respingono l’un l’altra in un processo storico gattopardiano finalizzato al mantenimento dello stato di cose presenti, alla sopravvivenza del capitalismo globale.
La campagna mediatica ordita da Nike con crescente successo ed influenza è la perfetta esemplificazione di un sistema che autofagocitandosi rinnova costantemente se stesso senza mai cambiare. Sono cresciuto vedendo nascere, svilupparsi e avvilupparsi il movimento No Global, il popolo di Seattle, Naomi Klein, Noam Chomsky e le campagne per l’universalità dei diritti umani. Sul calare del ventesimo secolo Phil Knight e la multinazionale di Beaverton erano la personificazione del male. Lo sfruttamento minorile e le condizioni schiaviste adottate all’interno dei capannoni produttivi in Cina, Indonesia, India e Bangladesh riempivano gli schermi televisivi e cinematografici, oltre che le bocche di autorità politiche, testate giornalistiche, intellettuali e società civile su un lato e l’altro dell’Atlantico. Al grave danno d’immagine conseguito alle denunce e ai reportage sulle metodiche di produzione delle sneakers più vendute al mondo, venne ad aggiungersi nel corso degli anni 2000 l’autolesionismo inferto da strategie propagandistiche inaspettatamente fallimentari. Dal grande bluff Lance Armstrong, definitivamente svelato nel 2012, all’uxoricida Oscar Pistorius condannato nel 2014 (combinazione lo slogan scelto da Nike pochi mesi prima dei quattro colpi sparati contro Reeva Steenkamp fu un funesto “I am the bullet in the Chamber” affiancato dall’immancabile “Just do it”). Poi l’intuizione. I creativi al soldo di Knight, similarmente a Robert J. McClure nel 1850, iniziarono a guardare a nord-ovest, in direzione Cupertino. Aver investito sul talento di Michael Jordan e sulla pseudoefedrina di Carl Lewis era stato un bel colpo, certo, così come aver venduto scarpe sui carcinomi di Armstrong, sulle menomazioni di Pistorius e sul defunto padre di Tiger Woods.

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Dal 2005, però, era cambiato qualcosa nelle strategie di marketing mondiale. Lo “Stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs a Stanford aveva cambiato non l’essenza, bensì la forma, la dialettica, l’estetica del capitalismo occidentale. Un iPod, un iPhone, un iPad non dovevano più essere solo oggetti, bensì filosofie di vita, appendici esistenziali (oltre che corporee) dei loro possessori. Da quel momento in avanti non si sarebbe più trattato di vendere telefoni, scarpe, automobili, hamburger, bibite o prodotti televisivi. Da Jobs in avanti la grande sfida del marketing mondiale era divenuta vendere valori, identità, appartenenza, convertire lamiere, cristalli liquidi, carne di manzo, stoffe e invenzioni narrative in metafisica umanista. E quindi, in un’America scossa dall’egida trumpiana e attraversata dal più classico voltagabbana anti-establishment di celebrità hollywoodiane e giornalisti newyorkesi fino a pochi mesi prima fedelissimi clintoniani (a discapito di Sanders), giunse ben presto un nome: Colin Kaepernick.

