steph_curry

Imagine

“Io credo che Dio mi abbia fatto per uno scopo,
però mi ha fatto anche veloce
e quando corro io lo sento compiaciuto ”
(Eric Liddel, Momenti di gloria, 1981)

IMAGINE THERE’S NO CHILDREN…

A volte si dice “in mancanza d’altro”, ma non era certo il caso della tarda primavera 2015, che, nel cuore caldo della post season, stava offrendo gli accoppiamenti delle finali di Conference forse fra i più intriganti degli ultimi anni, con i tre MVP di regular season (ancora adesso, davvero, fatichiamo a scegliere) e il collettivo più… collettivo che si fosse visto, al di fuori del Texas, da un bel po’ a questa parte.

Nel bel mezzo di tanta e tale cestistica abbondanza, davvero difficile era pensare che la fantasiosa ed onnipresente stampa a stelle e strisce potesse dedicare energie ad una polemica di portata e profilo men che gossipparo. Ma tant’è, businness is businnes, e ciò che fa parlare fa anche acquistare, e quindi scrivere. Ci stiamo riferendo al little show di quei giorni della piccola Curry in conferenza stampa, tale da provocare una mezza ribellione fra gli abituali frequentatori della sala dedicata alle interviste. È impossibile, ha detto qualcuno, raccogliere le dichiarazioni e fare il proprio lavoro, a fronte di continue interruzioni.

Image: Houston Rockets at Golden State Warriors

Stupisce che un rilievo del genere emerga nel contesto di una cultura avvezza al “porta-un-figlio-sul-lavoro” e che sulla famiglia, se non altro per retorica, spesso costruisce le stesse storie di showbiz. Ecco, ci saremmo magari aspettati un video in NBA-style sui “figli dei famosi”. Già lo vedevamo: montaggio vertiginoso in alternanza fra primi passi barcollanti dei piccoli e schiaccioni dei genitori, fra vagiti a ritmo rap dei generati e trash talking dei generanti. Per quel che ci riguarda, nella nostra immaginoteca padri-figli, un posto fisso lo occupa la piccolina di Ricky Minard, ai tempi di Reggio Emilia presenza fissa nel pre-partita, sgambettante sul parquet, abbracciata ad un enorme bottiglione di Gatorade.

…AND NO RELIGION, TOO

Difficile allontanare il sospetto, da altri suggerito, che il vero torto di Stephen fosse quello di essere un giocatore devastante, un tiratore micidiale, ma di non rientrare affatto nello stereotipo del ruolo: non beve, non si droga, non se la tira, non fa lo spaccone, stima il suo coach, è felicemente coniugato, tiene alla famiglia e, addirittura, è profondamente religioso.

Non sappiamo se ci sia un qualche imbarazzo nel presentare Curry per quello che è, al di fuori di un campo da basket; pare che, al di là dei siti “specializzati”, non vi sia molta voglia di approfondire quanto l’attuale migliore giocatore al mondo pensa, dice, vive nella vita reale, e se per caso ciò influenzi il suo gioco. L’obiezione tipica di chi si accosta al mondo americano, alla sua esuberante evidenza religiosa, risente del pregiudizio, talora anche fondato, di una certa voglia di spettacolo, di esteriorità; che la “testimonianza”, secondo un meccanismo di matrice tipicamente protestante, si confonda con l’ostentazione di un successo umano, esibito a riprova di una pretesa “benedizione divina”.
In realtà il fenomeno è assai complesso; per quanto riguarda il nostro tema, esso comunque non pare riguardare l’attuale giocatore migliore del mondo. Stephen indubbiamente cerca di “testimoniare”, ma, crediamo, riuscendo a non ostentare; non si vergogna certo della propria fede, ma, al contempo, risponde solo se interrogato. Dissemina, insomma, sufficienti indizi per chi vuol capire, senza tuttavia forzare chi preferisce ammirarlo solo per la meccanica di tiro o per quando tiene in mano una palla arancione.

