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Isteria Hoosier. Parte III

Ovvero come il basket ha stregato l’Indiana

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Come in tutte le belle storie che si rispettino, anche in questa, che tratta dell’immediata sintonia fra pallacanestro e genti dell’Indiana, arriva un momento in cui il cerchio idealmente si chiude. Dopo essere partiti da un gioco e le sue poche regole trafugati a Springfield da un pastore presbiteriano, essere passati attraverso varie interpretazioni dei suoi concetti basilari, averne constatato il successo e la sua diffusione a raggiera, si tornò in qualche modo alle origini. Il rumore generato dai rimbalzi del cuoio dei palloni sul fondo dei cortili dello stato agricolo dell’Indiana infatti fu così penetrante da giungere fino a Lawrence, in Kansas, alle orecchie di chi, di tutto questo baccano, era il vero responsabile: il Dr. James Naismith. Questi nel 1925 ebbe la sciagurata idea di avventurarsi nella terra degli hoosiers. In quell’occasione, ospite del commissioner IHSAA Trester, presenziò alla finale per il titolo dello stato fra le scuole di Frankfort e di Kokomo alla “stalla” – così era soprannominato l’Indianapolis Exposition Building. In mezzo a 15000 spettatori urlanti (i privilegiati che non erano stati lasciati alla porta), Naismith vide gli Hot Dogs di Frankfort avere la meglio per 34-20 su Kokomo, grazie ai 13 punti di Robert Spradling e ai 9 di Doyal Plunkitt.

Coach Case e Naismith

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A fine partita l’inventore del gioco era entusiasta. Dopo aver ammirato le possibilità, che erroneamente credeva finite (ma che a ben vedere tutto ‘sto limite non avevano), esplorate dalla sua creatura in queste lande, pare che non si sia vergognato ad ammettere candidamente che nonostante i suoi natali in Massachusetts, la pallacanestro era fatta per l’Indiana. Il coach Everett Case e i suoi giocatori, freschi campioni di quell’anno, ricevettero il trofeo direttamente dalle sue mani, che praticamente – passatemi l’innocuo paragone – è un po’ come immaginarsi un prete cattolico che riceve l’ordinazione sacerdotale direttamente dell’Altissimo. Case, nato e cresciuto a Anderson, rigorosamente all’interno dei confini dell’Indiana, fu il primo allenatore della storia a vincere non uno ma quattro titoli statali, praticamente il primo guru della panchina che si sia visto da queste parti. La sorte, che in fatto di burle non è seconda a nessuno, volle che anche la seconda venuta del Dr. Naismith, nel 1936, coincidesse con un nuovo trionfo di Case e dei sui terribili ragazzi di Frankfort. Questa volta l’affermazione degli Hot Dogs fu più netta, per 50-24 su Fort Wayne Central e il luogo ben più prestigioso, la Butler Fieldhouse. Era il terzo titolo per Case, che nel secondo dopoguerra si trasferì sul pino dei Wolfpack di North Carolina State, dove continuò a mietere successi. La città di Frankfort gli ha intitolato il proprio palazzetto dello sport, che da quel momento è divenuto per tutti la Case Arena. Una brevissima nota a margine, che però sono sicuro farà piacere agli appassionati, ai quali peraltro difficilmente sarà sfuggita: la Case Arena di Frankfort altro non è che la palestra dei mitici Dolphins della Western University del film di culto assoluto (per gli amanti del genere) Blue Chips con Nick Nolte, Shaq e Penny Hardaway. Sì, il campo giallo e blu e gli spogliatoi che hanno fatto da cornice agli sfoghi del coach Pete Bell della fortunata pellicola di William Friedkin sono stati, anche se solo a partire dagli anni Sessanta, la casa degli Hot Dogs della nostra storia.

