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I duellanti: Iverson vs Carter – Parte 2

Alla viglilia di gara 3 la grande domanda era: l’uomo volante di Toronto saprà restituire la cortesia all’avversario? Spoiler: si che la restituirà. Con lo spostamento in Canada, i Raptors tornarono saldamente al comando, dal punto di vista tecnico, della Serie. Come stimolato dalla prova del dirimpettaio, Carter al freddo del North sembrava infallibile. Segnò i primi 8 (dicasi 8!) tiri da tre punti tentati e lo fece nel solo primo tempo di gioco. Anche perché nei secondi 24 minuti la questione relativa al punteggio rappresentava un semplice dettaglio di cronaca. All’ottavo sigillo si mise ad accarezzare il parquet dell’Air Canada Centre, come si fa con un cane fedele che abbia riportato al padrone qualcosa di valore. Si trattò ovviamente di un altro record sgretolato, l’ennesimo in questa battaglia senza quartiere. Le 9 bombe sul suo tabellino finale eguagliavano inoltre la prova mitologica (almeno nell’era Avanti Curry) di Rex Chapman ai Suns nel 1997.

I 54 di Iverson di 2 giorni prima furono, se non offuscati, almeno rispediti indietro dalla prova da 50 punti di gara 3 dell’uomo per metà umano e per metà meraviglia. 102-78 per Toronto il punteggio finale. “Non lo so. (L’etichetta di) Tiratore da 3 ancora non suona bene. Ci sto ancora lavorando” commentò Vince fra il serio e il faceto. Forse, dopo una simile prova balistica, certi detrattori avrebbero finalmente smesso di considerarlo solo uno schiacciatore. Quel tiro, sempre più automatico, con la palla caricata quasi su una spalla, come se non ci fosse sforzo nel gesto, e il calcetto in avanti coi piedi, iniziava a meritare il giusto rispetto e la dovuta considerazione. “Ho paura di vedere cosa farà nella prossima partita” chiosò Iverson (7/22 al tiro, con 8/15 dalla lunetta in gara 3.)

OLD PLAYOFF BASKETBALL

Gara 4, sempre all’Air Canada Centre, fu deludente quanto a scorpacciate di punti: nessuno neppure sopra i 40. Game-high i 30 punti di Iverson ma con cattive percentuali. Philadelphia aveva assoluta necessità che la partita si svolgesse su binari completamente differenti rispetto a quelli di gara 3. Per questo, coach Brown aveva pensato di impiegare la duttilità e la solidità di Aaron McKie (18 i suoi punti in G4) fin dall’inizio, promuovendolo in quintetto, al posto di Snow. L’idea era quella di abbassare il ritmo – insostenibile per Philly il numero di possessi a cui il gioco più congeniale a Toronto tendeva – mandando continuativamente McKie, fresco di riconoscimento di “Sesto Uomo dell’Anno”, sulle piste di Carter ed evitando che l’UFO prendesse quota fin dalla palla a due. Missione compiuta, con Carter costretto a 8/27 al tiro. Decisiva anche la presenza di Mutombo sotto le plance: 17 rimbalzi e 4 stoppate. 11 rimbalzi a testa invece per Davis e Oakley in casa Raptors. La gara, che aveva visto Toronto costretta a rincorrere per ampi tratti (anche -16), era definitivamente girata a 2:21 dal termine con una tripla di Iverson, proprio contro la difesa di Carter, che aveva rotto l’ultima parità e regalato ai suoi l’81-78. La vittoria di Phila in gara 4 (84-79) riconsegnò il vantaggio del fattore campo alla squadra di coach Brown e fece tornare il buon umore sul volto e nelle parole di A.I.:Philadelphia 76ers vs. Toronto Raptors

“Pareva non potessi segnare nel secondo tempo, ma ho sempre pensato di poter realizzare il tiro che avrebbe girato le cose in nostro favore.”

MVP, MVP!

Prima di alzare la palla a due della quinta gara della Serie, quella generalmente definita pivotal, ad Iverson venne consegnato il meritatissimo premio di MVP stagionale. Come succede alla cerimonia degli Oscar, da lì in avanti fu solo una passerella dei campioni dell’Atlantic Division di fronte al divertito pubblico di casa. I Sixers segnarono i primi 11 punti. Andarono sul 17-4, che divenne 33-12 a fine primo quarto, quando il contatore delle palle perse di Toronto segnava un preoccupante 10 in rosso. Non ci fu più storia, con gli ospiti mai in grado di limare lo svantaggio sotto i 17 punti di scarto. All’intervallo lungo The Answer era già a quota 29 punti segnati. Per la prima volta in stagione, i Raptors sembrarono rassegnati, quasi disarmati. Il secondo anno da Georgia, Jumaine Jones, catapultato in quintetto al posto dell’infortunato Lynch (frattura del piede sinistro nel terzo quarto di gara 4), sembrava non aver fatto altro che giocare partite senza domani in vita sua. Ma soprattutto, a determinare il 121-88 finale per Philadelphia furono i 52 punti segnati dal solito Iverson, con 21/32 al tiro, di cui 8/14 da tre.

