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Jason Williams, ovvero l’elogio dell’entropia

“I did it, so all of you won’t ask me again to do it”

12 Febbraio 2000, Oakland Arena, California, oggi Oracle Arena, nonché teatro delle gesta di Steph & Bros, come di alcune delle più esaltanti sfide per l’Anello che l’NBA moderna abbia magistralmente, quanto crudelmente, inciso sull’infinito parquet del Gioco. Ma torniamo indietro, Oakland, dicevamo. All’epoca il grido evocativo “MVP, MVP, MVP” riecheggiava ben distante da 7000 Coliseum Way e la squadra che abitualmente calcava i 30×17 della Baia avrebbe chiuso quella stagione con un misero record di 19-63, pur non essendo priva di talenti (Antawn Jamison tra tutti).

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Eppure, quel 12 Febbraio Oakland divenne lo scenario di un gesto che tutti (e intendo davvero tutti) gli appassionati, negli USA, così come in Europa, avrebbero imparato a conoscere e la cui leggenda, che inarrestabile avrebbe solcato i due oceani, si sarebbe diffusa tra i campetti di tutto il mondo: parliamo dell’elbow pass. Rookie Challenge, contropiede in campo aperto per i Sophomores, rimbalzo di Raef Lafrentz e apertura per il playmaker, palla in mano a Jason che avanza fino alla linea del tiro libero, lo sguardo passa dal canestro a Odom e poi, probabilmente, verso la star di Hollywood d’ordinanza a bordo campo, dopodichè, per almeno 5 secondi nessuno capì come, la palla finì in mano a Lafrentz (che, poi, tanto per cambiare, non sarebbe riuscito a chiudere a canestro).

Ora, il giorno seguente Vince Carter avrebbe consegnato agli annali quell’All Star Game, sottraendo per sempre all’oblio lo Slam Dunk Contest, grazie ad una delle più incredibili serie di schiacciate mai viste nella storia del Gioco (a mio parere la più straordinaria assieme alle sfide Jordan-Wilkins ’88 e LaVine-Gordon 2016), mentre nella Gara delle Stelle sarebbero scesi in campo mostri sacri come Shaq, Kobe, Duncan e Iverson; eppure quel gesto e quel giocatore bianco dallo specimen fisico più vicino a quello dei comuni mortali della West Virginia, che a quello di un pro NBA, da quel giorno rimasero impressi nella mente di un’intera generazione cestistica (e forse anche di due o tre).

I tempi di “White man can’t jump” di Shelton non sono così lontani dagli anni dell’ascesa cestistica di Jason e, forse, fino a quel momento pochi bianchi avevano avuto un impatto così dirompente nel mondo del basket americano.

Dopo 3 sospensioni per marjuana ed una conseguente squalifica da parte della sua stessa University of Florida per tutta la stagione NCAA ’98, Williams decide di rendersi eleggibile per il Draft NBA, uscendo in tal modo da un contesto cestistico ed universitario in cui sarebbe stato tutto fuorché semplice continuare il proprio percorso. Ed è così che arriva La Chiamata (7° scelta generale) dei Sacramento Kings. Jason viene catapultato dall’oggi al domani in quella realtà californiana che per 3 anni gli sarà compagna tra allori, showtime, acclamazioni dentro e fuori Sunny State, assieme ad alterchi, controversie e sconfitte.

Stiamo parlando dei Kings di Vlade Divac, Chris Webber e Stojakovic, all’epoca una delle franchigie di maggior talento e con le più rosee prospettive di sviluppo, eppure incapace di raggiungere la finale della Western Conference fino al 2002, primo anno del periodo post-Williams in cabina di regia. Su quegli anni di Sacramento, ovvero di una delle più belle squadre che la mia generazione abbia potuto ammirare in corso d’opera, scriverei volentieri per tutta la notte, ad ogni modo mi limiterò ad un’osservazione tanto personale, quanto discutibile: quel 2002, che per motivi vari ed eventuali non vide per un soffio completare l’epica valchiria di C-Webb e compagni con la conquista dell’Anello, segnò l’ascesa e la consacrazione definitiva dei Kings nella Western prevalentemente per la maturazione dell’intero gruppo e l’innesto di Christie e Turkoglu, più che per il cambio della guardia Williams-Bibby.

Gli anni di Cali in sintesi

Jason Williams si guadagna da subito, durante una trasferta a Chicago, il soprannome di White Chocolate per il suo stile funambolico da playground dei sobborghi; la sua numero 55 bianco-viola fu la quinta maglietta NBA più venduta, pur trattandosi solo di un rookie; nel 2001 scatenerà un caso diplomatico con la comunità asiatica locale, dopo un infuocato scambio di opinioni con Michael Ching e soci nell’intervallo di Sac-Warriors. Nello stesso anno il ragazzo venuto da Belle pagherà diverse decine di migliaia di dollari per scontri verbali con tifosi più o meno illustri, al punto da essere depennato dalla lunga lista di testimonial Nike.