NCAA Men's Basketball - North Carolina vs. Davidson - November 14, 2007Sappiamo che Curry ha affrontato il difficile inizio della carriera universitaria, quando nessuno sembrava scommettere su di lui, e l’altrettanto probante stop al secondo anno NBA, nella stagione persa per infortunio, con la serenità di chi sa che “Tutto succede per una ragione e io credo che Dio mi abbia voluto semplicemente perché questa storia, la mia storia, potesse svilupparsi nel modo in cui si è sviluppata finora”.
D’altronde, la sua fede ha radici lontane, risale – secondo il suo stesso racconto – alla giovinezza, quando i genitori lo portavano, ogni mercoledì ed ogni domenica, in Chiesa. “Allora non avevo una relazione personale con il Signore, finché non fui chiamato all’altar call (la pratica dei cristiani battisti di dichiarare pubblicamente la propria scelta di fede, NdR), e il giovane pastore ci chiese di prendere una decisione. Non potevamo continuare ad appoggiarci alla scelta dei nostri genitori. Doveva essere una nostra decisione, ed io l’ho compiuta”.

E Curry rimane ben convinto, da allora:

“Ci sono così tante cose che possiamo vincere in questa vita con Gesù… per la sua opera sulla Croce, ha pagato il prezzo definitivo per noi: sono veramente orgoglioso di essere un figlio di Dio”

ha detto in alcune interviste del Febbraio di quest’anno.

IT’S NOT SO EASY, ALSO IF YOU TRY

Se questo è lo Stephen privato, la curiosità ci porta però inevitabilmente a chiederci se e in che modo la sua Weltanschaaung possa influire pure sul suo straordinario modo di interpretare la pallacanestro.

Di certo, possiamo dire che per Steph la pallacanestro, con la fede, c’entra eccome:

“Ogni partita è un’occasione per essere un testimone di Cristo. Quando scendo in campo, la gente deve sapere chi rappresento, in chi credo”

E dunque

“Mi batto il petto ed indico il cielo: sta a significare che il mio cuore è per Dio. Lo faccio ogni volta che scendo in campo, per ricordare per chi sto giocando, chi sono e perché sono così, e che tutto ciò è a causa del mio Signore e Salvatore”

Questo, nel rapporto con il pubblico. In qualche modo, siamo ancora su un piano, per così dire, esteriore. Anche se dalle stesse espressioni e dai toni di Curry si fatica a non vedere coerenza, sensibilità e profondità non comuni.
Ma è lo stesso MVP a osare, a condurci ancora più avanti nel discorso, a collegare direttamente way-of-life e kind-of-play. Nel discorso di ringraziamento per l’assegnazione del premio ha esordito spiegando di essere “l’umile servitore del Signore”, e aggiungendo: “non dirò mai abbastanza quanto è importante la mia fede per come sono e per come interpreto il gioco”. La stella polare del suo modo di stare in campo è “4:11″, come ha voluto si chiamasse la linea di abbigliamento a sé intitolata. Il riferimento è, ovviamente, ad un brano biblico, citato al modo anglosassone, con i due punti a separare capitolo e versetto.
San Paolo, Lettera ai Filippesi, cap. 4,11: “Tutto posso in Colui che mi dà forza”.

Non diversamente, il rapporto con i compagni:

“Personalmente, so che i miei compagni di squadra, gli allenatori e tutti gli altri che sono coinvolti rappresentano una gran parte di ciò che io sono. Tenendo in mente questo, do gloria a Dio per i miei talenti ed anche tutti quelli che mi stanno aiutando hanno gli stessi meriti”

In effetti, se volessimo cestisticamente “isolare” i maggiori meriti dell’attuale best player in the world, dovremmo porre in cima due caratteristiche. La prima, non essersi mai arreso quando più d’uno gli prospettava l’impossibilità di una carriera ad alto livello (troppo basso, troppo magro, troppo piccolo, poca personalità, troppo gracile per gli infortuni); di aver continuato a lavorare duramente, fino a giungere a vette impensate… tutto posso, in Colui che mi dà forza.