Ma andiamo per gradi. Come nasce il mantra knightiano “Just do it”? L’origine è assai interessante e per certi versi emblematica, sicché, caro lettore, concedimi di soffermarmi per un secondo a raccontarti come e dove tutto ebbe inizio. Le origini dello slogan più rappresentativo dell’ultimo trentennio sono insanguinate tanto quanto le radici degli Stati Uniti d’America. Correva l’anno 1988 e Dan Wieden, rampante pubblicitario Nike incaricato per la nuova campagna, da venti minuti si alambiccava alla ricerca di una parola d’ordine capace di comunicare alla donna che faceva jogging per perdere qualche chilo, così come all’atleta di fama mondiale, quando un lampo, una reminiscenza ne folgorarono la mente: Gary Gilmore.
Gary Gilmore era poco più che un ladruncolo di quartiere quando nel 1952, all’età di dodici anni, venne colto in flagrante nel corso di un furto e spedito per tre anni in riformatorio a Portland, Oregon. Suo fratello minore, Michael, bazzicava già all’epoca la casa dei Wieden ed era ancora amico di Dan quando nel ‘62 la polizia prelevò nuovamente Gary con un mandato d’arresto per rapina a mano armata. Quindici anni di reclusione, ridotti poi a quattordici più uno di libertà condizionata. Nel ‘76 il maggiore dei Gilmore decise dunque di tagliare definitivamente i ponti con l’Oregon, trasferendosi tra le nevi mormone dello Utah. Nuova casa, vecchia vita. Non trascorse che una manciata di mesi perché Gary rapinasse una stazione di servizio locale piantando una pallottola nel cranio di un benzinaio. Ad attenderlo, questa volta, le sbarre del braccio della morte. La sera del 16 Gennaio 1977 gli venne servita l’ultima cena: bistecca al sangue con contorno di patate, il tutto innaffiato da una tazza di latte e caffé. Bevve solo quella. Il mattino seguente, di fronte allo scintillio della sedia elettrica, Gilmore scelse accuratamente il proprio testamento morale prima che il fuoco della giustizia ne friggesse le membra. “Let’s do it”, “Facciamolo e basta”. Così fu. Nell’aria non rimase che il fumo acre della legge e un odore di carne bruciata. Da qui la parola d’ordine dello Swoosh. Dal sangue di un omicida, dalle ultime parole di un condannato alla pena capitale.

Gary Gilmore

Nei trent’anni intercorsi tra il lancio della formula di Wieden e il sodalizio con Kaepernick la quattordicesima azienda più ricca del pianeta avrebbe più volte provato a ripulire la propria immagine dalle legittime accuse di sfruttamento e violazione dei più basilari diritti umani. Già negli anni ‘90, di fronte alle ripetute campagne di boicottaggio e alle pressioni della stampa, la strategia a marchio Nike divenne presto interlocutoria, bonaria, troppo bonaria, quasi imbonitrice. Réclame a tinte salesiane sui maggiori quotidiani nazionali, lettere agli editori e corrispondenze aperte coi rettori e gli studenti delle più illustri università americane divennero ordinario modus operandi della multinazionale di Beaverton. Il tutto al fine di ristabilire un rapporto di fiducia e trasparenza con i propri acquirenti. Tutto bene, tutto perfetto, neppure una grinza, fino al caso Kasky, nel ciclico nascere, perire e rigenerarsi della realtà.

Nel 1998 Marc Kasky, sindacalista e attivista di San Francisco, avrebbe infatti sollevato per la prima volta nella storia del genere umano un caso destinato a farsi esemplare (o quantomeno così la logica avrebbe voluto). All’ombra della Corte della California l’accusa depositata dal cinquataquattrenne co-direttore del Green Century Institute era chiara quanto originale: propaganda decettiva. In soldoni Kasky aveva intuito quanto all’umanità dell’epoca risultava già cristallino, eclatante, manifesto: la nuova campagna pubblicitaria Nike era fondata su presupposti falsi e capziosi poiché totalmente smentiti dalle modalità produttive e dalle condizioni di lavoro dei laboratori affiliati nel sud-est asiatico. Vittorioso in prima istanza presso la corte locale e sconfitto in seconda istanza presso la Corte Suprema della California, patron Knight avrebbe successivamente fatto ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America ottenendo l’annullamento della sentenza e la riapertura della disputa processuale. Dunque il più classico degli esiti: patteggiamento e corresponsione di 1.5 milioni di dollari alla Fair Labor Association di Washington DC (il caso Kasky contro Nike è in realtà molto più ampio e complesso di quanto non vi abbia fatto credere in queste poche righe, vi consiglio pertanto di approfondire, dato il valore storico di un dibattito che tentò di discernere per la prima volta nella storia tra political speech e commercial speech. In sintesi: gli avvocati di Knight tentarono di giustificare la contraddizione tra possedere degli schiavi in Vietnam e farsi pubblicità parlando di eguaglianza, ambiente e diritti umani affermando che la svolta nella propaganda Nike non aveva nulla a che vedere con il marketing, in quanto semplicemente finalizzata a dichiarare al mondo la visione dell’azienda in materia di res pubblica). Arriva dunque lo Human Rights and Labor Compliance Standards, rapporto aziendale di responsabilità sociale con cui Knight e soci si impegnano a fissare l’età minima d’impiego a 16 anni e ad ovviare alle condizioni disumane dei centri di produzione asiatici. Pochi anni più tardi lo scandalo per l’impiego di operai in età infantile nella produzione di palloni da calcio in Pakistan. E ancora, nel 2008 lo sciopero a Ching Luh di ventimila operai vietnamiti quotidianamente impiegati negli sweatshops dello Swoosh, il più grande sciopero nella storia del paese. Nelle parole del leader Nguyen Van Thua il ritratto della condizione di decine di migliaia di dipendenti: “Non è più possibile sopravvivere con meno di 40 dollari al mese”.
Insomma, qualche lettera aperta al New York Times e un codice etico aziendale farsa non potevano bastare a restituire al Baffo l’immacolato biancore che avrebbe definitivamente appagato democratici, attivisti per i diritti umani, comunità afroamericana, femministe, universitari di Georgetown e movimento LGBT. No, ci voleva di più. Molto di più. Il verbo doveva farsi carne.
E dunque eccolo, il Messia delle scarpe da ginnastica, il profeta disceso dall’Olimpo del professionismo multimilionario a stelle strisce: Colin Kaepernick.

