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Il perchè di Andre Iguodala

How many roads must a man walk down, before you call him a man?

La prima della celebre serie di domande che pone Bob Dylan in un testo musicale che può tranquillamente definirsi l’inno di una generazione e il manifesto di molti dei movimenti sociali che hanno consacrato gli anni 60’ come una decade che passa una volta sola. E ora, come ogni gruppo ribelle faceva proprie le parole di questo brano, eterno e universale, per promuovere la propria causa, noi poniamo l’interrogativo di cui sopra in un contesto che con l’autore di esso ha ben poco a che vedere.
Ignorando lo spessore del messaggio politico e filosofico del testo di ‘Blowin’ in the Wind’, rubiamo la famosa citazione per applicarla al vissuto recente del giocatore protagonista di queste righe, Andre Iguodala. Per intuire la celata analogia dobbiamo calarci in svariati livelli di digressioni funzionali, per poi risalire e ritornare al principio di questo testo.

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2 Giugno 2019, Gara 2 delle Finali NBA termina in favore dei Golden State Warriors, la prestazione del nostro uomo è ineccepibile: nel momento in cui la squadra aveva più bisogno di giocate di intensità e leadership, lui ha prontamente risposto presente alla chiamata al dovere. Il box score potrebbe discordare con questo enunciato: nella regina delle statistiche, i punti, non raggiunge nemmeno la doppia cifra. Iguodala risponde bene alle accuse poste dai freddi numeri: è stato il motore del decisivo parziale di 18-0 nel terzo quarto, segnando la pesante tripla del sorpasso, e difendendo a un livello elitario anche per l’NBA, impedendo, chiaramente con l’aiuto dei compagni, una risposta dei Raptors.
Certo, se torniamo al tabellino tra le stats principali figurano anche 8 rimbalzi e 6 assist, congruenti al tipo di giocatore all-around che è Iggy. Ma l’immagine privilegiata della Gara 2 di Iguodala è innegabilmente un’altra, e a ragione: firma lui la tripla a 5.9 secondi dalla sirena, portando il risultato a quota 109-104 e la serie su un confortante 1-1, che alleggerisce il ritorno a Oakland dopo lo sbandamento di Gara 1. E’ stato proprio questo il motivo per cui è stato al centro della discussione in ogni talk-show sportivo e qualsiasi piattaforma social del globo, seppur per poco più di 24 ore (non poco in questi anni in cui la soglia di attenzione va colando a picco vertiginosamente, complice anche la quantità spropositata di informazioni di cui siamo costantemente bombardati tramite la rete e i media). Assieme alle onnipresenti clip di di quella fatidica tripla, sono arrivate le chiacchiere da bar, altrettanto immancabili, che portano con sé una domanda ciclica che si ripresenta negli studi di ESPN & Co. allo stesso modo dei gruppi Facebook (come il nostrano pub di Nbalife.it) di appassionati NBA: Andre Iguodala è un Hall of Famer? I pareri sull’argomento sono davvero tra i più vari, oscillando tra il “semplicemente un role player”, che troviamo più spesso annidarsi in commenti -di dubbia autorevolezza- su piattaforme social, all’altrettanto discutibile “first ballot HoFer” (un giocatore inserito nella Hall of Fame il primo anno in cui è eleggibile per farlo; solitamente accade ai più meritevoli tra i candidati) di provenienza Evan Turner. L’intervento dell’ex Ohio State, come quello di altre personalità che hanno tributato simili commenti all’MVP delle Finals 2015, è, per quanto controverso, doveroso. Abbiamo bisogno, nello sport odierno più che mai, sempre più definito da numeri e palmarés, di figure coinvolte direttamente nell’ambiente ,che ce lo illustrino da un’altra prospettiva, quella di chi sa di cosa parla, senza bisogno di riferirsi al box score, perchè l’ha toccato con mano. Ciò di cui non necessitiamo assolutamente è lo Stephen A. Smith di turno che ci viene regolarmente propinato in qualunque salsa da ESPN, urlandoci contro le sue opinioni su qualsiasi argomento la discussione cestistica possa offrirci, approfondendo i suoi assunti a un livello così superficiale che sembra che per prepararsi un dibattito su un giocatore passi 15 minuti su Basketball Reference e al massimo si guardi gli highlights dell’ultima partita giocata. Ora, terminato l’escurso polemico, torniamo a supportare la causa del veterano degli Warriors: provate a chiedere nell’ambiente se Andre Iguodala appartiene lì, tra gli immortali di questo gioco, tra quelli che hanno aggiunto qualcosa a una lega già di per sé inflazionata dal talento, che hanno segnato la loro epoca per il loro impatto. State certi che la stragrande maggioranza vi risponderà affermativamente.

