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Il ritorno di PUMA in NBA

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PUMA ed NBA: come tutto iniziò…

E’ avvenuto tutto molto velocemente, tuttavia non vi sarà sfuggito di vedere che, da quest’anno, ci sono alcuni atleti NBA con delle calzature molto vistose, recanti un logo che da tempo non calcava i parquet del (Canada e) Nord America: trattasi delle “Clyde Court Disrupt” ed il logo in questione è quello della PUMA. Il nome del modello della calzature invece è in onore non del Clyde complice di Bonnie, bensì del leggendario Walter “Clyde” Frazier, colui che portò per primo, da protagonista, il prodotto dell’azienda tedesca nel palcoscenico delle NBA Finals con le “PUMA CLYDE”

LA RESURREZIONE

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Eccole: le Clyde Court Disrupt

Molte volte si parla di building o re-building in relazione a roster/staff tecnico/management di una franchigia, ma il concetto si presta particolarmente per l’analisi della storia ed il ritorno di Puma in NBA.
Partiamo dai giorni nostri e poi andiamo a vedere il passato, che è molto più glorioso di quanto la memoria di scarpe Puma viste negli anni e nelle immagini di repertorio, potrebbe indurvi a pensare. Quando si costruisce un roster, affinché sia di successo, serve che vi siano sia i giovani talentuosi e rampanti che danno imprevedibilità, così come i saggi veterani che offrono invece equilibrio e stabilità: per quest’ultimo novero l’azienda fondata da Rudolf Dassler ha pensato di mettere sotto contratto A VITA proprio Walt Clyde Frazier. Un atto dovuto per il ruolo da pioniere del nativo di Atlanta e che, approcciando al draft 2018, era perfetto per la strategia con la quale l’azienda aveva in mente di aggredire il mercato. Colore, spregiudicatezza, gioventù, creatività: queste le direttrici del progetto iniziale. E Frazier vi viene in mente per ognuna di queste direttrici sia come giocatore che in sé come persona, per lo meno per come si presenta, eclettico.

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La variante “London Calling” vista ai piedi di Kevin Knox

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Ad anno inoltrato cominciano a spuntare le personalizzazioni, questa è stata fatta per Danny Green

Sistemata la questione padrino, siamo sempre in prossimità dello scorso draft, l’obiettivo è divenuto il primo giro del draft stesso, in particolare la lottery. Puma ha azzannato il mercato dei prospetti in procinto del grande salto, mettendo sotto contratto, con un certo grado di rischio perchè prendersi un bust è un attimo, 5  delle prime 16 scelte (DeAndre Ayton, Marvin Bagley, Kevin Knox, Michael Porter Jr., Zhaire Smith) del draft, andando in particolare all in sulle prime due selections, appunto Ayton e Bagley. Poi i veterani, si diceva: ma da intendersi, sempre sul solco del parallelismo con il “process” di ricostruzione, in campo e fuori. Mi spiego meglio: l’azienda, avendo anche poco tempo a disposizione per questo rilancio, ha pensato bene di scegliere diverse figure, non solo giocatori, e comunque quest’ultimi con degli status stratificati, così da conferire organicità al proprio progetto.

Andiamo a fondo: serviva una punta di diamante, una presenza fissa all’ All-Star Game per dare credibilità al ritorno del marchio e per scaturire un effetto immedesimazione da parte di pubblico e colleghi. La scelta è caduta su DeMarcus Cousins, bell’azzardo direte, ma col senno di poi possiamo affermare che è andato a buon fine, sia perchè il predetto si è ripreso piuttosto bene dall’infortunio, sia perchè la credibilità che si è voluta perseguire con questa tipologia di giocatore porterà in dote un anello di campione del mondo tra un mesetto. Analogo risultato, non tanto per l’anello quanto per lo status di proven all star, è stato conseguito in WNBA con la firma di Skylar Diggins-Smith.

Dietro a Cousins il drappello di veterani reclutati ha visto aggiunti dei nomi solidi e, passatemi il termine, mediamente popolari, sopratutto tra i giocatori: su tutti Danny Green e Rudy Gay; mentre ulteriore scommessa si è spesa su un prospetto giovane che aveva, e sicuramente farà altrettanto in futuro, dimostrato fino a pochi giorni prima, nei Playoffs, di poter fare il grande salto: Terry Rozier. Dietro a questi, per corredare la famiglia di ambassadors che potessero dare ulteriore lustro a questa resurrezione in grande stile, sono stati ingaggiati, praticamente nelle medesime ore, Jalen Rose, analyst di ESPN, God Shammgod, assistente allenatore dei Dallas Mavericks e Chris Brickley, trainer molto popolare che ha lavorato spesso con Carmelo Anthony e diverse altre stars.