Colin Kaepernick nasce nel 1987 a Milwaukee da padre afroamericano e madre italoamericana. Venuto alla luce dopo il divorzio dei genitori biologici, fin dai primi anni di vita cresce sotto l’ala dei genitori adottivi, Rick e Teresa Kaepernick. Dopo quattro anni a Fond du Lac, Wisconsin, Colin si trasferisce con il resto della famiglia in California, dove trascorre il resto dell’infanzia e l’intera adolescenza. Qui, tra i prati assolati e le radiose palestre della Pitman High School di Turlock, ben presto il giovane Kaep si distingue per l’innato talento sportivo in tre discipline: baseball, basket e football. In virtù degli allori liceali, nell’estate 2005 Colin sarà destinatario di molteplici offerte di borse di studio per il baseball da diverse università di rilievo. La scelta, però, ricadrà sull’unico ateneo privato ad avergli offerto un posto nella propria rappresentativa di football: l’Università del Nevada. Nel 2011 la chiamata al piano superiore. A spalancargli le porte del professionismo mondiale sono i San Francisco 49ers. Nel 2012, complice l’infortunio di Alex Smith, ottiene minuti sostanziosi e mette a referto un touchdown e buone statistiche individuali. È la svolta. Coach Jim Harbaugh gli affida la squadra. Playoffs fenomenali e 49ers al Super Bowl, il titolo va però a Baltimora. Nel 2013 la storia sembra potersi ripetere, ma la compagine della California cade ad un passo dal Super Bowl. Il 4 Giugno dello stesso anno Kaepernick sigla un’estensione contrattuale da 126 milioni di dollari per sei anni. È l’inizio della fine. La stagione 2014 si sarebbe rivelata contraddittoria, a tratti inspiegabile, nel complesso fallimentare. Niente playoffs. Harbaugh lascia per tornare ad allenare nel campionato universitario, al suo posto coach Jim Tomsula. Le prime otto partite della stagione 2015 di Kaep sono un disastro. Sei sconfitte in otto match, per Tomsula è necessario un cambio in cabina di regia, squadra a Gabbert, Kaepernick in panchina. Arriva dunque l’infortunio in allenamento, l’intervento chirurgico alla spalla e la defezione per il resto dell’annata sportiva. A fine stagione Tomsula viene esonerato, al suo posto mette le mani sul timone Chip Kelly. Il 3 Settembre 2016 Gabbert viene confermato quarterback titolare. Due mesi e mezzo prima l’elettorato democratico della Columbia aveva sancito con il proprio voto l’incoronazione di Hillary Clinton a discapito di Bernie Sanders nella lunga corsa delle primarie. Donald Trump, nel mentre, dal 4 Maggio 2016 aveva definitivamente conquistato i favori dell’elettorato repubblicano. Descrivere la stagione 2017 di Kaepernick senza ricorrere a una sceneggiatura tragicomica degna di Jardiel Poncela è pressoché impossibile, sicché mi limiterò a riassumerne approssimativamente i momenti salienti. Parte da riserva, dopo sei settimane torna titolare complici gli scempi di Gabbert, nel mentre i 49ers gli accorciano di un anno il contratto (in via del tutto regolare) con opzione per un’eventuale stagione supplettiva, gioca bene, stabilisce un paio di record, San Francisco perde, gioca malissimo, San Francisco perde, Gabbert gli soffia nuovamente il posto in campo, il giorno della vigilia di Natale torna titolare, termina la stagione con dodici partite giocate, di cui 11 da titolare, una sola vittoria stagionale e statistiche discrete, ma non esaltanti. Nel Febbraio 2017 comunica il proprio intento di essere scambiato e il 3 Marzo sceglie di uscire dal contratto con i 49ers. Nulla di strano, niente di nuovo sotto il sole, ordinaria amministrazione nel professionismo sportivo. Tutto regolare, non fosse che nel mentre era andata sviluppandosi una fitta trama dentro e fuori dal campo. O meglio, tra bordo campo e gli account social di mezzo globo terracqueo. Alle porte della stagione 2016, il 26 Agosto, i cameramen e i fotografi delle principali emittenti televisive immortalano Kaepernick seduto durante la classica pantomima degli inni nazionali pre-partita. La spiegazione non avrebbe tardato ad arrivare. L’intento dichiarato era quello di disconoscere una bandiera all’ombra della quale molti afroamericani perdevano ogni giorno la vita per mano delle forze dell’ordine. Nel giro di qualche giorno la presa di posizione di Kaep passa da un’integerrima seduta ad una più moderata, centrista e politicamente corretta genuflessione, nel rispetto delle truppe impegnate in guerra, come avrebbe poi spiegato lo stesso Colin (sono io o già le premesse avevano un che di contraddittorio?). Trump inizia a twittare, il fenomeno Kaepernick diviene virale, la questione si fa politica, ma soprattutto mediatica e ben presto, seppur sotto traccia, anche commerciale. Non passano che pochi giorni perchè esplodano le vendite della divisa numero 7 dei 49ers. A Beaverton le orecchie dei pubblicitari si drizzano. Kaepernick è un testimonial minoritario Nike dal 2011 e solo nel 2016 ha ricevuto 22 milioni dalla compagnia di Knight per fare sostanzialmente nulla in termini di marketing.
Arriva il Settembre 2018 e l’ancor disoccupato Kaepernick (nel mentre in causa con la National Football League, a suo avviso rea di aver complottato affinché nessuna squadra gli offrisse un contratto) suggella il proprio sodalizio con Nike. La svendita della supposta campagna a sostegno di Black Lives Matter vale all’ex-quarterback di San Francisco un contratto da testimonial Nike d’élite con annesse royalties e accordi per una linea personale di abbigliamento sportivo. Cifre e termini del contratto rimangono a tutt’oggi segreti.

