Milan-High-School

Isteria Hoosier – Parte II

Ovvero come il basket ha stregato l’Indiana

«Il basket ha avuto veramente inizio in Indiana, (uno stato) che ancora oggi rimane il centro di questo sport.»

Parola più, parola meno il succo dell’intervento di James Naismith – riportato dalla penna, partigiana e a volte pittoresca ma pur sempre informata dei fatti, di Al Hunter del The Weekly View di Indianapolis – alla Annual Indianapolis YMCA Invitational Dinner del 27 marzo del 1936. Nell’esprimere la centralità e l’importanza dello stato delle peonie nello sviluppo del gioco a cui per primo aveva pensato, oltre che fare opera di spudorata captatio benevolentiae, Naismith intendeva rendere omaggio principalmente alla popolarità raggiunta già in quegli anni dal torneo delle high school dell’Indiana. Come ribadito nel pezzo precedente, un paese prettamente agricolo e dedito alla coltivazione dei campi, in cui l’inverno costituiva sostanzialmente un momento di inattività dell’intera comunità, ben si prestava ad abbracciare con entusiasmo il nuovo sport. La peculiare distribuzione della popolazione in piccoli agglomerati per cui le singole abitazioni erano sparpagliate per il territorio e separate da distanze considerevoli favoriva il proliferare di molteplici squadre di basket appartenenti a scuole diverse. Nonostante le premesse demografiche e culturali fossero favorevoli, il viaggio intrapreso dal gioco da quella prima palla a due con anelli di ferro, sacchi di caffè e nocche sbucciate fino ad arrivare alle moderne e sviluppatissime arene del basket, dove gli appassionati del luogo si riuniscono in massa a tifare, è stato sorprendente.

Il torneo interscolastico statale

Già nel 1903 si formò l’IHSAA (Indiana High School Athletic Association). Il primo torneo ufficiale fra le scuole del paese fu organizzato nel 1911. Convenientemente – della serie “le mele non cadono mai troppo lontano dall’albero” – fu Crawfordsville ad aggiudicarselo, inaugurando una decade di quasi assoluto dominio delle squadre della zona: ognuna delle prime otto scuole laureatesi campioni aveva la propria sede entro le 30 miglia di distanza da Crawfordsville, dove, per i meno attenti, il seme del basket era stato interrato la prima volta. Fra queste, Wingate High School – la squadra di Homer Stonebraker, un 6’4” che si diceva fosse in grado di metterla da tutte le zone del campo – si rese protagonista del primo back-to-back della storia, nel biennio 1913/1914. Mentre negli stati vicini che cominciavano ad interessarsi al basket si guardava soprattutto al mondo degli universitari, nel 1916 il torneo delle high school dell’Indiana contava già 204 partecipanti, che otto anni dopo sarebbero diventate 564. Nei primi anni ’50 erano invece circa 900 le scuole disposte a mettersi in gioco nel torneo interstatale. Senza squadre professionistiche a monopolizzare le pagine sportive dei giornali locali, era il coro di canestri dei più giovani a fare propria l’intera cassa di risonanza a mezzo stampa. Adolescenti dotati di jump shoot divennero autentiche leggende e compagini che furono in grado di aggiudicarsi la fase distrettuale del torneo vissero per sempre. Non c’era ancora la televisione, all’inizio neppure la radio, ma c’era il basket. Piccole città in lotta con quelle vicine facevano nascere bollenti rivalità. Le partite del venerdì diventarono presto uno dei perni della vita sociale del paese. C’erano due capisaldi che non potevano essere messi in discussione: si andava in chiesa la domenica e in palestra il venerdì. Ancora David Halberstam diceva:

«Nell’inverno buio e solitario, la palestra era un luogo caldo, rumoroso e ben illuminato. Per l’Indiana il basket era una manna dal cielo.»

