Embiid

Joel Embiid: pregi e difetti del giocatore più atteso della lega

Era il 26 giugno 2014 quando Joel Hans Embiid veniva scelto al draft come terza scelta assoluta dai Philadelphia 76ers. Solo sei giorni prima, però, il centro uscito da Kansas affrontava l’operazione che gli avrebbe curato la frattura da stress al piede destro. Questo voleva dire un anno intero lontano dai campi. Dopodichè verso la fine della riabilitazione, il piede fa crack ancora: altra operazione, altro anno intero a guardare i compagni giocare.

Sembrava un saluto da parte del Fato con biglietto omaggio di sola andata per il dimenticatoio. Ivece Joel è tornato.

Così, dopo ottocentocinquantuno giorni di attesa, possiamo finalmente ammirare il gioiello dei Sixers.

Embiid ha iniziato la stagione 2016/17 da rookie a tutti gli effetti e ora nel dimenticatoio ci è finito l’infortunio al piede.

Dopo dieci partite giocate il centro di Phila è già sulla bocca di tutti, forse perché finalmente si può dare libero sfogo ai commenti e alle analisi che tutti aspettavano di poter fare da due anni, o forse perché le sue doti sono quelle di uno che può realisticamente candidarsi al ruolo di dominatore assoluto della Lega. Ora che è tornato a pieno regime possiamo capire che tipo di giocatore è. Quale sono i suoi pregi e i suoi difetti.

Embiid è alto 213 cm e pesa 113 kg, ovvero le misure di un lungo vecchia scuola. Ma la velocità di piedi e la sensibilità dei polpastrelli sono quelli di un giocatore che sta costruendo un gioco adatto al basket che verrà.

Trust the process è la frase più in voga nell’NBA in questo momento. Il “processo” è ciò che dovrebbe riportare i Sixers a essere una squadra competitiva dopo un letargo che sembra durare da una vita. Questo processo passa in gran parte dalle mani di Embiid. Come il processo di squadra anche quello di Embiid come giocatore è in fieri. E’ quindi ancora da considerare un giocatore in stato di piena evoluzione. Ma da alcuni tratti del suo gioco possiamo determinare le armi più letali che possiede e ciò su cui può ancora migliorare.

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Paradossalmente la zona di campo in cui può fare più male sembra essere quella che in America chiamano “Top of the key”, ovvero la punta. Paradossalmente perché da un lungo di quella misura ti aspetti di vederlo (erroneamente) sulle “tacche” in post basso. Dalla punta Embiid può dare sfogo a tutto il lavoro fatto in termini di mobilità e tiro da tre. Guadagnando questa posizione del campo dall’uscita da un pick’n’pop o arrivando come secondo rimorchio Embiid ha un’infinita serie di soluzioni di cui le difese dovranno tenere conto: fino ad ora viaggia col 46% da fuori, percentuale mostruosa, che rende il tiro dalla lunga distanza una tra le sue armi migliori. Dalla punta può inoltre mettere giù la palla e attaccare il ferro, molto presumibilmente poco protetto dovendo il lungo avversario preoccuparsi di prendere il camerunense fuori dall’area per evitare che faccia male da tre. Infine può far fronte a una rotazione perimetrale con una discreta, ma sicuramente migliorabile, capacità di passare la palla. Embiid in punta possiede dunque le tre armi fondamentali che il gioco mette a disposizione per far male all’avversario: tiro, passaggio e partenza in palleggio. La famigerata “triplice minaccia

Il dominio fisico vicino al ferro è totale. Dentro l’area è praticamente infermabile. In situazioni da rimbalzo in attacco o quando riceve in posizione molto profonda, prendendo d’anticipo il posizionamento del difensore, la stazza lo porta sempre a portare a casa punti o falli.

Sul pick’n’roll attualmente è assistito dal “Chacho” Rodriguez, ovvero playmaker spagnolo con barba, sapientissimo narratore esterno del movimento, che detta il ritmo del gioco a due ma allo stesso tempo è a completa disposizione della lettura del lungo camerunense per servirgli l’assist dove meglio gli aggrada.

Per ora il post medio o basso ancora non sembrano essere i suoi punti di forza migliori, spesso insiste con questa soluzione senza raccogliere buoni risultati. Anche da qui, in ogni caso, tende spesso a fronteggiare il canestro. E’ una posizione in cui si trova meglio rispetto a un attacco spalle.

Commette molte ingenuità in fase offensiva (4 palle perse a partita, un enormità) ma la palla passa molto dalle sue mani. In difesa commette errori che sicuramente correggerà, salta spesso sulle finte e preferisce cercare la stoppata piuttosto che una competente protezione del ferro. Errori che sono da attribuire alla giovane età e alla voglia di mettersi in mostra in fase difensiva.

L’ambiente in cui gioca non poteva essere dei migliori. A Philly quest’anno c’è un sentore di entusiasmo, forse si sta accendendo qualcosa e forse è proprio Joel la scintilla che ha acceso questo (ancora un po’ blando) fuoco che sta animando l’ambiente. Crescere in una squadra che guarda poco ai risultati sarà più facile per in Nostro, i suoi errori sono sempre perdonati perché fanno parte di quel “processo” di cui si parlava prima che porterà a far brillare tutti i gioielli di Philadelphia. In attesa di vedere quello più grosso di tutti…

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Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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