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Chi vi dirà il contrario, sarà, nuovamente, il tabellino: in 15 anni di carriera, le sue medie principali – senza addentrarci nei meandri delle statistiche avanzate, che in qualche modo rendono onore al peso della sua presenza in campo- sono poco convincenti: 12 punti, 5.1 rimbalzi, 4.4 assist, e col passare degli anni non accennano miglioramenti, anzi. Possiamo rincarare la dose di critiche citando un’unica misera apparizione alla partita delle stelle, quella del 2012. Certi della nostra tesi principale, per cui Andre è uno di quelli che deve comparire tra i nomi che hanno fatto la Storia del gioco, continuiamo la lista di lati oscuri della carriera di questo giocatore, e guardiamo alla sua carriera in Philadelphia, dove, dopo la partenza dell’altro AI, quello che per Springfield ci è già passato, la squadra era nelle sue mani. Lui doveva essere il prossimo uomo franchigia, colui che avrebbe riportato Phila dove una città così importante per la lega merita di essere. A prova della fiducia riposta in lui dall’organizzazione, gli viene offerto di un quadriennale da 80 milioni (dopo l’accordo del 2016 con Turner Broadcasting può sembrare una cifra non così esorbitante, ma al tempo si trattava di un contratto da superstar), che però non rispecchia le sue prestazioni in campo. Per stavolta esimiamoci dall’andare a setacciare i referti (vi basti sapere che il suo picco in punti fu di 20 nel 2007-2008) è risultato chiaro che Iggy non era, e non poteva essere, il nuovo Allen Iverson, e ciò generò un -giustificabile- odio verso di lui nella città dell’amore fraterno. Ma perchè questo non poteva essere? Innanzitutto, non è mai stato un giocatore tendente a esporre la sua personalità, sia fuori che dentro il campo, essendo un personaggio che preferisce, nella vita come sul parquet, non essere sotto i riflettori. I Sixers hanno pensato che lui potesse essere sia la prossima icona della pallacanestro di Philadelphia che go-to-guy di un roster che, tra l’altro, era ben distante dall’essere in sé competitivo. Sintesi delle 6 stagioni di one-man show targato AI2: percentuale massima di vittorie in regular season: .530 nel 2011-2012 (35 vittorie, lockout season), lo stesso anno in cui hanno sono andati più lontano in postseason, portando i Celtics a giocare 7 partite nelle semifinali di Conference. In questo modo sono andati sprecandosi i migliori anni di un mostruoso giocatore di squadra: l’associazione in cui si trovava però questo non l’aveva intuito, cercando in lui una prima punta individualista. In tal maniera, fino al 2012, è stato un giocatore incompreso, spesso definito dalle parole bidone o overrated.

GOLDEN STATE WARRIORS VS iNDIANA PACERS

E’ in quell’anno che qualcun altro ha capito chi fosse Andre Iguodala: sono i Denver Nuggets, che lo acquisiscono con l’intenzione di aggiungere un pezzo importante a una squadra che trova la propria identità nella forza dell’insieme, senza avere una stella di spicco a cui affidarsi, ma riuscendo comunque a vincere 57 partite quell’anno. Escono dai playoff al primo turno per mano della sorpresa del campionato, i Golden State Warriors. Ecco, si dà il caso che in quella serie playoffs l’esterno ex Philadelphia si sia fatto notare, soprattutto dal front office degli avversari. Bob Myers farà carte false per averlo in quella postseason, tradando, con l’obiettivo di creare spazio salariale per il suo contratto, Richard Jefferson, Andris Biedrins e Brandon Rush più quattro scelte al draft e una somma in denaro. E’ all’ombra del Golden Gate Bridge che, paradossalmente, aumenterà il suo contributo con la diminuzione del suo minutaggio. Senza la sua esperienza agli Warriors potremmo non avere mai avuto il piacere di assistere all’Iguodala sesto uomo, che è in realtà il giocatore che più merita di essere indotto nella gloria eterna della HoF. L’abbiamo visto ovunque in campo in questi 6 irripetibili stagioni: non c’è un giocatore che non possa difendere con successo, non c’è una giocata di playmaking al di fuori dalle sue corde, se deve mettere un tiro importante, state certi, lui è l’uomo che fa per voi. A tempo perso è anche uno dei giocatori di IQ cestistico (e non) più alto dell’intera NBA.
“Amplifier”, così il leggendario allenatore universitario Mike Krzyzewski definisce quel raro e preziosissimo tipo di giocatore che fa di tutto in campo per permettere ai compagni di esprimere la loro miglior pallacanestro. Steve Kerr lo utilizzò per primo nel suo spogliatoio, in elogio al genio della pallacanestro che gli ha permesso, tra le altre cose, di formare la Death Lineup, la quintessenza dello small ball di matrice GSW. Anche il capo allenatore ha speso dei pensieri sulla questione trattata in questo articolo, centrando, come suo solito, il punto della discussione. Qui riportata la sua lucidissima dichiarazione:

“It depends on your version of the Hall — if it’s based on stats, maybe not, if it’s based on champions and winners and brilliant basketball minds and impact on the game and impact on championship teams … he’s a Hall of Famer.”

In una breve affermazione Kerr completa il triplete di sollevare un interessante interrogativo, una polemica verso il peso eccessivo che le statistiche hanno nella valutazione di un giocatore d’oggi e rispondere effettivamente alla domanda del giornalista. Da inguaribile romantico non posso che condividere, in un luogo che ricorda e celebra la pallacanestro mondiale non si può e non si deve guardare alle cifre, quanto giudicare carriera e impatto del giocatore, dentro e poi fuori dal campo.

La sua carriera potrebbe essere discontinua e non particolarmente degna di nota all’occhio distratto. Ma 35 anni Andre Iguodala si è consacrato 3 volte campione NBA, è stato inserito in 2 quintetti all-defensive (anche in questo caso ne meritava qualcuno in più), MVP delle NBA Finals 2015, ma soprattutto un fuoriclasse, che ha giocato un ruolo chiave nella dinastia più vincente di questa decade cestistica, mettendo al servizio della Baia la sua completezza tecnica, fisica e mentale totalmente al di fuori dell’ordinario.
Ebbene, “Quante strade deve percorrere Iguodala, prima che venga chiamato Hall of Famer?”

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Riccardo Russo

Riccardo Russo

Nato a Senigallia, cresciuto in Ancona, fino a qualche anno fa la pallacanestro sapevo a malapena cosa fosse. Scopro questo meraviglioso sport tramite l'inarrivabile lega a stelle e strisce, che ha definito il mio rapporto col gioco di Naismith inizialmente come un vago interesse (sempre secondario, tra quelli sportivi, al calcio) poi passione, e ora si può dire oscilli tra la dipendenza e la malattia, che evito con piacere di curare.

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