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Il magico mondo delle trade

Ehi voi, nerdoni con lo smartphone in mano e le notifiche push di Twitter che vi fanno sobbalzare! Si, voi che volete sapere la nuova destinazione dei vostri beniamini live, giusto un’attimo dopo rispetto ai diretti interessati!
Sono sicuro che state refreshando anche adesso, per sapere se Woj o Shams, che ormai citiamo coi soprannomi manco fossero una sorta di cugini di secondo grado, ci dicano per dove stanno facendo le valigie i vari Carmelo Anthony, Darrell Arthur o Aaron Afflalo a tentare la corsa all’oro. Ecco, l’annuncio su social è solo l’atto finale e pubblico di quel processo che ci piace tanto: la trade, lo scambio, l’accordo tra due o più franchigie per barattare giocatori (o diritti sulle prestazioni di questi, in mancanza di un contratto) assets (cioè scelte o diritto a scegliere per conto di) somme di denaro in una transazione che rispetti determinati parametri.

Non chiedete quali parametri, per lo più sono noti e comunque non ci importano strettamente in questa sede. Quello che invece può essere interessante e forse non molto detto o esplorato, è il mondo, le persone e le risorse coinvolte in un processo che non è mai solo una telefonata tra due GM. Insomma, ricalcando ormai un vecchia massima, quasi un brocardo, di un noto commentatore Sky “E’ molto più complesso di così“. Solo che, invece di fermarci alla superficie, vediamo cosa significa questo “complesso”: quanto lavoro c’è a monte e chi si cela sotto.

I CAPOLOGISTI

La war room dei capologisti nella facility dei Toronto Raptors

Gli spioni della NBA, ovvero: persone che, come pane quotidiano, studiano il monte stipendi delle altre 29 franchigie e prendono nota dei contratti in predicato di essere tagliati, anticipando magari il taglio con una segnalazione al proprio GM di competenza laddove si ravvisino gli estremi per imbastire una trattativa per scambiare proprio quel contratto, o magari includerlo al soldo di uno scambio più rilevante che abbia bisogno di giocatori di contorno in qualità di fillers. Sovente capita che i cosidetti scambi di “cap relief” siano strutturati interamente dai capologisti, imbeccati dalla proprietà nella persona del GM, che materialmente fa (stavolta davvero) solo la chiamata finalizzatrice, essendoci un mutuo interesse a completare la transazione ed essendo la trattativa scarna se non inesistente, riguardando solo parametri economici.

I capologisti inoltre studiano a fondo il mercato dei 10 days signings, i contratti da 10 giorni che, in organizzazioni strutturate come le franchigie NBA sono tutt’altro che scelte lasciate al caso. Nell’economia delle 82 partite e degli infortuni, sempre dietro l’angolo, un giocatore di quel mercato adatto alle caratteristiche del proprio roster può contribuire in modo sostanziale al record di franchigia. In alcuni casi addirittura il match tra le caratteristiche del free agent e le caratteristiche del proprio roster è talmente giusto che il contratto viene prorogato finchè si decide di estenderlo per tutta la stagione.

TEAM DI ANALITICA

Analisi topologica che ridefinisce i ruoli NBA (da 5 a 13!)

Ovvero il vaso di Pandora. Per capire come e quanto gli analytics abbiano influenzato il basket NBA degli ultimi anni bisognerebbe scrivere fiumi di articoli; peraltro l’argomento è stato trattato già in separata sede, quindi non né abbiamo tempo né voglia ora. Di sicuro è più funzionale rispetto ai nostri discorsi andare ad analizzare quante persone si occupano della materia in corrispondenza di ogni franchigia. Philadelphia è capofila con 7 risorse impegnate, cioè le stesse che impiega la NBA in persona nei suoi Headquarters. Segue, manco a dirlo, Houston con 6 dove Daryl Morey ovviamente è compreso in quel novero. La media della Lega è di 4 risorse tra responsabili di settore, ricercatori e componenti del management/staff tecnico che partecipano.

