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I duellanti: Iverson vs Carter – Parte 1

Da pochi giorni si è conclusa la serie di Semifinale di Conference fra Toronto e Philadelphia, che ha promosso i canadesi al turno successivo al termine di sette, combattute gare. C’è stata un’altra volta, nella storia recente del Gioco, in cui Sixers e Raptors si sono contesi fino al settimo ed ultimo episodio l’accesso alla Finale dell’Est, dove – ironia della sorte – avrebbero trovato proprio i Bucks ad attendere la compagine superstite: era l’anno di grazia 2001 e la sfida tra due delle franchigie emergenti di quegli anni si trasformò presto in un affare privato fra i rispettivi migliori alfieri dei due schieramenti: Allen Iverson all’angolo destro, Vince Carter a quello sinistro. Il piccolo grande uomo contro la bestia. Fu più di una serie di secondo turno di playoff quella che si disputò nella prima metà di maggio del 2001. Non mancò nulla: vittorie in trasferta (con relativo cambio plurimo del vantaggio nel fattore campo), cinquantelli scambiati come confetti a un battesimo, record infranti, aggiustamenti tecnici e di quintetti, corse nel North Carolina per laurearsi, cerimonie di ritiro dei premi stagionali e una tiratissima oltre che “bruttissima” gara 7.

Back to 2000…

Nella prima stagione del nuovo millennio, The Answer aveva finalmente iniziato a fornire concrete risposte alle istanze di rettitudine di coach e Società, dopo anni di ritardi agli allenamenti, intese mai decollate (Stackhouse e Hughes, fra gli altri, costretti in tempi diversi a fare le valigie) e comportamenti non sempre impeccabili (solo 12 mesi prima aveva racimolato 50 multe e una sospensione, per una bevuta di troppo all’All Star Cafè di South Beach.) Aveva seppellito l’ascia di guerra nei confronti di Larry Brown, suo allenatore, grazie all’opera a metà fra un mediatore familiare e un fervido gesuita del vivace Presidente Pat Croce.

Certo, il sardonico coach, allievo di Dean Smith ai Tar Heels, di fronte alle esplosioni da 40 punti a referto di Iverson, non cessava di attribuire il merito della W all’atteggiamento di Lynch o all’abnegazione di Snow ma poco importava al nostro. “Siamo una fottuta squadra adesso” pensava. Aveva persino dimenticato il supremo affronto dei Sixers che in estate lo avevano timidamente inserito in alcuni discorsi di trade (Detroit, New York e soprattutto Clippers.) Nominato co-capitano (l’altro era Snow), aveva mostrato in stagione altruismo, serietà e puntualità dentro e fuori dalla palestra. Carter dal canto suo era reduce dall’aver monopolizzato il week end delle stelle di Oakland del 2000, dove aveva fissato nuovi e impensati standard per la gara delle schiacciate, e nell’estate olimpica di Sidney era volato sopra i 216 cm del malcapitato Frederic Weiss, divenendo per tutti Half-Man/Half-Amazing, la cosa più simile a un UFO mai osservata sul parquet incrociato. Vinsanity tuttavia era già all’epoca molto di più di una mera attrazione volante. Con il 40.8% da tre (su 5,3 tentativi a sera) aveva bissato il già superlativo 40.3% della stagione precedente. Praticamente, come l’altro, una macchina infernale da canestri.

Los Angeles Lakers vs. Philadelphia 76ers

E, mentre Carter volava al di qua e al di là del Pacifico e A.I. prendeva orgogliosamente a cornate il mondo dal basso del suo metro e ottanta, rubacchiato sulle NBA Mediaguide, sullo sfondo i Repubblicani perdevano, per la prima volta dal 1994, la maggioranza al Senato, complice l’abbandono del Republican Party da parte del senatore del Vermont, James Jeffords, la cantante country-pop Faith Hill scalava le classifiche USA con There You’ll Be (colonna sonora del kolossal Pearl Harbour) e l’eterno Golden Boy, Michael Owen, diventava grande segnando una doppietta all’Arsenal nella finale di FA Cup. Era l’anno dell’invenzione della radio satellitare, la radio digitale trasmessa su rete satellitare che avrebbe permesso l’ascolto di canzoni come la sopracitata There You’ll Be praticamente ovunque, stando comodamente seduti in auto.

