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Il Re di Coney Island

Oggi mi va così, di immaginarmi seduto sopra una nuvola ad osservare, a spostarmi da una parte all’altra del mondo, avanti e indietro nel tempo,  alla ricerca di qualche personaggio interessante da studiare, di qualche paesaggio meraviglioso da contemplare, di qualche bel ricordo da rivivere.

E tra un viaggio e l’altro immagino di fermarmi a gustare le prelibatezza delle diverse etnie; che so, un giro in Spagna a gustare un’ottima paella; un salto in Francia per innaffiarla con un raffinato champagne; una capatina in Giappone a trovare i maestri del sushi per poi tornare sempre dove il cibo è impareggiabile e inarrivabile, la nostra cara e amata Italia. A volte mi vien voglia di qualcosa di rapido e gustoso da assaggiare, un qualcosa di lontano dalla nostra cultura culinaria, un qualcosa tipo American Style, quindi chiedo informazioni alla ricerca del posto e l’epoca migliore dove poter mangiare un buon Hot Dog e un gentile signore mi incoraggia a prendere la via degli States, Brooklyn di fine anni ’70 in memoria di un suo viaggio passato, più precisamente Coney Island, laddove l’Hot Dog è stato inventato.

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Imposto la mia nuvoletta come fosse la DeLorean di Marty e Doc chiedendole di portarmi nel 1977 e appena arrivato riconosco immediatamente le note di una famosissima canzone che Frank Sinatra porterà in giro per il mondo facendola diventare l’inno della grande mela. “If I can make it there, I’ll make it anywhere” queste parole scandite dalla voce di Liza Minelli  interprete, diretta da Martin Scorsese e affiancata da Robert De Niro, del celebre film “New York New York”, sembrano profetiche. Riecheggiano in tutta Coney Island, con la melodia che solo la figlia di Judy Garland sa dar loro e arrivano chiare e forti, dandomi la netta sensazione di suscitare nelle giovani donne un senso di speranza per il futuro dei loro figli, nati, o prossimi a nascere, in un quartiere che, esclusivo e raffinato fino alla Grande Depressione, è finito invece ad ospitare i reietti di Manhattan.

In giro mi rendo conto dell’involuzione subita da quell’angolo speciale di New York; Luna Park, playground, la spiaggia sull’Atlantico, playground, la WonderWheel, ancora playground e un’aria pesante di vita difficile da affrontare ogni giorno. Di certo non il posto dove voglio fermarmi a lungo, giusto il tempo di un Hot Dog, se non fosse per quel suono che cattura il mio interesse. Il tuo vagito da appena nato mi rende curioso di restare ancora per un po’ perché in quel pianto riconosco un carattere forte, deciso, forse arrogante ma degno di attenzione. Già da bambino a far la voce grossa, a richiedere che le luci del palcoscenico siano tutte e solo per te. Di certo non posso parlare di umiltà raccontando le tue gesta.

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Il basket è il filo conduttore della tua vita; i tuoi fratelli Eric “Sky Dog”, Donnie “Sky Pup”, Norman “Jou-Jou” sono talentuosi e irriverenti ma nulla in confronto a te, in grado di sommare il tutto in un unico corpo: la durezza di Eric, la balistica di Donnie e il ball handling di Norman. La Lincoln è la High School di riferimento della tua famiglia e anche tu, che ti piaccia o no la frequenti. Basta poco per capire che i libri ti piacciono poco e ancor meno ti piacciono le regole. Lo sport si, quello ti piace, che dico lo sport, il basket, ma non il basket liceale, quello non ti prende, il basket di strada. La palla che rimbalza sull’asfalto genera una musica molto più dura e greve, proprio come piace a te, mica quella cagata di partite giocate con divise standard in palazzetti puliti ed impeccabili. The Garden, Rucker Park, The Cage, li giri tutti e io ti seguo in quelle infinite partite contro i rivali del quartiere che finiscono sistematicamente per vedere quest’ultimi soccombere alla tua presunzione e alla tua onnipotenza cestistica.

Non risparmi nessuno, giocatori e allenatori avversari, in strada come in palestra, li ridicolizzi con il tuo trash talking innato, dando libero sfoggio ad un atteggiamento da bad boy che ti avvicina a cerchie di personaggi non proprio raccomandabili, che ti rende intoccabile, da emulare da rispettare. Sei il Re di Coney Island , sei il futuro della sua gente e sai che farai strada perché sei fastidiosamente consapevole del tuo talento. Ti stai riposando e come al solito te ne stai seduto su una panchina a raccontare le tue gesta ai giovanotti arrivati fin qui solo per vederti in azione e io ne approfitto per acquistare una rivista e leggere cosa scrivono di te.