Da Crispus Attucks a Greg Oden

crispus attucks

Quella di Frankfort però non è l’unica squadra degna di essere ricordata fra le high school dello stato che più hanno entusiasmato. I Tigers di Crispus Attucks per esempio, oltre ad essere riconosciuti concordemente come una delle compagini più forti mai viste in Indiana, sono anche considerati dei veri pionieri. Ribattezzati “Flying Tigers” per l’alto tasso di atletismo e il ritmo forsennato (per l’epoca), completarono un incredibile back-to-back nelle stagioni 1954-55 e 1955-56. Nel ’55 in particolare furono la prima squadra composta interamente da afroamericani ad aggiudicarsi il titolo scolastico dello stato. Probabilmente la prima in tutto il paese. Grazie a Willie Merriweather, Albert Maxey e soprattutto a un tizio che di nome faceva Oscar mentre il cognome era Robertson e che aveva il terribile vizietto di accumulare triple doppie, sconfissero nella finale del 1955 Gary Roosevelt per 97-74. Per completare la loro grandiosa epopea finirono la stagione successiva da imbattuti. Durante la parata del primo titolo che, come spettava ogni anno ai campioni dello stato, partiva dalla Butler Fieldhouse per finire in bellezza al Monument Circle nel centro di Indianapolis, fu impedito loro di scendere dal camion dei pompieri per le foto rituali. Furono anzi rispediti in modo inopinato oltre che affrettato nel rispettivo quartiere, quello in cui si conveniva che stessero gli afroamericani. Un tale, vergognoso comportamento da parte delle autorità però non riuscì a soffocare la gioia di quei ragazzi per l’importante traguardo faticosamente raggiunto. Così come l’imbattibilità della seconda stagione di quei Tigers non ha impedito che qualche tempo dopo, nel 1969, un’altra scuola, George Washington High School, terminasse il campionato con un altro percorso netto: 31 vittorie, 0 sconfitte. La squadra vantava fra le proprie fila un autentico figlio di Indianapolis, quel George McGinnis che tanto bene ha fatto successivamente anche in ABA e NBA. McGinnis fu il primo giocatore della storia delle high school dello stato a collezionare più di 1000 punti in una singola stagione ed è ricordato per aver torturato la retina a ripetizione, segnando 148 punti nelle quattro partite finali per chiudere il torneo del ’69. Per trovare la prima vera dinastia (un onestissimo three-peat) invece dobbiamo arrivare al triennio 1985-87. Fu il periodo in cui i Giants di Marion, guidati da Lyndon Jones e Jay Edwards, dettarono legge in lungo e in largo, non permettendo ad altre squadre di aggiudicarsi alcuna discussione per il titolo. Una particolare menzione merita infine la Lawrence North High School che con Greg Oden – quando ancora era Greg Oden – e Mike Conley Jr. in pantaloncini bianco-verde-rossi si prendeva gioco di chiunque passasse per l’Indiana a metà anni 2000.

Evviva i nani, abbasso le giraffe

herman sayger

Ma il personaggio di gran lunga più pittoresco dell’intero panorama, parlando sempre ovviamente di basket, è Herman “Suz” Sayger, atleta, coach, uomo d’affari e innovatore, amico del leggendario allenatore di college football a Notre Dame, Knute Rockne. La sua formazione è chiaramente hoosier, essendo cresciuto a Culver, Indiana, fin dalla tenera età di 6 anni. Come spesso succedeva all’epoca, il talento che mostrava da giovanissimo giocatore non restava esclusivo appannaggio degli amanti della palla a spicchi, che dovevano invece condividere le sue indiscusse capacità con i fan del baseball e del football. Tuttavia quando era junior alla high school si distinse per una partita giocata contro Winamac in cui segnò 113 punti, un record che, all’ultimo check, dovrebbe resistere ancora oggi. Frequentò quindi la Heidelberg University a Tiffin, Ohio, dove praticò tutti e tre gli sport maggiori americani e successivamente ricoprì il ruolo di allenatore fino all’età di 35 anni. Dopo lo sport, si tuffò nel mondo del business con la sua Sayger Enterprises, che non era una nave stellare anche se Suz non era certo il tipo da tirarsi indietro facilmente di fronte alla possibilità di stupire. Definito da qualcuno un sognatore o anche un mistico, nella sua carriera di innovatore è responsabile, fra le cose futili, del primo codice di segnalazione attraverso l’utilizzo delle mani per arbitri di football nonché dei primissimi programmi stampati da taschino per seguire la stagione delle squadre di college, tanto apprezzati nel mondo anglo-americano. Per quanto concerne il basket, la sua vicenda reale si confonde con il mito. Lo dico anticipatamente: non vi aspettate di trovare tra queste righe un’assoluta pretesa di verità dei fatti raccontati. Se però cercate una storiella divertente su un tizio decisamente sui generis che provava a gettare lo sguardo un po’ più in là rispetto ai comuni e noiosi mortali, con il rischio di finire molto oltre il seminato, questo racconto è proprio ciò che fa per voi. Anche perché quello che vi si dice potrebbe benissimo essere successo per davvero. Solo che non sono rimaste tracce tangibili dell’accaduto.

