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James Harden: campione o fumo negli occhi?

15 gennaio 2019.

Dopo l’ennesima prestazione mostruosa di James Harden in Regular Season (58 punti contro Cleveland), una pagina Facebook dedica al Barba il solito elogio ricco di tinte retorico-epiche che si conclude con un “MVP is coming”.

Nello spazio per i commenti relativi al post scatta la bagarre.

Il Signor Blue provoca di petto l’intero mondo Hardeniano con un coraggioso: “Non è neanche tra i primi dieci della Lega”.

Il suddetto mondo, in coro, reagisce inferocito disprezzando la stupidità del Signor Blue e della sua affermazione (probabilmente senza afferrarne il tono provocatorio).

In quel momento dell’anno i fautori del Barba si sentivano inattaccabili. Harden era al terzo cinquantello dell’anno (avrebbe chiuso la Regular Season con otto) ed era sempre più lanciato verso l’MVP.

Tuttavia, nonostante la scarsità di elementi da portare in difesa delle teorie a sostegno del Barba come miglior giocatore della NBA, il Signor Blue si sente in dovere di rinforzare la propria tesi spiegando come ci sono molti altri giocatori nella Lega (almeno cinque) che, senza fare dei numeri e delle statistiche il loro cavallo di battaglia, sono più efficaci all’interno di un contesto di squadra:

Non lo prendo tra i primi 5 se voglio costruire una squadra da titolo e ho carta bianca (prendo LeBron, Curry, Durant, Davis e Kawhi)”.

Il Signor Brown corre in sostegno dei FearTheBeardiani con un elogio all’individualismo del gioco di Harden e di come D’Antoni riesca a sfruttarlo (fino a quel punto della stagione) al meglio:

Lui è un solista per il semplice fatto che è talmente forte che non avrebbe senso fare un gioco di squadra quando hai un fenomeno del genere . Secondo punto: avete visto gli assist per Capela e quanto spazio riesce a liberare per le triple dei compagni con le sue penetrazioni? Pensi che D’antoni sia stupido a focalizzare tutti su di lui?”.

In difesa del Signor Blue accorre il Signor Black con un breve ma incisivo “mi basta andare a rivedere gara 7 della Finale di Conference dell’anno scorso per darti ragione”.

Il Signor Blue risponde concludendo la discussione con tono più assertivo ma non per questo poco deciso:

È un attaccante incredibile e un giocatore pazzesco. Ma se si conosce questo gioco è ridicolo anche solo pensare che sia il migliore della lega perché fa tanti punti. Il basket è molto più di questo”.

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Ora, quattro mesi abbondanti dopo quella discussione, verrebbe da pensare che il nostro fantomatico Signor Blue non avesse tutti i torti nel dire che Harden, non solo non è il numero 1 dell’NBA, ma ce ne sono almeno quattro o cinque che hanno saputo alzare il loro livello di gioco durante questi Playoffs, molto più di quanto abbia fatto il Barba.

Harden ha chiuso la Regular Season con cifre mostruose: 36.6 punti e 7.5 assist di media, ma è uscito al secondo turno dei Playoffs.

Il suo gioco individualista è stato prima disinnescato, poi condannato senza possibilità di appello e infine messo in mostra come inutile (se non controproducente) per una squadra che vuole essere da titolo, dall’organizzazione corale degli Warriors.

Nella serie contro i campioni in carica, Harden ha dimostrato tutti i propri limiti, come ha fatto del resto anche l’anno scorso in Gara 6 e 7 delle Finali di Conference sopra 3-2, ma in assenza di CP3 proprio contro Golden State.

I limiti di Harden però non si trovano sulla statistiche: se andiamo a vedere i numeri del Barba quest’anno sembrano quelli di un campione, soprattutto di un go-to-guy di una squadra da titolo (31.1 punti e 6.6 assist a partita nei Playoffs, 36 punti e 7.5 assist in Regular Season), ma la sostanza è che Harden non si è dimostrato tale.

Ha dimostrato grande incertezza nel tenere le redini della sua squadra nonostante le grandi prestazioni balistiche: la verità è che è difficile “incastrarlo” usando i numeri. Portando questi sul tavolo, gli hardeniani avranno sempre ragione nel considerare il Barba il più grande giocatore dell’NBA, ma è quando si guarda una partita di Houston, possibilmente da win or go home, quando tutto quello che è successo in RS è inutile e dimenticato, che le sensazioni cambiano.

L’individualismo di Harden non ha niente a che vedere con quello, ad esempio, di LeBron James, che regala la sensazione di essere al corrente di tutto quello che sta succedendo in campo e all’interno di tutto il palazzetto ininterrottamente per 48 minuti di gioco. L’individualismo di Harden spesso si appiattisce nei suoi isolamenti (anche quando segna) e non sembra, in fin dei conti, migliorare i suoi compagni di squadra.

Per tirare le somme riprendendo quella famosa thread di Facebook, sarebbe da folli ora considerare Harden il miglior giocatore della NBA anche se probabilmente vincerà (meritatamente) l’MVP della Regular Season.

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Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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