OPERAZIONE CULTURALE

Una mini-colonizzazione che ha investito diversi circoli NBA, una tattica da Risiko di cui gli effetti sul lungo periodo andranno poi misurati, sicuramente come primo passo è stata una solida scelta, soprattutto se riflettiamo sul fatto che PUMA ha espressamente, per bocca di Allison Giorgio, la VP marketing, scelto di non optare sulla strategia delle signature, come i concorrenti fanno dalla notte dei tempi, bensì di affidarsi a personalità del mondo della musica, che forse è la cultura che più di tutte è a contatto con la Lega, per allargare l’influenza del brand e creare hype sul mercato non tanto delle sneakers, quanto su quello dei prossimi free agents a proposito di calzature.

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In un primo momento circolò la voce che vedeva la nomina di Jay Z essere quella di presidente, poi ci fu la smentita

Ecco che Jay Z è diventato il direttore creativo, mentre Meek Mill, Yo Gotti ed anche il fu Nipsie Hussle sono entrati a far parte della PUMA Family. Se avete seguito, anche solo sui social, la risonanza che ha avuto la morte di Hussle nel circolo del giocatori NBA capite che la strategia di marketing potrebbe rivelarsi una genialata.

Strategia che parte dal know-how, dalla qualità (niente signature ma personalizzazioni ad hoc sul modello custom direttamente ai piedi dei propri testimonials), dagli addetti ai lavori, dalla cultura per avere profondità, come detto credibilità ed arrivare solo in seconda battuta, come naturale conseguenza, ai risultati di vendita, non prima di essere passati per i leaders d’opinione di quel mondo nella quale si è voluti rientrare di prepotenza e stavolta ci si vuole rimanere…già, stavolta…perchè cosa è successo a PUMA? Qual è la sua storia in NBA?

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Los Angeles: Nipsie Hussle festeggia la nomination al Grammy in occasione del lancio delle PUMA RS-X Trophy

BREVE STORIA DI PUMA IN NBA

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VC vola a canestro in un Air Canada Centre deserto, con ai piedi le Puma Cell IV

L’essere stato pioniere di Walt Frazier consiste non solo (e non è poco) nell’aver inventato il concetto di signature, essendo stato il primo nello sport ad avere una calzatura con il proprio nome, ma anche nell’aver condotto al proscenio un prodotto che era in realtà piuttosto diffuso presso i playgrounds: molti ragazzi e ragazze indossavano infatti da anni PUMA anche al Rucker Park, come è testimoniato da Bobbito Garcia nel suo Where’d You Get Those? New York City’s Sneaker Culture: 1960-1987″.

Stando alla fredda cronologia a Clyde si aggiunse, sempre nel 1973, George McGinnis (anche se alla prima partita una scarpa si ruppe subito e continuò con una PUMA in un piede, una CONVERSE nell’altro) campione ABA ed MVP del 1973 e più tardi Bobby Jones, 8 volte primo quintetto difensivo. Entrando negli anni ’80 la torcia passò nelle mani di Nate Archibald, reduce dal titolo con i Celtics condito dall’onorificenza di MVP dell’All-Star Game, siamo nel 1981 ovviamente, per poi transitare in quelle di Ralph Sampson, prima scelta assolta 1984 (la cui signature è universalmente riconosciuta come la migliore scarpa mai prodotta dall’azienda tedesca per il basket) A fine decennio l’adesione alla causa del più Isiah Thomas, che rimane praticamente per una decade capofila insieme a Terry Cummings, ambedue presenti in pianta stabile (ovviamente più il primo che il secondo) alla Partite delle Stelle. Con la progressiva uscita dalle scene di IT la presenza di Puma nella Lega tramonta.

C’è un colpo di coda (o forse sarebbe meglio definirlo un tentativo di ripartenza) con la firma di Cedric Ceballos (allora sophomore con contratto standard da 15mila dollari con Nike) nel ’92, cercando di sfruttare la presenza di questo al dunk contest dell’ASG, ma è un fuoco di paglia, in quanto il predetto cessa il rapporto in occasione della trade che lo porta ai Lakers. Un secondo tentativo è costituito da Vince Carter, già considerato un fenomeno dai tempi di North Carolina e conteso da mesi tra tutti i competitor: il recruiting e la strategia marketing (oltre che un esperienza positiva con le signature di Ralph Sampson) funzionano e VC firma nel ’98 per dieci anni (52 milioni di dollari, circa) Tuttavia finisce tutto dopo un anno, e precisamente con il comunicato stampa del 1 dicembre 1999, dove PUMA annuncia l’uscita dall’accordo; seguirà battaglia legale…motivo di tutto ciò? Le Puma Cell IV, che pure avevano aiutato Vincredible ad ottenere il premio di Rookie dell’Anno, causavano diversi problemi ai piedi di Vince.

D’altra parte di solo marketing non vive l’uomo, e Puma questo lo ha sperimentato sulla propria pelle.

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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