Spiccano i fanalini di coda di questa speciale classifica: Utah Jazz, Portland Trail Blazers, Atlanta Hawks, Los Angeles Lakers, Golden State Warriors, tutte con una persona addetta alla materia analytics. Tralasciando le prime tre, le ultime due stanno agli antipodi: mentre per i Lakers la materia fu oggetto di polemica ai tempi di Byron Scott allenatore, quando si scoprì che le analytics erano una specie di tabù in quell’organizzazione (e le cose non sembrano essere cambiate granchè, visto che quest’anno un tiratore decente dall’arco- Bullock- è arrivato solo a febbraio) per quanto riguarda i campioni in carica la domanda sorge spontanea, in quanto il reparto in questione è considerato tra quelli all’avanguardia anche presso gli omologhi: ma per ste benedette analytics, quindi, vale la quantità o la qualità? Ovvio, vi ho portato a pensare la seconda, e questo è corroborato dall’ormai espressione di uso comune nei circoli di addetti ai lavori NBA “low-hanging fruit“, cioè i free agents/obiettivi di scambio che sono sottovalutati presso la squadra di appartenenza ma che possono fare il salto di qualità se trovano un buon fit, ovvero un elemento imprescindibile di ogni squadra che ambisca a vincere tutto il cucuzzaro. Basti pensare al cast di supporto dei Warriors: è un elenco di low-hanging fruit abbastanza eloquente: Iggy, Livingston, Cook, Jerebko…ci siamo capiti, ‘ste analytics non è necessario farle in tanti, ma farle bene

Tenete conto che l’input per valutare questi profili oramai viene quasi esclusivamente dai team di analitica, a prescindere da quanto quest’ultimo sia sovrapponibile rispetto allo staff tecnico, quindi siamo andati molto più in là di una mera reportistica.

SCOUTS

Il lavoro che viene fatto worldwide dalla pletora di persone che fanno parte di questo contenitore è spalmato su tutto l’anno ed influenza, solitamente, il draft piuttosto che il processo di trade. Non è però sempre così: prendiamo la trade che ha portato D’Angelo Russell dai Lakers ai Nets. Nello scambio fu coinvolto Brook Lopez e Timofey Mozgov, oltre alla scelta, n°27 assoluta, che sarebbe diventata Kyle Kuzma. La scelta di Kuzma rappresenta la classica scommessa azzeccata, la steal. L’affermazione però è scontata e fine a se stessa date le performance sul campo, mentre è molto più interessante seguire il filo logico che porta una scommessa ad essere vinta tramite…la ricerca, non scientifica, ma pur sempre ricerca.

Nel corso dei mesi successivi al draft, infatti, nelle colonne del Los Angeles Times, sono state svelate le circostanze che hanno portato il management dei Lakers, Pelinka in testa, a puntare le proprie fishes sul talento di Flint. Il lavoro degli scout, che molte volte va al di fuori del basket giocato, del campo, è stato fondamentale. In particolare il profilo che si andava a cercare, liberandosi di una personalità fuori dal campo …eclettica (ricorderete l’affaire Nick Young, il telefonino ecc.)… come Russell, era completamente diverso, sul campo un talento le cui qualità fossero addizionabili a quelle di una grande star, che al momento non c’era ma il cui perseguimento era dichiarato, fuori dal rettangolo di gioco un ragazzo innamorato del basket, fiero delle proprie origini, dalla schiena diritta abbastanza per saper reggere l’impatto con il mondo NBA e quello Lakers. Kuzma è stato scoutizzato dentro e fuori dal campo, fino a capire che era esattamente quello di cui il roster gialloviola aveva bisogno.

MEDIA E FUGHE DI INFORMAZIONI

Ci avviciniamo a completare il cerchio cominciato a tratteggiare all’inizio, con gli smartphones, le notifiche ecc… affinché tutto sia fruibile al popolo della rete serve che qualcuno parli: gli executive NBA sanno perfettamente quali sono agenti e management “chiacchieroni” e cercano di comportarsi di conseguenza, per questo a volte piovono dal cielo trade che nemmeno immaginavamo: si imbastiscono trattative lampo che non lascino materialmente il tempo alle indiscrezioni di generarsi, ossia lo scenario migliore per tutti.