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La seconda, che pur essendo un giocatore con così tanto talento, con un tiro mortifero, non è eccessivamente condizionante per i compagni. Non è un accentratore, con lui in campo la squadra riesce ad esprimersi senza essere schiacciata dalla sua personalità. Tanto è vero che la sua vera «esplosione» in NBA è stata accompagnata dal “gemello” Thompson: si parlava di Splash Brothers, senza che fosse così chiaro chi dei due dovesse ricoprire quel ruolo di leader, oggi chiaramente in mano a Steph.
Come a dire, fin da subito, un talento “con”.

Insomma, non è così semplice staccare Curry dalla sua fede, non solo sul piano personale, ma anche su quello cestistico. Sarebbe la stessa superstar, compendio di umiltà e grandezza?

LIVING FOR TODAY?

Il sospetto che il comune guardare oltre all’oggi possa essere foriero di stima più che di avversione anche nelle cose della terra, echeggia pure da un’altra storia, singolarmente vicina – per ruolo e caratteristiche fisiche – a quella del fuoriclasse di Akron.

Fisicamente non sembrava destinato per nulla alla pallacanestro; faceva dell’assistenza ai compagni la ragione fondamentale di gioco; apparentemente low-profile fuori e dentro dal campo, godeva dell’incondizionata stima di compagni e tifosi, pure per la vita extra parquet: sì, parliamo di John Stockton, una delle vere e proprie leggende dell’NBA. In molti, ancora oggi, pensano che Stockton fosse così amato a Salt Lake City, oltre che per le sue straordinarie doti cestistiche, anche perché rappresentava il tipico mormone. Ovvia, pertanto, l’identificazione, nella capitale religiosa della confessione americana.

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Ciò che non si sa è che John Stockton, il re degli assist, l’unico che poteva tenere campo di fronte a His Airness, l’«impiegato del catasto» che sciolinava prestazioni top nello sport più fisico del mondo, era ed è convintamente cattolico. Il che non è esattamente la stessa cosa dell’essere mormoni, se è vero che si tratta dell’unica professione protestante di cui la Chiesa romana neppure riconosce il Battesimo.
“Quello che vedi di John è come realmente è”, ha scritto di lui Karl Malone, nella prefazione all’autobiografia di Stockton, genialmente intitolata Assisted. “Stockton non ha mai cambiato uno iota del suo credo. Semplicemente non ha mai pubblicizzato la cosa, e dunque molti sono convinti che non ne abbia alcuno. Ma non è così: ce l’ha ed è sempre rimasto ben saldo in esso”.

Coerenza, umiltà, sobrietà: evidentemente marchi di fabbrica collegati al senso religioso.
Ma se un atleta con quelle caratteristiche è normalmente stimato dai tifosi di qualsiasi latitudine, tendenza e credo, forse il rapporto magico tra il cattolico Stockton ed il pubblico mormone ha più fondamento nel religioso di quanto possiamo pensare. Di recente, la testata telematica dei mormoni LDS Living ha spiegato, in un breve articolo, “Why Mormons Love NBA Legend John Stockton”: fede, famiglia, sobrietà.
John è felicemente sposato con Nada da trent’anni. Ha sei figli che segue ed ama. Ha sempre vissuto con semplicità, senza lusso. Rimase per anni in affitto in un appartamento da $ 120 al mese. “Ci stavamo bene, e neanche pensavo di spostarmi” ricorda. “Sono anche un po’ tirato, è vero, ma le mie necessità sono semplici: cibo, una casa, il riscaldamento. Il resto, lo conservo per momenti difficili”.