AP CHINA MARBURY S CHN

“Maleducato, irriverente, arrogante e narcisista” così ti definiscono su Harper. Faccio in modo che tu possa leggere questo articolo e da quel momento in poi decidi di cambiare. Come se qualcuno ti avesse sbattuto in faccia una verità troppo dura da essere accettata, come se fino a quel momento non ti fossi mai reso conto della tua reale natura. Le parole scritte su quella rivista ti toccano e illuminano il tuo pensiero tanto da invertire bruscamente la rotta verso un atteggiamento “professionale” che ti avrebbe permesso di far strada nella tua più grande capacità, il basket, e poco importa se quella del bravo ragazzo è una parte da recitare e non la tua vera natura. Lincoln High School, Georgia Tech, ogni singolo payground della città, dominati senza appello e inevitabile arriva la NBA.

La scelta è la numero 4 e ce l’ha Milwaukee che non crede in te e inscena subito uno scambio con i titolari della numero 5, i Minnesota Timberwolves, per arrivare a quel Ray Allen che da li a poco  girerà a “a casa tua” il famosissimo capolavoro di Spike Lee “He Got Game”. I Wolves accettano di buon grado lo scambio per creare una combo che avrebbe potuto dominare la NBA dopo qualche kilometro di rodaggio. Tu & The Revolution a Minnie ed è subito storia. Primo approdo ai Playoffs della franchigia. I primi due anni sono stellari si intravede un futuro roseo per i Wolves finché la tua vera natura riaffiora. Torni ad essere quel ragazzino presuntuoso che sfidava il mondo intero al playground, e dopo aver rinunciato ad un rinnovo che non hai ritenuto all’altezza del tuo talento, decidi di averne abbastanza di essere considerato il secondo violino e voli nel New Jersey, a vestire la casacca dei Nets.

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Un newyorkese doc a East Rutherford? Non proprio benissimo! Non ami i Nets né tantomeno i Nets amano te, dopo i tre anni trascorsi fuori dai playoffs, dopo averti visto scendere in campo con quella scritta sulle scarpe “All alone number 33”. Però con quella casacca qualcosa di straordinario l’hai fatta e resta un ricordo indelebile nella mente degli amanti del basket. Siamo a Washington D.C. , venti punti di scarto tra Est e Ovest e partita delle stelle che sembra archiviata. Sembra! Con l’aiuto di Allen Iverson super ispirato e di un Dikembe Mutombo in versione “not in my house” ribalti la Western Conference regalando al pubblico in visibilio uno degli ultimi All Star Game degni di essere ricordati.

Devi di nuovo allontanarti dalla costa atlantica e questa volta ad accoglierti c’è il sole e il caldo del deserto dell’Arizona e la squadra ti piace perché hai i timone ben saldo nelle mani. Si va dove decidi tu e l’incontro con un altro talentuosissimo big man, tale Amar’e Stoudemire, ti esalta tanto da arrivare mettere non pochi granelli di sabbia negli ingranaggi della dinastia Spurs nei playoffs del 2003. Sembra un matrimonio destinato a durare, ma anche qui va tutto a rotoli. Il nuovo coach, un tizio dal cognome italiano, sta impostando uno stile diverso di gioco che non ti piace, non ti esalta, per il quale non sei tagliato e pian piano vieni messo da parte. “Ma chi cazzo crede di essere questo?”, non può fare questo a te, il Re di Coney Island, deve portar rispetto. O tu o lui e la dirigenza sceglie lui, rimpiazzandoti con un nano bianco canadese. “Non sanno quello che fanno” pensi (e invece lo sapevano benissimo), sei incazzato nero ma arriva la chiamata che non ti aspetti.

Stephen Marbury #33

Si ritorna a casa, non in quel posto di merda del New Jersey, si va a New York, tra la tua gente, per la tua gente, a riportare i Knicks laddove una franchigia del genere merita di stare: in vetta. Lo spirito è quello giusto. L’arroganza e le palle non ti mancano ma nessuno è profeta in patria. La squadra fatica a decollare, i risultati non sono quelli preventivati, il pubblico inizia a pensare che non sarai tu, il Re di Coney Island, a risollevare le sorti della franchigia nonostante sperasse in te da quando eri poco più che un bambino. E a rincarare la dose arriva di nuovo quell’allenatore d’origine italiana. “Entra Steph”. Non lo degni neanche di uno sguardo, i rapporti si raffreddano in modo irreversibile e scappi a Boston. Ma figuriamoci se accetti di restare a  far la riserva di un ragazzino con la nove che non sa neanche tirare.

Capisci che la NBA non ti sta più bene, e voli in Cina a spiegare basket, tanto se l’hai fatto a New York puoi farlo ovunque, cantava Liza, perché i cinesi uno così non lo avevano mai visto neanche nei videogame. La Cina è troppo anche per me,  è ora di tornare  alla normalità, abbandonare l’idea di viaggiare con la mia nuvoletta a spasso per il mondo e nel tempo, ma prima di lasciare questa fantastica illusione voglio rendere omaggio per l’ultima a volta a te e alla tua celestiale capacità di produrre basket ovunque tu sia stato, perché anche se viviamo nel mondo del risultato a tutti i costi, il talento non si misura in anelli ma in emozioni e tu, dannato Stephon Marbury, Re di Coney Island, me ne hai regalate parecchie.

2012 China Open - Day 1

Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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