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Il meglio e il peggio della stagione 2018-19

Con la gloriosa cerimonia degli awards si conclude ufficialmente la stagione NBA 2018/19. La sensazione che lascia la cerimonia è un po’ quella di vedere un ex della sposa che si presenta in chiesa 2 mesi dopo il matrimonio: pathos poco e una fastidiosa e persistente domanda sul senso della vita (e della cerimonia).

Ma prima di mandare in archivio definitivamente quest’annata, vediamo insieme la mia personale classifica di cosa è andato bene e cosa …meno bene. E siccome come tutti sapete sono un inguaribile ottimista, ho estratto solo 2 situazioni per i Top Worst, e una classica Top 10 per le 10 perle della stagione.

Top 2 Worst

Infortuni: lo so, capitano tutti gli anni, tutti gli anni ci lamentiamo, e le 82 partite sono troppe, e Pop (e ormai chiunque altro) fa riposare i giocatori in stagione facendogli saltare le partite, etc. Non mi dilungo. Però, tralasciando la situazione Warriors (che vedremo dopo), volevo solo ricordare cosa abbiamo perso in questa stagione. Questi giocatori sono l’evoluzione della specie dal punto di vista biologico (Leonard e Antetokounmpo chiaramente non possono esistere in natura, con quella forma lì!) e richiedono una messa a punto pre e post gara che neanche una Ferrari. Che infatti, oltre ad essere meravigliosa e ad altissime prestazioni, tende ad essere anche un pochino fragile.

Dicevamo, chi è mancato quest’anno:

Portzingis (tutta la stagione)

LeBron James (27 partite perse, e PO a LA mancati)

Paul George, salta solo 5 partite, ma da dopo l’ASG quello che poteva (e forse doveva) essere l’MVP della stagione diventa invisibile per l’infortunio alla spalla, falsando probabilmente non poco anche il risultato dei PO.

Gordon Hayward: gioca 72 partite, ma il vero Hayward (cioè quello di prima dell’orrendo infortunio occorso lo scorso anno) si vede forse per 10.

Kawhi Leonard (22 partite perse)

Chris Paul, gioca solo 58 partite, ma ormai chi ci fa più caso

Markelle Fultz (ex prima scelta del draft 2017): 19 partite

Nurkic: fuori per i PO

Finale falsata: 3 anni fa i Warriors hanno perso la finale NBA con un’impronosticabile rimonta da 1-3 dei Cavs. Ma almeno, oltre ad un’insensata concatenazione di eventi sfortunati, potevano  prendersela con loro stessi per una serie di errori mentali (chi ha detto Draymond?) che hanno commesso. Quest’anno invece a parte poche cose veramente veniali, ai ragazzi della Baia non si può rimproverare veramente niente. Semplicemente i Toronto Raptors hanno battuto i San Raffaele Warriors (dove S. Raffaele è un ospedale di Milano, per i non della zona…). Meriti innegabili di Toronto, che ha giocato benissimo, ha tenuto di testa, è stata tatticamente scaltra, tutto vero.

Golden State Warriors versus Cleveland Cavaliers

Però credo che nessuno al mondo pensi che avrebbero avuto una singola chance contro i Warriors al completo, e in molti (me compreso) sono convinti che anche senza Durant, ma con tutti gli altri sani, i Dubs avrebbero vinto lo stesso abbastanza facilmente. E invece, riaprendo il capitolo infortuni, Curry aveva 2 dita della mano sinistra dislocate, Thompson lo stiramento al quadricipite e poi il crociato, Durant stiramento al polpaccio e poi il tendine di Achille, Iguodala si è stirato alla fine di gara 2 (per altro su infortuni già presenti dalla serie precedente), Looney aveva il costato a pezzi (letteralmente), Damien Jones era fuori da tutta la stagione (e il breve e patetico tentativo di rientro ha scoraggiato ogni ulteriore tentativo), Cousins tornava da 1 mese di pausa, dopo aver giocato solo 2 mesi dopo un anno di inattività per il crociato, Bogut era stato recuperato dalla pensione come mascotte ed è stato sbattuto in campo per 20 minuti a gara. Insomma, una serie di infortuni a catena inimmaginabili hanno reso grottesco un difetto (forse l’unico) dei Warriors, ovvero l’essere corti di rotazione (e del resto se hai un quintetto di hall of famers -più un pluri all star come Cousins- pensi legittimamente di poter risparmiare sugli altri giocatori di rotazione). E così giocatori come Cook, McKinnie, Jerebko, Evans, arrivati lì per essere per il quinto uomo tra quattro all stars per 5 minuti a partita, si trovano a dover stare in campo anche in 2 o 3 assieme per 15 minuti a gara: che i Warriors abbiano portato a casa 2 W ha del miracoloso. Che ci sia toccata una finale così invece ha della punizione divina…