Gli anni dei neonati Memphis Grizzlies

Los Angeles Lakers v Memphis Grizzlies(Straight outta Vancouver) Non esattamente desideratissimi, come non mancherà di sottolineare nella sua prima stagione, sono caratterizzati dal passaggio al numero 2 sulla maglia, da una maggiore maturazione come playmaker e dalla condivisione di 4 stagioni con i grandi prospetti Battier, Gasol e Mike Miller, nonché con promesse più o meno mantenute come Giricek e Bonzi Wells (proprio lui, Bonzi, quello dei Jail Blazers, leggasi gli anni estatici e controversi di Portland tra nottate di grande basket, risse nei night club, processi e relazioni bipolari con la tifoseria locale) sotto gli occhi prima di Lowe, poi del sancta sanctorum Hubie Brown ed infine di Mike Fratello, che nel nel 2006 avrebbe salutato il Tennessee e con esso anche l’NBA e l’attività di allenatore, per poi tornare nel 2011 come selezionatore della nazionale ucraina. The White Chocolate scriverà l’atto finale della sua permanenza eschilea a Memphis, lasciando il suo marchio di fabbrica, ovvero spettacolo, dedizione e fervore, quest’ultimo soprattutto nei riguardi della stampa e consegnato alla memoria dei posteri nella dichiarazione

“I’m not letting him write anything. I didn’t do anything. I just took his pen”

rilasciata dopo un contatto ravvicinato con Geoff Calkins del Commercial Appeal, reo di aver pubblicato una serie di analisi piuttosto ingenerose nei confronti dei Grizzlies e soprattutto di Jason, accusato di essere qualcosa di molto simile ad un perdente. Ad ogni modo, tutto si risolse con una multa da 10.000 dollari al playmaker della West Virginia, ricordato anche per l’ottima serie di playoffs giocata contro i Suns, mentre oggi di Calkins rimane un’eredità giornalistica piuttosto esigua.

Ritorno in Florida

Miami Heat Jason Williams

Il 2 Agosto 2005 avviene l’incredibile: 13 giocatori si spostano tra la East e la West Coast, esattamente tra 5 differenti città, incluse quella di Elvis e la più grande area di svernamento per pensionati della upper class statunitense, anche conosciuta come Florida. Stiamo parlando della più grande trade mai realizzata in NBA e, in particolar modo, trattasi dello scambio che porterà The White Chocolate sulla strada di Dwyane Wade e Shaquille O’Neal e, soprattutto, sulla strada per il cimelio più agognato da chiunque un giorno abbia conosciuto, più o meno biblicamente, le Finals NBA: l’Anello.

 ”He wanted to play with me and I wanted to play with a guard who loves to pass and I think it’ll be a good combination for myself and Dwyane Wade”

e ancora

“I was the one who helped broker the deal this summer”

Parole di uno che spesso ha fatto uso della lingua di Shakespeare e Arthur Miller con la stessa grazia da pachiderma con cui usava demolire avversari e canestri in campo, ma, allo stesso tempo, parole di uno che raramente non ci azzeccato (a parte la promessa di titolo a Phoenix, che ancora grida vendetta), insomma, parliamo di Shaq. O’Neal e Williams ci metteranno ben poco a costruire una certa affinità elettiva dentro e fuori dal campo e, se qualcosa ho imparato da questo paio di decenni trascorso in questa sorta di malattia per il basket, quando metti insieme un playmaker dalla tecnica e dalla visione di gioco quasi inattingibili e uno dei più dominanti centri della storia del Gioco (a mio parere il più dominante in assoluto, just fo’ sayin’), beh, la trama si fa interessante. Se poi aggiungete a tutto questo Wade nella sua massima acme, che dire, la storia diviene intensa e vorticosa, quasi come nelle notti bianche dell’inarrivabile Fedor Michajlovič. Ma, fermi tutti, dimentichiamo un ultimo personaggio inesorabilmente presente in gran parte delle mitologiche epopee della Lega: Pat Riley. Look da comparsa di “Scarface” di Oliver Stone, fama di sciupafemmine, amante della dolce vita felliniana, per me il sig. Riley è sempre stato una sorta di maestro jedi della pallacanestro e, al di là delle personali opinioni cestistiche, è inconfutabile come abbia contribuito all’edificazione di una parte delle fortune dei Lakers e degli Heat (che poi, nonostante i vortici agravitazionali di oblio che tendono a fagocitare il ricordo degli sconfitti, tutto sommato anche a New York fece il suo, ma all’epoca colui che moveva il sole e l’altre stelle rispondeva al nome di Hakeem “The Dream” e poco ci si poteva fare).