Si trattava della terza volta nella stessa serie di playoff in cui si raggiungeva o superava quota 50 punti segnati individualmente. Per dire, a conferma della straordinarietà dell’evento, fino ad allora soltanto in altre 26 occasioni qualcuno vi era riuscito in una gara di post season. Iverson divenne il secondo giocatore, dopo Jordan (playoff 1988, avversari i Cleveland Cavs), a segnare più di 50 punti per due volte nella stessa serie. Anche le 8 bombe realizzate rappresentavano un record di franchigia, oltre che un vanto personale: “Dicono che ci sia un difetto nel mio gioco – non sono capace di segnare da fuori – tutto quello che voglio è punire queste persone quando non mi lasciano in pace.” Per non fare torto a nessuno, A.I. aveva macchiato il tabellino in ogni modo: jab-step, stop&pop, penetrazioni in estensione, crossover in grado letteralmente di scalzare il difensore dalle proprie scarpe. Quando cambiava direzione, Iverson era imprevedibile. Scattava come una molla nella direzione meno aspettata. Carter era uscito dalla contesa con un forte mal di testa, conseguenza sia della strapazzata ricevuta in campo che del colpo rimediato da Mutombo, il quale a sua volta si era rotto il mignolo. Trattandosi di battaglia a tutti gli effetti, non si colpiva solamente di fioretto.

“Sono convinto nel profondo del mio cuore di essere il miglior giocatore al mondo.”

Era proprio questa intima e allo stesso tempo orgogliosa convinzione, questa fiducia confidata in privato a se stesso e finalmente gridata al resto del mondo, ad aver mosso i passi di un uomo che da un’infanzia senza certezze – non sapeva quando sarebbe capitato il pasto successivo, né aveva idea di dove fare la doccia – passando per l’adolescenza senza padre (in prigione), culminata con l’episodio della rissa al bowling (con tutto quello che ne era seguito), si era sollevato per diventare il migliore di tutti, l’MVP.

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In gara 6 coach Wilkens presentò, forse per la prima volta in maniera così convinta, una difesa di raddoppi all’MVP della lega. Iverson finì completamente fuori ritmo. Non appena la palla finiva nelle sue mani, erano pronti in due ad avventarsi su di lui. “Nessuno in questa lega può marcarlo 1 contro 1” aveva sentenziato Carter. Bubba Chuck sbagliò 10 dei primi 12 tiri, finì con 6/24 al tiro e solo 20 punti. I Raptors ripresero colore e dominarono l’ultimo periodo di gioco, scappando grazie a un parziale di 11-0. L’insidioso rookie Morris Peterson, congelato sul pino dopo la prima gara di post season, partendo nello starting five segnò 17 punti. Alvin Williams ne aggiunse 15, grazie al mortifero e implacabile jumper dalla media. Meglio dei 17 punti con 13 rimbalzi di Antonio Davis fece soltanto – manco a dirlo – Vince Carter, autore di 39 punti nella serata. Ma il contributo più determinante Vinsanity lo dette nella metà campo difensiva, con la pressione a tutto campo sui portatori di palla dei Sixers, McKie e Snow, due ottimi organizzatori di gioco ma, in quanto registi costruiti, non certo maestri del palleggio e del controllo di palla. Tutto questo voleva dire due semplici ma magiche paroline: gara 7. Il giusto epilogo di una serie incredibile.

Gara 7

Poiché è importante nella vita mantenere una visione d’insieme e mettere lo sport, seppure al livello più alto che ci sia, nella giusta prospettiva, Vince Carter, il co-protagonista dello splendido sceneggiato, arrivato alla settima ed ultima puntata, pensò bene di recarsi a Chapel Hill, North Carolina, nella mattinata di gara 7, per presenziare al Graduation Day dell’amata Alma Mater. Più o meno verso le 9:30 a.m avrebbe ricevuto il suo diploma di laurea, tanto faticosamente conquistato, nonostante l’uscita anzitempo dal college e le ore spese ad allenarsi in palestra. La partita che decideva l’accesso alle Finali di Conference era prevista per le 17:30 del pomeriggio di quella domenica. Carter arrivò in tempo per la rifinitura al First Union Center, grazie al volo privato che il proprietario dei Raptors, Larry Tanenbaum, gli aveva messo a disposizione. Dopo 6 battaglie estenuanti, era giunto il momento di decretare un vincitore. Quanto (tanto) successo fin lì veniva clamorosamente azzerato. Si ripartiva dallo 0-0 e dopo 48 lunghi minuti avremmo avuto il nome degli sfidanti di Big Dog e soci al turno successivo.

