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La resilienza degli Indiana Pacers

”Aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più”

Dopo il tragico infortunio di Victor Oladipo nessuno avrebbe creduto che Indiana potesse mantenere certi risultati, invece dalla straordinaria percentuale di vittorie (70%) con la sua stella in campo, da quando Black Panther si è rotto il tendine del quadricipite femorale la squadra di coach McMillan si aggira ben oltre il 50%, indice di una solidità strutturale che parte dalla società fino ad arrivare al magazziniere, quando ci sono basi così solide su cui costruire, anche senza il tuo unico All Star i risultati possono arrivare.

Una squadra che manda in doppia cifra di media ben otto giocatori (tenendo conto anche di Evans che attualmente è a 9.9) simboleggia una coesione e un senso di responsabilità presente e condiviso equamente da ogni giocatore, senza differenziare le prime linee dalle seconde, una mentalità sicuramente vincente. Lo scorso anno i Pacers sono usciti a testa altissima dalla serie contro i Cavs, quest’anno era lecito aspettarsi una riconferma e si sa che non è mai semplice giocare per riconfermarsi, Indiana lo sta ampiamente facendo.

Indianapolis

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Sicuramente una delle città in cui la palla a spicchi è considerata quasi come una religione, espandendoci in tutto lo Stato possiamo affermare che non ci sono altri posti in cui il basket si senta, lo si viva e lo si respiri come in Indiana (l’unico altro evento paragonabile ad una partita di pallacanestro sono ovviamente le 500 miglia di Indianapolis). I tifosi si possono definire quasi tutti dei conoscitori del gioco, sanno stare vicini alla propria squadra sempre dimostrando di sapere riconoscere i momenti di difficoltà di una squadra; paradossalmente avere dei fan di questo genere potrebbe anche rivoltarsi a svantaggio della franchigia, ma in che modo?

Gli Indiana Pacers non vincono un titolo dal 1973, la pazienza è certamente una virtù che i tifosi di Indiana possono vantarsi di avere, ma restando e basandoci sulla storia recente della squadra negli ultimi trent’anni non sono mai scesi sotto il 40% di vittorie (escluso il 2009\10 chiuso al 39%) e solamente in sette occasioni non hanno disputato i playoffs, nella NBA cifre del genere stanno a simboleggiare la presenza di una sana e vincente cultura, ma una riflessione mi sorge spontanea: non è che i Pacers vorrebbero fare come gli Spurs, ma non sono gli Spurs?

Mi spiego, San Antonio penso sia un caso unico e irripetibile nella storia della NBA, stesso allenatore e stesse stelle per vent’anni, quando il ciclo sembrava finito hanno trovato, anzi hanno letteralmente inventato quasi da zero un giocatore che avrebbe potuto tenerli nelle posizioni di vertice per altri dieci anni, ovviamente sto parlando di Leonard, andando via però gli Spurs si stanno riconfermando lo stesso tra le prime otto ad ovest come di consuetudine; in questo periodo i Pacers al contrario dei texani hanno lottato realmente per il titolo forse un paio di anni, con Miller e con PG, cambiando vari allenatori nel mentre e senza mai pescare al draft il loro Duncan, ed è questo il punto, sarà la sfortuna o l’inadeguatezza di una parte dello staff ma negli ultimi venti\trenta anni i Pacers hanno sempre vacillato nelle posizioni intermedie, senza mai toccare il fondo ma neanche la cima della lega. Personalmente è una mentalità che apprezzo e condivido, scendere in campo sempre per vincere nonostante tutto e tutti, senza prendere neanche in considerazione l’idea del tanking, anche perché non tutti, ma molti giocatori che spostano gli equilibri si possono trovare anche nelle posizioni infondo al draft, quindi basterebbe davvero quel pizzico di fortuna o lungimiranza che porterebbe una superstar a Indianapolis.

NBA: Oklahoma City Thunder at Indiana Pacers

Non tutto il rispetto per Oladipo non lo vedo ancora come tale, perché si sa che per vincere un titolo NBA va bene avere una cultura vincente, tifosi preparati e comprensivi, uno staff di livello ma alla fine in campo ci vanno sempre i giocatori, e senza campioni non si vince. Kawhi Leonard infatti è stato scelto proprio dai Pacers, ma la poca pazienza della società ha portato alla trade con George Hill perché appunto in quegli anni Indiana vedeva uno spiraglio per il titolo, volendosi rinforzare subito ha gettato via un futuro che sarebbe stato probabilmente più roseo.

Non avranno una superstar e da qualche mese neanche un all star in campo, ma la pallacanestro che McMillan fa esprimere ai suoi ragazzi è un mix di attacco e difesa, se la fase offensiva è soggetta spesso al talento dei giocatori, quella difensiva è basata maggiormente sulla concentrazione mentale, e i dati ci dicono che è una delle migliori difese della lega nonché la prima quando si parla di giocare in casa, anche per questo i Pacers devono resistere alla rimonta dei favoriti Celtics per mantenere il quarto posto in classifica almeno.

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Bogdanovic, Turner, Young, Collison e Matthews (arrivato dopo l’infortunio di Dipo) stanno disputando una stagione davvero di livello, anche oltre le attese, ma l’uomo in più di questa squadra per il momento è sicuramente il figlio di Arvydas Sabonis, ovvero Domantas che uscendo dalla panchina (Lou Williams permettendo) è in lizza per il premio di sesto uomo dell’anno, 14 punti e 9 rimbalzi ad allacciata di scarpa con un Jordanesco (DeAndre) 60% dal campo, non esattamente facendo solo schiacciate però. Ritmo basso (poco più di 100 possessi a partita) ma allo stesso tempo l’abilità di colpire in contropiede (oltre 14 punti a partita realizzati in transizione) sono solo due esempi della filosofia di McMillan, un altro è la scarsa predisposizione al tiro da tre preferendo il canestro in area, infatti sono solo al ventottesimo posto come tiri dall’arco tentati, ma allo stesso tempo non è che si possano troppo sfidare i Pacers a tirare da tre perché sono la terza miglior squadra della lega in quanto alla percentuale di realizzazione aggirandosi intorno al 37% (less is more, vero Pop?!), semplificando moltissimo possiamo dire che è un basket di altri tempi quello giocato da Indiana, speriamo solamente che in questi anni i tifosi possano avere ciò che si meritano e aspettano da tanto tempo, in questa stagione daranno il massimo con gli effettivi che avranno a disposizione in post season, vedremo solamente se con il fattore campo a favore o meno.

Nonostante l’infortunio di Black Panther, nonostante i Bucks, i Sixers, i Raptors e i Celtics siano più forti e avvantaggiate in un’eventuale serie, nonostante tutto e tutti…gli Indiana Pacers sono seduti alla tavola dei grandi.

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Alessandro Carpi

Alessandro Carpi

19 luglio 1994, appassionato visceralmente al mondo NBA da quando ne ho 16, non solo al basket giocato che ovviamente non ha eguali al mondo, ma anche a tutto ciò che ci gira intorno. Mio papà amava i Lakers del duo kobe-shaq, ho fatto i miei primi fantabasket con lui, mio fratello e mio cugino, ai tempi non esistevano le app ma facevamo tutto con penna a taccuino, le mie prime partite guardate per intero sono state le finals 2010 con mio padre non potendo mai aprire bocca, ai tempi non esisteva my Sky che potevi fermare le partite quando volevi. Sono cresciuto da allora sempre mantenendo vive le mie due più grandi fedi, Federico Buffa e "the king" LeBron James.

 

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