Il 3 Settembre 2018 il nuovo spot Nike invade web ed schermi televisivi mondiali. È il trionfo del “Just do it” nel trentennale della sua nascita. Il motto è “Dream crazy”, eco al jobsiano “Stay foolish”. Nei fotogrammi che riempiono i due minuti di girato compaiono tutti, dallo skater vegano Nyjah Houston al piccolo wrestler senza gambe Isaiah Bird, dalla boxeuse in hijab Zeina Nassar al surfer innovatore Kai Lenny, dalla cestista paraplegica e blogger di riferimento nell’ambito della lotta alla depressione Megan Blunk al maratoneta dei record Eliud Kipchoge, dall’eccentrico fenomeno del football Odell Beckham Jr. alla homecoming queen e linebacker Alicia Woollcott, dall’ironman Charlie Jabaley, capace di perdere 55kg e sopravvivere a un tumore cerebrale, alla skater queer Lacey Baker, dal calciatore professionista Alphonso Davies, nato in un campo per rifugiati in Ghana, alla superstar cresciuta tra i bassifondi di Akron LeBron James, dalla nazionale femminile di calcio statunitense al primo giocatore senza mano a giocare nella NFL Shaquem Griffin, fino a Serena Williams, miglior tennista ogni epoca nata a Compton, sobborgo di Los Angeles. Lo spot diviene immediatamente virale, riscuotendo una risonanza probabilmente mai raggiunta prima da una campagna a firma Nike. La summa dell’epoca contemporanea, con i suoi dibattiti, le sue complessità sociali, i suoi scenari storici e geo-politici, i suoi drammi, finalizzata a far sì che uomini e donne, di qualunque etnia, classe sociale, orientamento sessuale, continuino a comprare le sneakers più famose di ogni epoca. Anzi, per far sì che qualunque essere umano sulla faccia della terra da domani preferisca quelle sneakers e quel marchio in quanto etico, progressista, open minded. A mettere il sigillo allo spot è lo stesso Kaepernick con la solenne billboard-morale “Believe in something even if it means sacrificing everything”.

