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The King in the Fourth

Derrick Rose, Penny Hardaway, Grant Hill, Tracy McGrady. Due sono i punti comuni a questi quattro nomi: sono alcuni tra i più spettacolosi, emozionanti e talentuosi cestisti degli ultimi 20 anni e, ognuno di loro, ha tristemente subito degli infortuni da accapponare la pelle solo a sentirli nominare. Rotture del tendine d’Achille, fratture alla caviglia, tutto ciò che non vorreste mai sentir nominare calcando un parquet di 28×15. Loro hanno passato tutto ciò, e perciò saranno eternamente destinati a un luogo delle memorie cestistiche piuttosto particolare e non necessariamente gradito ai più che ci si ritrovano, quello dei giocatori “che sarebbero potuti essere, ma che non sono stati”, se non per un breve, quanto sensazionale, lasso di tempo. Solitamente le loro carriere seguono un percorso comune, perlomeno a grandissime linee: il primo segno distintivo è, necessariamente, un’ascesa vertiginosa tra gli alti calibri del basket statunitense, che si verifica entro i primi 4 anni nella lega. Giungono là in cima, dove l’aria si fa più rarefatta e il paesaggio, riservato a una ristrettissima élite, è stupendo e irrinunciabile, tanto che, una volta arrivati, difficilmente ci sarà un modo di dissaldarli da quell’astratta, ma ben definita, collocazione. Le prestazioni fisiche si avvicinano al loro picco, ma tecnicamente e mentalmente il margine di miglioramento è lì, che aspetta un’esplorazione maggiormente profonda, attesa quasi più da noi appassionati che dai diretti coinvolti. Ed è a questo punto che, quello che sembrava profilarsi come un percorso netto all’argenteria della Association e alla conseguente commemorazione eterna tra gli interpreti di spicco di questo sport, subisce un inatteso mutamento, in una cupa direzione, causato, necessariamente, da un grave scompenso fisico di qualsivoglia natura. Da lì in poi si imbocca il tunnel dell’orrore che più tormenta gli incubi di questi sportivi, in cui si troveranno di fronte alla paura di contatti troppo pesanti, di incursioni al ferro troppo spericolate, di ruoli troppo ridotti, di stagioni troppo corte. Dal numero di minuti, sempre più tendente alla singola cifra, alla quantità di trasferimenti forzati da una franchigia all’altra, il pensiero di un ritiro, tristemente precoce, sovviene facilmente alla mente di questi sventurati atleti.

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Siamo in un quieto quartiere residenziale in periferia di Tacoma, stato di Washington. Tra le modeste villette a schiera di Geiger Street, potreste imbattervi in un ragazzo afroamericano, di media statura, forse anche sotto la media, probabilmente impegnato, tra una faccenda domestica e l’altra, a tirare uno Spalding nel tipico canestro posizionato nel vialetto di casa. Il giovane è, come ogni abitante del globo terracqueo, ignaro del cammino assolutamente irripetibile che ha davanti. O meglio, lui sa in parte la direzione in cui vuole puntare, e può essere solo quella del giocatore di basket professionista. E sa bene che non ci sarà evenienza che lo possa fermare dal giungere a destinazione. Attenzione però: non è la vostra tipica favola cestistica targata ‘stars & stripes’: Isaiah non è il ragazzo afroamericano che parte dai quartieri meno nobili della grande metropoli per poi ritrovarsi in un corpo da triatleta all’acerba età di 14 anni. E in quel momento capisce che ha serie possibilità di vivere, senza troppe difficoltà economiche, giocando lo sport che ama. Isaiah era 1.75 alla High School, dunque questa prospettiva, poteva vederla solo lui e nessun altro. Già perchè, se aveste provato a chiedere ad amici e conoscenti del preludio che dominava le palestre giovanili della zona (31 punti di media nell’anno da junior, il penultimo del liceo americano), senza dubbio sarebbero piovuti elogi, ma nessuno si sarebbe azzardato ad associare il nome di Isaiah Thomas alle tre iniziali della tanto ambita Lega. Nessuno, tranne una persona, le cui iniziali sono invece I.T.

All’Università di Washington si verifica la prima di una serie di circostanze fortunate che definiranno per sempre la carriera di Thomas come qualcosa di mai visto prima, e non ho dubbi sul fatto che non ne vedremo nemmeno dopo. A Washington sceglie la maglia numero 2, che, sebbene ritirata in onore del suo pari statura Nate Robinson, proprio da esso sarà donata ad Isaiah. Nate ha notato in lui ciò che nessun altro poteva vedere, molto prima di chiunque, poiché condivideva la stessa prospettiva dell’allora point-guard degli Huskies: quella del giocatore sempre più basso in campo, ma non per questo più scarso, anzi. Nate sarà il suo primo grande mentore e lo accompagnerà nel suo cammino dal college alla NBA, sempre nel mantra di “heart over height” come segno distintivo di questa particolare risma di giocatori; personalmente, i miei preferiti, e stento a credere di essere l’unico. Sono la personificazione del motto “no excuses”, per cui non c’è limite al realizzabile, se non quello che ci poniamo noi stessi, spesso come giustificazione della nostra pigrizia. Dunque, senza queste persone che giudicando dalla corporatura potrebbero sembrare comunissimi cittadini, avremmo mai pensato che fosse possibile calcare un parquet NBA essendo, talvolta, 40 centimetri più bassi della resto della competizione? Avremmo mai pensato che, valide le condizioni precedenti, si potesse partire dall’ultima scelta al draft, per arrivare prima all’All-Star Game, e poi tra i primi 5 candidati al premio di MVP? E ancora: che si potesse segnare 33 punti in una partita di Playoffs, il giorno dopo la morte di una sorella?