Top 10 Belle Cose!

luka-doncic

10. Doncic: ogni partita, in poco più di 32 minuti fa registrare 21,2 punti, 6 assist, 7,8 rimbalzi, 1,1 recuperi e quasi il 33% da 3 (non malissimo, se si considera che è un rookie, un lungo, che è la prima opzione offensiva della squadra e che è stato il secondo in NBA per triple in step back). C’è stato tanto hype intorno a Doncic, la faccia da bravo ragazzo, il gusto esotico dell’europeo, il fascino del lungo e dell’esordiente che ha già in mano la squadra e gioca praticamente point guard, ma la stagione del giovane croato è stata un toccasana per l’NBA, ed una storia bellissima per la città di Dallas, che passa idealmente a lui il testimone del miglior straniero di sempre in NBA, Nowitzki, e si prepara ad accoppiarlo con l’altro unicorno europeo, PortzinGod. Lunga vita ad entrambi, questo eccitante dinamico duo del “famolo strano”.

9. Harden: a me il gioco di Houston fa vomitare. Trovo che la semplicità, ripetitività e scontatezza delle loro soluzioni siano un drammatico impoverimento del gioco. Però nessuno può negare che funzioni. Anzi, in realtà in diversi avevano cominciato a negarlo nel difficoltoso inizio di stagione dei Texani. L’infortunio (imprevedibile!) di Paul e il record perdente avevano fatto partire il “de profundis” su D’Antoni, Harden, i Rockets e il loro stile di gioco. E invece 2 mesi di assoluto strapotere di Harden, capace di portare un manipolo di mestieranti a vincere sempre, a forza di 40elli e 50elli in serie, pur con tutte le difese NBA che lo braccavano in 2, 3, 4. Ribadisco, a me non piace, ma l’eccellenza va onorata.

8. Funerale Vichingo di Wade. Flash ci saluta, ma il suo farewall tour è meno carrozzone mediatico di quello, tristemente più noto, di Kobe: saluta ogni arena per l’ultima partita, scambia maglie, firma autografi, non chiede di partire in quintetto, e dalla panchina riesce perfino ad essere rilevante ai sensi della palla canestro. L’ultima partita di carriera, persa contro i Nets lo vede registrare una tripla doppia, e qualche lacrimuccia l’ha strappata anche ad uno come me, suo fan fin dai tempi dello sbocciare di quel rookie silenzioso ma dall’incredibile personalità in campo.

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7. D-Rose. Altro giocatore di cui non sono mai stato un grande fan. Ma il modo in cui questo ragazzo ha lottato e vinto contro un destino palesemente avverso è stato commuovente. Per circa un mese è tornato l’ex ragazzo prodigio dei Bulls, come se gli 8 anni non fossero mai esistiti e come se tutte le ossa delle sue ginocchia non si fossero sbriciolate. Più volte. Se solo il tutto fosse terminato con lui che vince una partita di PlayOffs, sarebbe stato un ottimo copione per un film. Ah no, scusate, quello era Brandon Roy.

6. D-Lo and the Nets: ne ho già parlato qui, e non mi dilungo. Mi piace a tal punto questa storia di eccellenza di management per Marks e di inaspettata maturazione del deviante a cui viene data una seconda possibilità, che anche qui ci farei un film. Tipo: D-Lo in green&white

5. Toronto & Leonard: come al punto precedente, ma in proporzioni moltiplicate fino all’eccellenza. A inizio stagione io (e buona parte del mondo) non credevo minimamente nei Raptors. E il noleggio a breve termine di Leonard non sembrava aver migliorato le cose. Non si sapeva in che stato fisico fosse, quanto avrebbe giocato, con che voglia avrebbe giocato. L’acquisto di Gasol a metà stagione è passato quasi inosservato. A fine RS, con i canadesi col secondo miglior record della lega, in pochi gli davano credito per arrivare in finale. E la prima partita dei PO, persa in casa con i non irresistibili Magic non ha aiutato. La serie altalenante contro Phila, vinta con un tiro improbabile, nemmeno. Le prime due gare di Conference Finals, dove Toronto è stata sotterrata dei Bucks, neanche. Eppure ai Raptors non mancava niente. Una star onnipotente su due lati del campo con Leonard, un uomo squadra non ingombrante ma esperto e capace di metterla da fuori o in penetrazione, senza andare sotto difensivamente nonostante l’altezza in Lowry. Un play realizzatore giovane e rampante in VanVleet. Un lungo moderno ed atletico che migliorava (letteralmente) ogni minuto come Siakam. Una delle migliori difese della lega, con Leonard, Green, Gasol, Ibaka; un allenatore giovane ma con esperienza e tatticamente brillante. E allora perchè nessuno li ha mai considerati seriamente? Guardiamoci in faccia: l’unico vero motivo è che …erano i Raptors. Ovvero la squadra che per definizione ti delude ai PO. Che si scioglie quando conta. Nessuno aveva scommesso che 2 veterani esperti e vincenti come Leonard e Gasol potessero fare il miracolo di cambiare l’atteggiamento dei compagni. Beh, evidentemente avevamo tutti torto. PS: vogliamo dire che Gasol in finale è stato il giocatore che nella storia ha avuto le peggiori statistiche individuali rispetto al contributo dato alla vittoria della propria squadra? I suoi raddoppi a tutto campo su Curry avevano del poetico.