The Milan Miracle

bobby_plump

Parlando di torneo fra le scuole dello stato, si finisce prima o poi per arrivare a quello che tutti, in zona, ricordano affettuosamente come The Milan Miracle. Probabilmente aver visto il film con il mitico Gene Hackman dal titolo originale Hoosiers – abbastanza inspiegabilmente tradotto in italiano Colpo Vincente (d’altra parte se pure gli autoctoni non sanno perché li chiamano così…) – vi può aiutare a mettere a fuoco l’impalcatura del discorso. La cornice è la mitologica Butler Fieldhouse, il protagonista della vicenda è tale Bobby Plump, un ragazzo di Pierceville, Indiana, come tanti altri di cui non avreste mai sentito parlare, MAI, se non avesse messo il canestro più famoso della storia dello stato. Adesso di lui sappiamo tutto. All’età di 9 anni, la mattina di natale, ricevette in regalo un canestro. Qualche ora dopo era fuori in cortile a spalare la neve per poterlo provare. Fu il momento che cambiò per sempre la sua esistenza. Fin dal principio, l’unica cosa che sembrava realmente importare al piccolo Bobby stava da qualche parte a 10 piedi di altezza. Se non veniva avvistato presso la sua abitazione a tirare, potevi stare sicuro che si trovasse al fienile dell’amico Roger Schroder oppure al campetto di fortuna ricavato a fianco del suo garage dove, per poter giocare, bisognava prima accatastare in un angolo i cumuli di letame di vacca che sovente si trovavano fra i piedi. Di notte i due avevano montato una pala sul tetto del suddetto garage, l’avevano rivestita con del ferro zincato e ad un’estremità avevano legato una lampadina da 300 watt, che riflettesse la luce verso il basso. In questo modo potevano rimanere a tirare a canestro fino alle dieci di sera in autunno e in inverno e fino a mezzanotte d’estate. Interrogato sulla sua passione, dirà successivamente Plump:

«Perché giocavamo a basket? Fatemi pensare un attimo… Sono cresciuto in una città di 50 persone, era l’unica cosa da fare!»

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Dicevamo della Butler Fieldhouse. La palestra era gremita durante la gara di finale del 20 marzo 1954 fra la piccola Milan High School, la squadra di Bobby, e Muncie Central High School. Gli appassionati negli anni hanno ripetuto fino alla noia la tiritera di quanto Milan fosse sfavorita, recitasse il ruolo di underdog e, se volete, rappresentasse il manifesto più autentico di come Davide può sempre avere una chance contro Golia, purché ci si trovi sul suolo americano. La realtà ci parla invece di una squadra molto talentuosa, con Ray Craft e Rollin Cutter a imperversare sul campo accanto a Plump. L’anno precedente avevano raggiunto le final four e in stagione il loro record recitava 19 vittorie e 2 sconfitte, con un margine medio di 15 punti circa di vantaggio. Allora a cosa dobbiamo tutto il clamore suscitato da questa storia? Quella che ha ispirato il fortunato film del 1986 è una vicenda degna di nota perché la Milan High School, che contava 161 iscritti, ebbe la meglio su una scuola che ne vantava almeno dieci volte tanto. La partita finì 32-30 e il canestro decisivo allo scadere fu un jumper da 14 piedi del nostro amato Bobby, la cui fama divenne immortale prima ancora che avesse il tempo di riatterrare dalla sospensione. Quella di Butler non passò alla storia come una semplice sfida per il titolo, bensì finì molto presto per incarnare il trionfo del cosiddetto single-class system dello sport americano, per il quale non serviva raggiungere determinati numeri per avere la possibilità di iscrivere la propria squadra al campionato. Come detto più volte, nell’Indiana ogni scuola poteva partecipare al torneo, indipendentemente dal fatto che avesse una, due, tre, o dodici classi. Questo sistema, oggi abbandonato anche da queste parti, permise ad un gruppo di ragazzi di campagna con un futuro nelle fattorie del parentado già confezionato e un discreto talento per i canestri di ottenere il proprio posticino sugli scaffali della storia dello sport e del folklore locale. E non solo.

Le cattedrali del basket

Cody Zeller, che attualmente gioca centro per gli Hornets ma è originario di Washington, Indiana, ed è stato una stella, o qualcosa di simile, a Indiana University, disse una volta:

«L’ambiente alla high school era molto più intimidatorio. Dovevi giocare di fronte a 7000 persone, tre quarti delle quali avresti anche potuto conoscere personalmente. Questa la chiamo pressione.»