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E dunque, cosa avrebbe perso Colin Kaepernick? Cosa avrebbe sacrificato un atleta di talento che, dopo due anni di forte appannamento professionale (direi quasi di ridimensionamento delle proprie prospettive di carriera) ha deciso di vendere i suoi sedicenti ideali di eguaglianza e giustizia a una multinazionale che soltanto nel 2017 ha licenziato il 2% del proprio organico (1.400 dipendenti) nell’ottica di un’ulteriore incremento profittuale? Quale sarebbe il sacrificio del Messia marchiato Nike, quella stessa Nike che ancor oggi deve gran parte della propria produzione a lavoratori vietnamiti pagati 2$/ora (contro i 7$ delle fabbriche cinesi e i 42$ di quelle statunitensi)? Interrogativi consistenti, non trovi? Consistenti quasi quanto l’aumento del 31% delle vendite online nella prima settimana dall’uscita del nuovo spot e l’incremento di 6 miliardi nel valore complessivo aziendale registrato tra il 1° Maggio e il 24 Settembre 2018. Ora ci è chiaro come in quel famoso giorno di Settembre Kaepernick non fosse in ginocchio in segno di protesta contro la bandiera degli Stati Uniti. In quel pomeriggio di inizio autunno l’attivista-affarista di San Francisco era genuflesso di fronte al grande idolo della società dello spettacolo in nome di una bandiera costellata di dollari americani.
All’immediato e immancabile endorsement di LeBron James, che nel 2015 ha venduto a vita la propria immagine (e forse anche una fetta della propria anima) a Nike in cambio di un miliardo di dollari, è seguito quello di Serena Williams, dal 2004 a libro paga di Knight. Ecco, appunto, Serena. Il 24 Febbraio di quest’anno Nike rilascia l’ipotetico seguito del manifesto propagandistico “Just do it”. Già dal titolo il richiamo al 2018 è palese: “Dream Crazier”. Seppur con una certa ipocrisia politically correct, lo spot si apre con un chiaro riferimento all’8 Settembre 2018, quando, sull’orlo della sconfitta contro la rivale Naomi Osaka, la stessa Williams proruppe in una serie di invettive, insulti e minacce verbali all’indirizzo del giudice di sedia Carlos Ramos. In quei sette minuti di follia dalla bocca della tennista di Compton uscirono ripetute e veementi richieste di scuse formali da parte dell’arbitro, abusi verbali di varia forma e natura, intimazioni di distruzione della carriera del giudice di gara, accuse di bugiarderia e furto sportivo, risate sarcastiche passivo-aggressive, richiesta di intervento degli arbitri bordocampisti, lacrime, stridori, riferimenti alle irregolarità nel tennis maschile, riferimenti alla figlia tra il pubblico e, per concludere, la massima “I don’t cheat to win, I’d rather lose. Ma cosa era realmente accaduto in quella calda sera dell’Arthur Ashe Stadium? Nulla di che. L’irreprensibile Serena aveva ricevuto indicazioni tecniche dal proprio coach, Patrick Mouratoglou, seduto sugli spalti, fatto di per sé irregolare e passibile di penalità. Che poi ciò avvenga di continuo sia nel tennis maschile, che in quello femminile è un discorso del tutto irrilevante in termini di norme e correttezza, soprattutto se l’atleta in questione afferma di preferire un’eventuale sconfitta piuttosto che violare il regolamento. La geremiade di Serena prosegue poi in conferenza stampa, tramutandosi nei giorni a seguire in un dibattito ideologico sulla parità dei sessi. Nessuno chiaramente elargisce neppure una parola di comprensione per quel Carlos Ramos subissato di fischi dal pubblico, umiliato in mondovisione e impossibilitato a difendersi di fronte alle violenze verbali della Williams. Eppure, mi domando, sono io o la prospettiva corrente secondo cui la violenza tra sessi possa esistere esclusivamente in direzione uomo-donna è un po’, ecco, come dire, maschilista? A parti inverse (e soprattutto a sessi invertiti) la reazione del pubblico sarebbe stata la stessa? Il discorso sulla parità dei sessi ha per finalità l’edificazione di un contesto sociale e civile in cui gli individui possano contare su eguali diritti e pari dignità o su una brutalizzazione del sesso opposto gratuita, pretestuosa e moralmente accettata sulla base del relativismo culturale vigente o dello status del soggetto in questione? E, soprattutto, cosa c’entra il legittimo fischio di un fallo sul dorato perimetro degli US Open con la discriminazione? Come è possibile che il mondo si fermi a disquisire e prendere parte sulle questioni di Serena Williams e Meek Mill, oggettivamente dei plutoprivilegiati del nostro tempo che non accettano neppur lontanamente di confrontarsi con un principio di eguaglianza, sia esso rappresentato da un regolamento sportivo o da una sentenza giudiziaria (a cui, differentemente, un proletario, sia esso caucasico, afroamericano, latino o asiatico, non potrebbe sottrarsi in alcun modo), quando negli ultimi vent’anni la realtà mondiale e le esistenze degli individui che la compongono risultano sempre più piegate e sottomesse alle logiche di sfruttamento, violenza sociale, odio intercomunitario e abuso di classe? Ma stiamo divagando. Torniamo alla Nike.
Il 24 Febbraio 2019 esce lo spot “Dream Crazier”. La voce narrante è proprio quella di Serena Williams e la frase di apertura è la seguente: “If we show emotion, we’re called dramatic”. Dopodiché il vocabolo inglese “crazy” viene ripetuto esattamente dieci volte, il che già di per sé alluderebbe all’antica faciloneria per cui “la donna è mobile” e via discorrendo. Da lì in avanti un’orgia di luoghi comuni, invettive subliminali senza un destinatario preciso e un utilizzo del tutto generalista e generalizzante di “Us”, “Them” e “You” (il buon dividi et impera ha sempre avuto il suo fascino). Nel guazzabuglio corredato da climax di violini finisce persino Caster Semenya, velocista sudafricana la cui sessualità è divenuta caso medico-sportivo dopo le ripetute denunce da parte delle atlete colleghe e rivali.