Dove è possibile quindi si cerca di lavorare sottotraccia, il perchè è facilmente immaginabile: ad ogni indiscrezione ognuno di noi, figuriamoci i diretti interessati o chi a loro sta più vicino, ha una reazione e conseguente condivisione del proprio parere. Ecco mentre il nostro di parere si perde nella notte dei tempi e frega poco se non nella nostra cerchia ristretta pour parler, un parere dato da qualcuno che possa condizionare il lavoro che coinvolge organizzazioni strutturate, come ben immaginiamo e come l’attualità suggerisce (ogni riferimento all’Anthony Davis affaire è puramente voluto) è ben altra cosa.

D’altra parte la fuga di notizie è spesso una vera e propria tattica di alcuni GM al fine di creare attrito tra il giocatore oggetto di attenzioni e la sua attuale squadra, così che si crei una volontà di cambiare aria, presupposto ideale per portare a casa lo scambio, magari contenendo anche il “prezzo”. Altre volte si vuole auto-generare mercato rispetto ad un determinato giocatore. Per esempio Mike Conley nel mese scorso era stato accostato a diverse squadre con cui, al momento del dunque, non c’è stato stato alcun discorso approfondito. Il fatto curioso, a partire da fine gennaio, man mano che la deadline si avvicinava, è stato il continuo cambiamento di status del predetto Conley, riguardo alla sua stessa disponibilità per l’upcoming game: il mattino era disponibile, il pomeriggio OUT, per poi passare a game time decision in prossimità della gara. Un segnale che i Grizzlies hanno provato a forzare la mano aspettando una telefonata che, nei fatti, non è mai arrivata

SOCIAL

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Finalmente ci siamo: il telefono vibra, il led si accende e dalla notifica andiamo a vedere il dettaglio della notizia: vera, fake, indiscrezione…chissà…
Anno Domini 2019, un management degno di questo nome non può permettersi di sottovalutare la potenza dei social. L’istantaneità di informazione infatti (che piace tanto a noi) provoca tanti mal di testa ai front office che ormai devono gestire quotidianamente le richieste di delucidazioni e dettagli di giocatori (ed agenti) che vedono il proprio nome citato nei report di mercato. Ultimamente, poi, si sono aggiunti anche i tweet dei giocatori stessi a mettere in discussione alcuni paradigmi.

Esempio: l’emoji dei due occhi (se non si scrivesse così abbiate pazienza, sono un po’ vecchio per un termine del genere) di Isaiah Thomas, contenuto nei suoi tweet hanno creato in più di un occasione dubbi ed imbarazzo, almeno all’inizio. Tutto nacque dal momento in cui quel tweet anticipò l’arrivo di Al Horford ai Celtics: la cosa generò non pochi dubbi tra gli addetti ai lavori dei media e non solo che cominciarono ad interrogarsi:”Isaiah è in possesso di informazioni da insider? Ha accesso a qualche stanza dei bottoni?“. La cosa si sgonfiò in breve tempo, ma l’esempio calza a pennello rispetto a quello che oramai un’organizzazione deve mettere in conto quale male necessario: un giocatore twitta, commenta, vede il proprio nome tirato in ballo, reagisce.

Al netto dei business matters che devono gestire, con la professionalità che ne consegue, – da loro applicata e da esigere dai propri giocatori – l’ambito umano nel merito della gestione delle turbolenze inevitabilmente presenti quando si tira in ballo la direzione che può prendere una carriera o meno, è sempre più un fattore dove un’organizzazione NBA può fare la differenza. Bisogna selezionare accuratamente e di volta in volta cosa commentare, puntualizzare, moderare, smentire facendolo anche nei tempi corretti, senza lasciare dubbi o strascichi. Un lavoraccio, insomma.

Nella certezza di avervi un po’ annoiato ma speranzoso di  aver svelato qualche meccanismo oscuro, vi lascio con una citazione del collega ed amico Davide che poi è il riassunto perfetto per questo articolo:

Anche oggi sono riuscito a non parlare di basket

Luigi Pergamo

Luigi Pergamo

34 anni, nasco calciatore e calciofilo fino a che una domenica mattina di fine anni '80, facendo zapping, faccio la conoscenza di Magic e Kareem: le mie giovani certezze vacillano, più tardi cadranno. Da allora la malattia ha un crescendo esponenziale fino al punto in cui devo cominciare a parlarne e, poi, scriverne. Sposato e con un figlio (3 anni e tifa Bucks, boh) quando non lavoro lancio spingardate al ferro in palestra o al playground.

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