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Tornando a quel che realmente ci interessa, e che ha a che fare con una palla a spicchi che rimbalza sul parquet e tutto ciò che succede intorno, 76ers e Raptors rappresentavano allora due compagini di media-alta classifica, costruite a partire da presupposti differenti e col mirino puntato su traguardi dissimili. Phila, per via della crescita graduale e fisiologica del team, passato attraverso due eliminazioni al secondo turno consecutive, sempre per mano di Indiana, e del concomitante vuoto in cima alla Eastern Conference, era partita a razzo (10 vinte, 0 perse delle prime 10, poi 34-10, quindi 41-14 alla data del 22 febbraio) e non mostrava alcuna intenzione di volersi destare dal sogno che incominciava gelosamente a cullare. Toronto aveva sopperito alla perdita dell’altro talento in rampa di lancio, quel Tracy McGrady, cugino di Vince, ed alla cessione di una sicurezza come Doug Christie, grazie alla definitiva affermazione di Carter come uno dei diamanti più luccicanti dell’intero panorama NBA, finendo per vivacchiare al di sopra del 50% di vittorie.

Dalla panchina, l’Hall of Famer Lenny Wilkens sembrava aver cucito il vestito perfetto addosso al materiale umano di cui disponeva: i veterani Antonio Davis e Charles Oakley e il combattivo Jerome Williams (The Junkyard Dog, che belli i soprannomi di un tempo!), arrivato in corsa, ringhiavano a rimbalzo ed aprivano immediatamente al contropiede di Carter. Dell Curry, il padre di Steph, alla quattordicesima stagione in NBA, faceva quello che ogni buon Curry che si rispetti è in grado di fare fin dalla culla: perforare la retina con le triple. Tirava dal palleggio in transizione quando ancora tale comportamento irriflessivo era motivo di gradoni punitivi in palestra.
La crescita di Alvin Williams con l’arrivo dei playoff e della serie di primo turno contro i Knicks completò il quadro, tornando buona per affiancare Chris Childs in regia.

Philadelphia, nonostante il primato, era una squadra povera di talento, fatta eccezione per il figlio di Hampton, Virginia, ma ben organizzata e allenata in the right way. All’ombra del First Union Center in South Philly, di fronte al vecchio e mitico Spectrum, erano emersi giocatori per lo più scartati o ignorati dalle altre squadre. Lynch era stato scaricato senza rimpianti da Lakers e Grizzlies. McKie non aveva mai convinto a Portland e a Detroit in quanto privo di ruolo: non un play, né una guardia. Snow era sostanzialmente inutilizzato a Seattle. Tyrone Hill sarà probabilmente ricordato come il giocatore più improbabile mai convocato a una partita delle stelle. Ma messi tutti assieme, giravano eccome. La squadra difendeva compatta ed attaccava a ritmi bassi, affidando – come dire – la rifinitura agli assoli di Bubba Chuck.

Il GM Billy King, uno dei sostenitori forse meno convinti di sempre dell’adagio “squadra che vince, non si cambia”, dopo 55 gare di Regular Season (di cui 41 vinte, miglior record della lega), il 22 febbraio mise in scena La Trade per accaparrarsi il miglior centro della Eastern Conference: Kukoc, Mohammed, Ratliff e Pepe Sanchez finirono agli Hawks in cambio di Dikembe Mutombo, più Roshown McLeod. A smuovere le acque avevano notevolmente contribuito alcuni fatti accaduti in precedenza.
Qualche giorno prima infatti si era disputato l’ASG di Washington, forse il più emozionante di sempre, limitatamente al finale palpitante della partita della domenica. Il quintetto piccolo con cui l’Est, giocando i 4 angoli tanto cari a Brown e Smith, aveva ribaltato completamente il dominio, durato 43 minuti, del più attrezzato Ovest aveva stregato coach Brown. A puntellare l’area, facendo buona guardia dietro alle scorribande di Iverson (MVP, manco a dirlo, della rassegna), Marbury, Carter e McGrady, vi era proprio Mutombo col suo ditone. Quale migliore occasione allora per implementare la già arcigna retroguardia dei Sixers se non arricchirla con la presenza del centro congolese, divenuto nel frattempo un esubero ad Atlanta? Dictum Factum.

It’s Playoff Time, Baby!