E non c’era luogo in grado di mettere in soggezione più della Butler Fieldhouse, ribattezzata nel 1966 Hinkle Fieldhouse in onore del leggendario coach Tony Hinkle, capace di allenare a Butler University per 41 stagioni – sarebbero state 44 e soprattutto consecutive se all’ammiraglio Isoroku Yamamoto non fosse venuto in mente di attaccare Pearl Harbor. L’arena fu inaugurata nel 1928. Nei piani originali doveva avere 10000 posti a sedere ed essere situata nel centro del campus dell’università di Butler. Il commissioner IHSAA dell’epoca, Arthur Trester, intuendo l’ambiziosa e fortunata traiettoria che l’interesse per il basket stava prendendo fra gli abitanti dello stato, decise di rilanciare, offrendo all’amministrazione cittadina la possibilità di ospitare le finali del torneo per i dieci anni successivi se solo avesse aumentato la capienza a 15000 spettatori. Si trattava di un numero fuori da ogni logica per una scuola che accoglieva una mole di studenti non certo così ampia, per usare un eufemismo. La storia però – è risaputo – viene scritta da chi ha il coraggio di sbirciare oltre il muro. La lungimiranza di Trester pagò i suoi dividendi e l’arena, al momento dell’inaugurazione la più grande di tutti gli USA, divenne la vera e propria cattedrale degli hoosiers, mantenendo gelosamente il privilegio di accogliere le scuole finaliste fino al 1971. Ad oggi è la sesta palestra americana più antica ancora in uso. Ha fatto da casa all’All-Star game di NBA e ABA ed è stata teatro del primo incontro di pallacanestro fra Unione Sovietica e Stati Uniti. Infine ha costituito la principale fonte d’ispirazione per la costruzione della moderna Bankers Life Fieldhouse, dove Paul George sta cercando faticosamente di riprendersi le mostrine che gli spettano di stella NBA. Oscar Robertson, uno che alla Hinkle ha ottenuto un paio di trionfi statali, ricorda così l’arena: “La Butler Fieldhouse era il massimo. Era ciò a cui ogni ragazzo aspirava dal primo momento in cui aveva stretto una palla da basket fra le mani: giocare alla Bulter Fieldhouse. Indianapolis chiudeva le saracinesche per queste partite.”

Il Basket Ball – come veniva chiamato agli esordi – aveva preso piede così tanto che in tutto l’Indiana si verificò una sorta di corsa agli armamenti. Iniziarono a spuntare ovunque palestre colossali, molte delle quali ben più capienti delle reali necessità delle cittadine che le ospitavano. Il pensiero che le amministrazioni locali rivolgevano a quelle confinanti era più o meno il seguente: immagina quello che puoi costruire, ecco.. noi possiamo farlo sicuramente più grande. Negli anni in cui il mago di Westwood, al secolo John Wooden, la spiegava con la canotta degli Artesians di Martinsville, 13 delle 16 palestre di high school più grandi dell’intera nazione si trovavano nell’Indiana. La più grande, a New Castle, conteneva 9325 spettatori. The Fighting Owls a Seymour “solo” 8110. Come racconta Phillip Hoose nel suo libro del 1995 Hoosiers: the fabulous basketball life of Indiana, durante una riunione del Consiglio cittadino di Muncie nel 1929, in cui fra le altre cose si era appena respinto una mozione per lo stanziamento di 300 dollari per l’assunzione di un nuovo bibliotecario, i presenti non fecero una piega nel concedere – si dice – un centinaio di migliaia di dollari alla squadra di basket locale per dotarsi di una casa, che fosse degna dello status di campioni dei propri giocatori.

Con la popolarità dello sport ideato da Naismith, vennero anche, inevitabili, alcune grane legate all’avidità di persone che fiutando il guadagno e il lustro per la propria reputazione che ne sarebbe derivato, si appostarono attorno al rettangolo di gioco come mosche. Così alcuni coach si videro recapitare direttamente alla propria residenza degli esemplari di Pontiac Berlina nuovi di zecca e l’abilità di certi giocatori fu qualche volta ripagata con orologi d’oro o posti di lavoro nuovi e migliori per i parenti più stretti. Una volta New Castle cercò di tesserare tale Raymond Jolly, talento purissimo del luogo, con l’effetto di incorrere in una sanzione non appena si scoprì che il Jolly aveva in realtà già 21 anni ed era iscritto a Indiana University. Ma queste sono altre storie, poco edificanti e che ancor meno ci interessano. Quelle che racconterò la prossima volta, narrano di un coach, Everett Case, che ricevette il trofeo di campione dello stato direttamente dalle mani di Naismith e di un folle visionario, con molto più senno di ciò che si potrebbe pensare ad una prima e superficiale lettura, il quale pensò, nell’incredulità generale, di stravolgere le regole del gioco.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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