4. Giannis, The Bucks and Bud: tenere insieme un gruppo a lungo, sotto la guida di un buon coach, produce risultati eccezionali. Lo dico da sempre. Certo, se poi la tua casa la costruisci sull’ossatura di un greco che sta riscrivendo il Gioco ogni volta che si allaccia le scarpe, il risultato arriva più facilmente.

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3. Lillard: altro momento “Brandon Roy” del pezzo (e in questo caso giochiamo in casa). Lillard, il miglior leader di una squadra NBA secondo l’unanime parere dei compagni di squadra, dopo averci regalato performance stratosferiche in regular seasons per anni, finalmente mette le olive nel Martini anche quando conta. Primo turno da incorniciare per lo “O” di RipCity, fa tutto quello che serve per far vincere i suoi, facendo impazzire la difesa di OKC, che non trova antidoti. Poi arriva la mezzanotte e, sebbene con un po’ di ritardo grazie a Gus Gus – McCollum, in finale di conference le carrozze tornano zucche e i Blazers devono arrendersi alla superiore potenza dei Warriors. Lillard in calo nelle serie successive, ma almeno la grassa scimmia del “non c’è quando conta” è scesa dalla sua spalla.

2. Jokic: è bello che nell’NBA dei giraffoni transgenici progettati in laboratorio, quelli da 215cm, con fondamentali da guardie, veloci come il vento e pesanti 70Kg (Durant, Leonard, Antetokounmpo, Simmons, per capirci), ci sia spazio per il Joker. Un bambolotto enorme, con le braccia cicciotte, che si muove per il campo come un bradipo, che non salta un foglio di carta, ma può fare il play di una squadra con ambizioni ormai quasi legittime da titolo. La diversità è un valore, e veder giocare Denver fa bene al cuore.

1. Warriors Splash Brothers Edition: ovviamente spiace per Durant, spiace per l’epilogo della stagione, spiace per tante cose, ma quello che di più bello mi ha lasciato questa stagione è stata la serie di partite tra gara 5 delle Conference Semis e gara 2 delle Finals (quindi prima che iniziassero a esplodere a caso menischi, tendini, muscoli etc), quella in cui i Warriors orfani di Durant si sono riscoperti improvvisamente e inaspettatamente quel meraviglioso esperimento di basket post-moderno che erano prima dell’arrivo del fenicottero dall’Oklahoma. Green ha giocato partite meravigliose, tornando ad essere il punto di riferimento di un attacco basato su movimenti, tagli, corse dietro ai blocchi e pick&rolls condotti da un orso ballerino di 120 Kg capace di leggere le difese come nessuno. E che poi tornava in difesa e telecomandava i suoi dove ce ne fosse bisogno. Ma soprattutto gli Splash Brothers ritrovano nella loro memoria muscolare qualcosa di sopito, come se i 3 anni dell’era Durant non ci fossero mai stati. La coppia di guardie forse più forte di sempre riprende a correre, a smarcarsi, a tirare da tre in spazi inesistenti e con una velocità che non può appartenere a questa realtà. E’ chiaro che con Durant sono più forti, ma senza sono lo spettacolo più interessante che l’NBA odierna possa mettere in scena. Peccato solo che nella prossima stagione questo spettacolo non sarà a cartellone. Le stime più ottimistiche danno Thompson in campo (sempre che rifirmi per i Warriors) non prima dei PO, e in condizioni tutte da verificare. Estate dura per quelli della Baia, ed esordio nella nuova arena di San Francisco che sarà oltremodo difficile, con la stessa partecipazione alla post season fortemente in dubbio, e il rischio di far partire titolari per 82 partite dei mestieranti al minimo salariale piuttosto alto. Portare pazienza…

Vae Victis

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Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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