La cavalcata fu inarrestabile, Bulls, Nets, Pistons dovettero chinare il capo ad Est, fino alla conquista anche dell’Ovest nel 4-2 che condannò Nowitzki e compagni alla sconfitta (a proposito di corsi e ricorsi storici, ricordate come andò a finire 5 anni dopo, nello scontro tra la Miami dei Big Three e la Dallas del resiliente ragazzo venuto da Wurzburg?).

Gli anni successivi furono contrassegnati da un fenomeno non propriamente inusuale nello sport: la quiete dopo la tempesta, quella stessa quiete che, talvolta, tende ad ossidare almeno in parte l’argento vivo che s’agita nell’animo di un campione, soprattutto se questi ha dovuto correre avanti e indietro per il campo, tra un assist e una palla recuperata, per 15 anni, dalla Dupont High School fino a Biscayne Boulevard, Miami, Florida.

Nell’estate del 2008 il nuovo capitolo sembrava già tracciato, l’intreccio già scritto, Williams ai Clippers (lo scenario cestistico sull’other side of LA non era propriamente quello di oggi), qualche altro milione in tasca e poi un sardanapalesco ritiro dalle parti di Venice Beach o della Baia. E invece no, a poche settimane dall’inizio della nuova stagione, più precisamente il 26 Settembre, Jason ancora una volta mette in atto nella vita quella stessa funambolica filosofia che ne ha contraddistinto lo stile di gioco: la notizia è ufficiale, ritiro e tanti saluti a tutti.

Chiunque abbia avuto qualche esperienza significativa con la palla a spicchi, sa bene, però, quanto sia facile illudersi di poter improvvisamente smettere, senza accorgersi di quanto sia poi difficile guardare Il Gioco, con le sue leggi e i suoi equilibri metafisici, scorrerti davanti agli occhi sulla vetrata di luci iridescenti del televisore. Neanche a dirlo, 11 mesi di inattività saranno più che sufficienti a trascinare The White Chocolate nuovamente sul parquet. In realtà ce ne vollero molti meno, circa la metà, in quanto nel bel mezzo della stagione ’08-‘09 il 55 venuto dal West Virginia tentò il ritorno, rimanendo però bloccato nel labirinto kafkiano di codici e commi della NBA. Poco male, il 28 Agosto 2009 viene annunciato il grande comeback e la città è tutto un programma: Orlando, esatto, quella di World Disney. Le sorti di Jason qui saranno ondivaghe, sostituto di Nelson prima, poi titolare per infortunio del compagno di ruolo, verrà confermato per la stagione successiva, per poi essere tagliato in seguito all’acquisizione di due ulteriori playmaker (Duhon, mai capito come giocatore, abbiate pazienza, e Gilbert Arenas, anche lui nell’ultimo tratto di un’inspiegabile parabola cominciata nel Dicembre ’09, quando, dopo un diverbio in stile riunione di condominio, decise di confrontare le proprie pistole con quelle di Javaris Crittenton, all’epoca compagno di squadra in quel di Washington).

Tra Febbraio e Aprile 2011 il grande amarcord a.k.a. il ritorno a Memphis, nel decennale dal trasferimento della franchigia da Vancouver, per ammirare assieme alla gente del Tennessee l’ultimo tramonto sul De Soto Bridge (siamo per altro in epoca Pau Gasol, Rudy Gay, Randolph, Conley, OJ Mayo, Battier, Tony Allen, a formare una squadra capace di eliminare, contro ogni pronostico, gli Spurs al 1° turno di playoffs e portare i giovanissimi Durant e Westbrook fino a gara 7 nel turno successivo; “Non ce la faccio, troppi ricordi”, come disse qualcuno).

Ma dopo tutto questo riepilogo antologico di brandelli di magnificenza di uno, secondo il sottoscritto, dei più grandi geni cestistici di sempre, chi fu, chi era, chi è stato e chi è Jason Williams? La trasposizione in forma umana di un archetipo inattingibile del Gioco, la commistione meticcia dello stile di gioco sfrontato e visionario dei playground di periferia assieme alla ritmica lucidità metronomica e alla dedizione tipica di chi si è votato alla grande ricerca (dell’Anello? della perfezione? dell’essenza del Gioco? ardua è la risposta).

Come ebbe a dire una volta un tale con cuffia e microfono durante un Golden State-Sacramento:

“If you don’t like that, you don’t like NBA basketball”.

Così è, se vi pare.

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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