Toronto iniziò convinta (6-4 nelle primissime battute.) Dopo però fu costretta a inseguire Phila nel punteggio, riguadagnando la testa dell’incontro solo a fine terzo quarto, quando Carter completò il gioco da tre punti del 65-64. Definire storta la serata al tiro di Iverson è fare una violenza a chi ha coniato il significato dell’eufemismo: 29.6% alla fine. La palla rilasciata dalle mani di A.I. come di consueto in anticipo, spezzando quasi il movimento di estensione piena del braccio all’altezza del gomito eccezionalmente prominente, sembrava aver dimenticato la strada per la retina. The Answer dimostrò allora intelligenza e maturità, affidandosi ai compagni: a fine gara aveva realizzato il massimo in carriera negli assist con 16. Nessun punto per il miglior realizzatore del globo negli ultimi 6 minuti di gara 7 ma ben due passaggi illuminanti per due degli ultimi tre canestri dal campo dei suoi. “Siamo una squadra. Per la prima volta nella mia vita sento di far parte di un team” fu la sua dichiarazione a fine partita, una considerazione che sarebbe potuta sembrare apparentemente opportunistica ai più (grazie, quando non segni nemmeno in una vasca e ti salvano i compagni…) ma che denotava tutta la sua dedizione alla causa (sportiva) di Philadelphia e dei suoi 76ers. Jumaine Jones ne mise altri 16 (4/5 dal campo nel secondo tempo.) McKie fu il miglior marcatore di Philly con 22 punti segnati (compresi gli ultimi 4 dal campo per i Sixers.)

Ben 5 uomini di coach Brown finirono in doppia cifra. Mutombo dominò sotto i tabelloni con i consueti 17 rimbalzi. L’equilibro tuttavia regnò fino all’ultimo rintocco di cronometro. Al tentativo di fuga (+4) propiziato dal McKie di cui sopra, rispose Dell Curry, padre di Steph, con il palleggio-arresto-tiro da tre punti in transizione (vi ricorda qualcosa?): punteggio fissato sull’88-87 Phila con 54 secondi da giocare. Iverson, dopo aver mandato per le terre il difensore sui blocchi, prese palla, scartò a destra ma mandò fuori bersaglio il jumper. Il rimbalzo toccato da Tyrone Hill finì fra le rassicuranti braccia di Aaron McKie (ancora lui!) Riapertura per Snow e palla ovviamente nelle mani di A.I. Non riuscendo a sbarazzarsi della marcatura e del secondo uomo in aiuto, Iverson passò la mano sul tiro più importante dell’anno scaricando l’incombenza a Snow, il cui long two finì lungo. Toronto non riuscì a chiamare time out prima che sul cronometro restassero 3.6 secondi al termine. Il fallo da spendere di Phila portò il tempo rimasto ai Raptors per vincere a soli due secondi. Palla a Carter sulla rimessa che, dopo aver fatto saltare Hill sulla finta, spedì lungo il fade away che avrebbe aperto ai canadesi le porte per la Finale ad Est.

Passarono il turno i Philadelphia 76ers di Allen Iverson, al termine di uno scontro epico, fra i più selvaggi, eccitanti e imprevedibili della storia. Si erano dati battaglia per 7 lunghi incontri due dei talenti più fulgidi del firmamento NBA, due tipetti destinati a dominare la lega nel lustro successivo (certo, rigorosamente insieme, se non un pelino al di sotto, di un paio o tre personaggini che sull’altra costa, più o meno nello stesso lasso di tempo, stavano imbrattando tavole altrettanto indelebili di basket celestiale.) Quella fra Philadelphia e Toronto è rimasta nell’immaginario degli appassionati una delle serie preferite, a cui tendere con sguardo affettuoso e nostalgico. Furono sette appassionanti gare, in cui non mancarono scontri fisici, aggiustamenti tattici ed esplosioni realizzative senza eguali ma colpì soprattutto la magia che seppero regalare quei due, i duellanti: Iverson contro Carter.

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Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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