Forse non sempre la religione divide; forse gli appartenenti a religioni diverse trovano anzi più facilmente affinità, terreno comune, valori da condividere.

AND NO BASKET, TOO

Di certo, quello che si può dire è che asportare a Steph Curry e John Stockton la fede, le profonde convinzioni religiose, non determinerebbe lo stesso risultato. Non sarebbero gli stessi, senza. Probabilmente, anzi quasi sicuramente, neppure per la parte che compete al campo da basket. La chiave del film “Chariots of fire”, Momenti di gloria, è nel dialogo fra gli alti dignitari della Corona Britannica ed Eric Liddel, quando i primi si rendono conto di non poter separare l’atleta dalle sue convinzioni, che la velocità è parte integrante della fede di quell’uomo così eccezionale.
Non è così semplice, eliminando il fenomeno religioso, capire quanto rimarrebbe o quanto con esso potrebbe sparire.

Forse la stessa pallacanestro?

È quanto ritiene una professoressa della prestigiosa Hofstra University di New York, Julie Byrne, la quale ha misurato la anomala presenza di università cattoliche alla March Madness, il tabellone finale del grande torneo della NCAA, il campionato universitario. A fronte di una percentuale assolutamente risibile di College cattolici sul totale di partecipanti alla Division I – intorno al 5% -, e nessuno con più di diecimila studenti, mediamente 7-8 accedono al tabellone delle sessantaquattro finaliste. Più del doppio in proporzione, misura inspiegabile considerando appunto anche le ridotte dimensioni delle stesse.

L’origine del mistero è storica.

Naismith fonda la pallacanestro a fine Ottocento, nel 1891, quando l’immigrazione dai paesi cattolici, e la loro curva demografica, è storicamente al massimo. Irlandesi, italiani, polacchi, che giungono in un contesto fortemente ostile alla loro religione, prendono a fondare università per conto proprio, specie all’ombra dei Gesuiti. Con le attività sportive annesse, certo, che non potevano essere quelle tipicamente protestanti. Football e Baseball, infatti, richiedevano ambienti ed un’attrezzatura troppo costosa ed ingombrante, per le scarse finanze delle numerose famiglie cattoliche. Così, prese a diffondersi il basket, sport semplice, a cui bastava una palestra ed un pallone, per accontentarne venti alla volta. Non che gli altri non ci giocassero, ma nelle Università cattoliche si praticava solo ed esclusivamente quello. Fu proprio grazie agli immigrati cattolici ed alle loro Università, ed alla loro prolificità, se lo sport dei cesti divenne così popolare ed universale negli States. Ed anche in seguito, fu nei College cattolici che i neri trovarono, sul parterre, lo spazio che era loro negato altrove.

L’«Immaculata College», una piccola scuola cattolica di Philadelphia, vinse i primi tre campionati femminili di basket. Tra il 1945 ed il 1965, quattro istituzioni cattoliche vinsero, in totale, cinque volte il campionato maschile .
Uno di tali titoli fu appannaggio della Loyola University di Chicago, una scuola di Gesuiti che, tra le polemiche, per prima prese ad includere regolarmente più di tre giocatori di colore nel quintetto base.
Immagina un mondo senza religione, ma immaginalo anche senza lo sport che guarda verso il cielo. Forse, un po’ più razzista. Forse, un po’ meno generoso. Forse, un po’ meno di cuore.
Una delle più famose preghiere di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei Gesuiti, così si conclude:

“Insegnaci, Signore, ad essere generosi, a servirti come meriti, a dare senza contare, a combattere senza pensiero delle ferite, a lavorare senza cercare riposo, a prodigarci senza aspettare altra ricompensa, con la coscienza di fare la Tua santa volontà”.

Padre Steltenkamp, sacerdote gesuita, professore alla Wheeling Jesuit University, WV, l’ha recitata ad inizio stagione alla squadra di basket della WJU.

E ha concluso: “Queste cose, fatele sul campo”.

Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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