La vita con Isaiah ha saputo essere satura di soddisfazioni, sorprese, momenti indimenticabili, quanto ingiusta nella sua crudeltà. Fino a quel traumatico 14 di Aprile 2017 la sua carriera, e ancor di più la sua vita, era tutto ciò che sempre aveva desiderato in quel vialetto a Tacoma e chissà, magari anche qualcosa di più. Da lì in avanti tutto ciò che ha costruito, con sovrumano sforzo, duellando contro ogni probabilità e uscendone puntualmente vincitore, si è sgretolato davanti ai suoi occhi, allontanandosi ogni giorno dagli utopici tempi in bianco-verde. In un’estate è passato da secondo quintetto All-NBA a una point-guard che genera più dubbi che certezze. Il tutto causato principalmente dal tormento all’anca, che lo ha costretto alla panchina per più del 70% delle ultime due stagioni, passate principalmente tra apparizioni sporadiche in campo e incitamento ai compagni dalla panchina, in attesa del suo momento, che sembra non arrivare più. Prima alla corte del Re, il punto più basso della sua carriera, dove il recupero lento non coincideva con le esigenze a breve termine di una convivenza tra un sovrano e un regno ormai arrivato al suo inevitabile tramonto. Poi Los Angeles, l’ultimo luogo in cui lo si ricorda giocare con un minutaggio consistente, seppur per le sole ultime partite della stagione 2017-2018. Sembra lontanissima quell’annata, come lo sembra Isaiah dal tornare ciò che una volta fu. E poi è arrivata la stagione appena trascorsa… Denver è stato il luogo giusto per lui: l’assenza di pressioni nel recupero dagli infortuni è stato propedeutico ad una riabilitazione più efficace, chiaramente tenendosi sempre a debita distanza dal calcare un campo NBA.

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Siamo “ai giorni nostri”, e IT ha firmato per Washington, un anno per 2 milioni. Ironicamente, la stessa squadra con cui ha disputato la miglior serie di playoffs della sua esistenza, nonché l’ultima da cui è uscito vincitore. Ironico è anche pensare che fino a due anni fa era certo dell’arrivo di un’offerta di max contract da Danny Ainge. E allora sarebbe rimasto a Boston, dove già si vedeva padrone del Garden, idolo bianco-verde e di tutti i cestisti là fuori che pensano di non potercela fare solo perché non arrivano al metro e novanta. Così non è stato, ma non tutto è perduto: questo è l’anno che potrebbe decidere la legacy del nostro piccolo/grande uomo: essere per sempre associato alla lega di quelli “che sarebbero potuti essere, ma che non sono mai stati”, oppure confermare la sua competitività e il suo posto lì in alto, sulla cima della Association, l’unico luogo in cui potrà guardare dall’alto i suoi colleghi, che durante il suo viaggio sono sempre stati una ventina di centimetri più in su di lui.

Ma quanti credono, veramente, a una favola del genere? Oramai non è più un rookie su cui scommettere, ha 30 anni, è disfunzionale in difesa, la palla incollata alle mani in attacco, si prende il suo tiro quando vuole e come vuole, troppo basso e ora anche con un’anca problematica.

La risposta alla domanda penso sia chiara: nessuno. Eccetto l’unico che ci ha sempre creduto, da quella notte del draft in cui quel telefono sembrava non squillare mai, e ha dovuto aspettare fino all’ultimissima chiamata per sentire, finalmente, pronunciare il suo nome nella sala del Prudential Center. E poi gli anni a Sacramento, dove di fronte a lui aveva sempre almeno un pari ruolo preferito a lui dal coaching staff. E sebbene fosse sicuro di star facendo bene, i Kings l’hanno comunque ripudiato, eppure questo mai ha causato nemmeno una minuscola perdita di fiducia in sé stesso e nella sua appartenenza a quel posto in cima. E alla fine se l’è preso, con gli interessi. Se se ne approprierà di nuovo? Solo l’Autunno ce lo svelerà. Ma non stupitevi se dovesse farcela: il concetto di probabilità è davvero solo una parola nel dizionario, per il fu “The King in the Fourth”.

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Riccardo Russo

Riccardo Russo

Nato a Senigallia, cresciuto in Ancona, fino a qualche anno fa la pallacanestro sapevo a malapena cosa fosse. Scopro questo meraviglioso sport tramite l'inarrivabile lega a stelle e strisce, che ha definito il mio rapporto col gioco di Naismith inizialmente come un vago interesse (sempre secondario, tra quelli sportivi, al calcio) poi passione, e ora si può dire oscilli tra la dipendenza e la malattia, che evito con piacere di curare.

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