Ma perchè tutto questo? Abbiamo di fronte a noi una prima risposta molto semplice quanto veritiera: perchè lo sport femminile sta crescendo, sia a livello amatoriale, sia in ambito professionistico. Per Nike ciò si traduce in un nuovo mercato internazionale del valore di centinaia di milioni di dollari. Poi abbiamo una seconda possibile risposta un poco più recondita. Quella Nike per cui Serena aveva ribadito il proprio endorsement morale (prezzolato) affermando: “They want to support women that want to have families” un anno e mezzo addietro era stata al centro del reportage pubblicato dal New York Times il 28 Aprile 2018 in cui differenti dipendenti donne dichiaravano di aver lasciato l’azienda a seguito episodi di molestie e discriminazione. Era necessaria dunque una rapida ed efficace lucidata e la Williams ha di buon grado offerto la propria mano per mondare lo Swoosh dalle proprie sozzure.

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E quindi, eccoci, caro lettore, questi sono gli idoli e queste sono le campagne ideologiche del nostro tempo. Campagne rappresentate e portate avanti dai fantocci dorati di una società dello spettacolo strumento di un sistema che vive, si alimenta e si fonda sulla disparità sociale, sullo sfruttamento produttivo e sull’abuso psicofisico. Campagne che non hanno altro interesse che alimentare il consumo, distogliere l’attenzione, generare miraggi, illudere che a cambiare la nostra condizione possano essere coloro che vivono ad anni luce da essa in quanto ingrassati e arricchiti dal mangime di regime quotidianamente offertogli dalle corporazioni che stringono in pugno l’ordine mondiale.

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Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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