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Arrivò aprile, e con esso i playoff. Toronto si assicurò in un colpo solo la prima vittoria in post season della sua storia, il primo passaggio del turno e il dolce sapore della vendetta consumata ai danni dei Knicks di Sprewell, rei di averli presi a calci nell’edizione precedente con un secco 3-0. I Raptors, da testa di serie numero 5 del tabellone a Est, vinsero 2 volte al Garden, dimostrando solidità mentale e una certa predisposizione a non andare sotto negli elimination game. I 25 punti dell’ex, Chris Childs, di gara 4 servirono soltanto a ricordare al pubblico di New York la proverbiale cattiva stella che affligge il loro destino negli ultimi decenni. Phila, numero 1 del tabellone, al terzo tentativo, riuscì invece a sbarazzarsi dei Pacers con un perentorio 3-1, dopo aver perso la prima in casa, individuando nel figlio della Città dell’Amore Fraterno (HS a Simon Gratz e College a Temple), Aaron McKie, un elemento chiave delle future fortune in post season.

I primi due episodi della Serie

Il 6 maggio 2001 ebbero così inizio le attese (e qui tanto declamate) Semifinali di Conference. In gara 1, al First Union Center, la maggiore leggerezza nelle mani e nella testa dei Raptors, ai quali nessuno avrebbe chiesto realisticamente nulla di più di quanto già raggiunto, si fece sentire. I canadesi volarono anche sul +17. I Sixers collezionarono ben 19 palle perse. Sotto di 12 punti ancora ad inizio ultimo quarto, Phila si produsse in un colpo di reni per tornare a un possesso di distanza (88-90.) Con 49 secondi ancora da giocare, Oakley mise però nuovamente 4 punti di distanza fra le due squadre. 2 liberi di Iverson, un tap-in di Carter, una tripla di The Answer, quindi 2 liberi dell’uomo chiamato Air Canada fissarono il punteggio sul 96-93 finale per gli ospiti, complice l’errore al tiro conclusivo del fido McKie. La sfida stellare fra Iverson (36 punti) e Carter (35) sortì un sostanziale pareggio, anche se non a reti inviolate, ma i sorprendenti Raptors avevano “rubato” il fattore campo. Dopo solo un episodio, gli uomini di coach Brown si ritrovavano già con le spalle al muro, impegnati a schivare gli avvelenati dardi della critica. Nella seconda in casa, Philadelphia sprofondò nuovamente sotto nel punteggio: -14 già nel secondo quarto e la spiacevole prospettiva di uno 0-2 che sarebbe stato davvero difficile da recuperare, vista l’esuberanza dei Raptors. Ma Iverson aveva ben altri piani per la sua squadra. Si scriveva 2001 ma quello che si stava consumando era “L’Anno di A.I.” Prese letteralmente per mano i compagni e a suon di canestri (20 punti nel solo secondo periodo) portò i Sixers di nuovo avanti nel punteggio. Una delle doti migliori di quella edizione di Toronto – lo abbiamo detto – era però la capacità di non mollare la presa, neppure quando tutto avrebbe autorizzato a pensare il contrario. Ancora a 9 minuti dalla fine, il punteggio diceva Phila 77, Toronto 75. Ecco, da quei 77 per arrivare ai 97 punti segnati alla sirena, che fruttarono la W ai 76ers, ne mancano altri 20. Togliete il tiro libero segnato da Lynch “a babbo morto”, a 14 secondi dalla fine, sul 96-89 Phila, ed avrete i 19 punti in fila segnati da Iverson (praticamente tutta la produzione dei Sixers) nel momento decisivo di gara 2 e della stagione. Quella di The Answer in mezzo ai blocchi era una danza, fatta di tagli orizzontali per guadagnare un frammento di campo sul quale compiere il classico arresto a due tempi, con la seconda gamba che si ri-allineava a quella che faceva da perno, ed esplodere il tiro da 5-6, anche da 7 metri ed oltre (2 delle 3 bombe di serata arrivarono nell’ultima frazione.) Triple, palleggio-arresto-tiro dal midrange, arresto ravvicinato con parabola rialzata e bacio al tabellone: la difesa dei Raptors non era in grado di opporre alcunché. 97-92 Phila e Serie sull’1-1.

Iverson concluse la serata con una rubata dalla rimessa e la mano all’orecchio per invitare la sua gente a gioire ed unirsi al suo grido, lanciato al cielo. Il suo tabellino diceva 54 punti, ovvero il massimo di sempre nei playoff per un Sixer: sbriciolato il precedente record di Billy Cunningham che aveva segnato 50 punti in gara 4 delle Eastern Division Finals del 1970 contro Milwaukee.
Lo sfidante, Carter, aveva 28 punti alla fine ma la sua prestazione impallidiva dinnanzi al piccolo gigante col 3 sulla maglia, tanto da porre dei seri dubbi sul futuro equilibrio della Serie, in procinto di spostarsi in Canada…

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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