Secondo le testimonianze raccolte da Kyle Neddenriep, che copre l’universo delle high school dello stato per l’Indianapolis Star, Herman Earl Sayger – questo il nome completo – sarebbe stato il primo in assoluto ad aver pensato alla possibilità di includere nel sistema di conteggio dei punti della pallacanestro un tiro che ne valesse addirittura 3. Non è secondario il fatto che avesse passato gran parte dei suoi inverni, almeno nella parte iniziale della vita, respirando l’aria delle pianure dell’Indiana perché pervenisse a cotanta pensata. Nel marzo del 1932 – se non erro, siamo circa 35 anni prima dell’introduzione del tiro da 3 nella ABA (47 se si parla di NBA) – Sayger organizzò a Tiffin, Ohio, una non-competitiva fra le squadre di due high school, Tiffin Junior Home e Tiffin Columbian, per avere la possibilità di testare sul campo un paio di cambiamenti che gli balenavano in testa per rendere il basket un gioco migliore. Dal Tiffin Advertiser del 19 marzo di quell’anno si apprende che “un nuovo metodo di punteggio per la pallacanestro è stato messo a punto da Herman E. Sayger, ex-allenatore qui a Heidelberg University, per premiare gli atleti con la mira più accurata nel tiro dalla lunga distanza.” E ancora: “Più distante è la posizione da cui parte il tiro, più punti vale il canestro nel sistema di Sayger, che conseguentemente potrebbe ridurre l’impatto dei tiri da distanza ravvicinata.” In parole povere e comprensibili a noi moderni, con le nuove regole di Suz un tiro scagliato da oltre 25 piedi portava 3 punti alla squadra, uno preso entro i 15 piedi ne fruttava 1, mentre tutti gli altri valevano diligentemente 2. Oltre a ciò Sayger eliminò anche la noiosa pratica di ricominciare con una palla a due tutte le volte che veniva realizzato un canestro, prevedendo invece una banalissima rimessa da fuori per chi avesse subito il punto. L’idea alla base delle originali e apparentemente folli elucubrazioni dell’ex-allenatore dai trascorsi a Culver era quella, sempre citando le pagine del giornale suddetto, di “aiutare i nani e ridurre lo strapotere delle giraffe.” Per qualche imprecisato motivo infatti Sayger non aveva in simpatia gli atleti che facevano della loro altezza e della prestanza fisica che spesso vi si accompagnava la loro arma migliore. Preferiva nettamente i piccoli, con il loro gioco perimetrale. Sarebbe stato orgoglioso della piega attuale che sembra aver preso il gioco in NBA, ma anche nel vecchio continente, con esterni normodotati alla Steph Curry a farla da padrone. L’altra necessità che muoveva la sua frenetica e rivoluzionaria attività era quella di velocizzare il gioco, allargando il campo, aumentando il numero dei possessi e conseguentemente il ritmo. All’epoca infatti, senza il cronometro dei 24 secondi, il basket non era esattamente un evento elettrizzante a cui assistere. Alcune azioni sembravano poter non finire mai. Tornando però a quella prima partita col tiro da 3 punti, sembra che di triple ne siano state tentate ben poche, data l’abitudine dei giocatori a portare la palla sotto il canestro.

Il tentativo fu replicato altre volte, compresa l’esibizione fra Marysville e Columbus North durante le semifinali statali disputate al Coliseum in Columbus, Ohio, il 22 marzo 1935. In quell’occasione si dice che furono distribuite carta e penna alle decine di allenatori e alla moltitudine di spettatori presenti perché esponessero le proprie opinioni circa le decisive introduzioni di Sayger. Non è chiaro come queste novità furono accolte. Quello che è certo è che la palla a due seguente alla realizzazione fu abolita nel college basket a partire dalla stagione 1937-38.

Da quello che si evince dalle poche e frammentate cronache locali, pare che l’indole smaniosa di Suz l’abbia alfine portato ad eccedere la misura nella continua ricerca del cambiamento. In una esibizione successiva infatti, i giocatori in campo, seguendo i suoi curiosi dettami, potevano tirare da ogni zona del rettangolo di gioco e, soprattutto, potevano farlo in direzione di ognuno dei due canestri, senza distinzione fra squadra in attacco e squadra in difesa. Seppure sia subito evidente l’assurdità dell’elaborazione concettuale che si cela dietro una modifica del genere, a maggior ragione se proposta negli anni ’30 (anche se lo sarebbe anche oggi, nel 2015), non si può dire che Sayger non avesse fantasia. Gli va riconosciuto un certo acume nel tentativo di individuare sempre nuovi modi per eliminare la noia mortale derivante dalla classica azione di melina a cui i giocatori sottoponevano il pubblico per interi minuti di gioco. Forse proprio perché offrì il fianco ai capricci dell’esagerazione non fu preso sul serio dai suoi contemporanei. Non è rimasta infatti alcuna documentazione ufficiale di un’eventuale ruolo recitato dal Sayger nell’evoluzione delle regole dello sport che amiamo in tutta la sua esistenza. Tuttavia, che si tratti di realtà o di finzione, un personaggio del genere rappresenta l’ideale chiusura di questo ciclo di storie sul basket e il suo rapporto viscerale con lo stato dell’Indiana. Spero di non avervi tediato più di tanto ma di essere riuscito invece a trasmettere almeno un’infinitesima parte dell’interesse che ha suscitato in me, seduto a quasi 8000 km di distanza, la cosiddetta isteria hoosier. Adesso quando sentirete dire, come capita spesso, che nell’Indiana il basket non è solo un gioco ma una vera religione, saprete più o meno a cosa ci si riferisce. E non c’è nemmeno bisogno di scomodare più di tanto icone come Larry Joe Bird, John Wooden o Damon Bailey. Perché la passione per il gioco in questa terra è una cosa diversa. Molto più intima.                  

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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