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Il Blowout: la nuova tendenza NBA?

Che fine hanno fatto i finali di partita decisi sul filo del rasoio dei playoff di una volta?

Quelle gare in cui restavi incollato allo schermo fino all’ultimissimo secondo – e spesso anche oltre – per poter vedere finalmente evaporare l’incertezza sul risultato?
I buzzer beater, gli errori sanguinosi sulla sirena, le serie con doppi overtime…

Niente, nella post season 2015-16 sembra non esserci quasi più spazio per gli arrivi in volata.
O meglio, citando l’articolo di Bo Schwartz Madsen di Nylon Calculus, la percentuale delle gare decise con scarti pari o superiori a 20 punti è stata maggiore di quella delle vittorie con 6 o meno lunghezze di vantaggio.
Per la precisione sono ormai 24 (su 83 totali) le partite di questi playoff concluse con un divario di almeno 20 punti, 20 quelle con un disavanzo di almeno 25 e addirittura 10 le vittorie di 30 o più punti.
Il blowout, la parola inglese per descrivere certi “massacri”, è la nuova tendenza della pallacanestro a stelle e strisce.

Un caso? Può darsi, visto che nessuno, che sia dotato almeno di un buono e sano senso del pudore, può affermare con certezza di disporre di dati attendibili circa le cause di tale anomalia statistica.
Perché di un’anomalia vera e propria si tratta: le partite con almeno un ventello di scarto erano state esattamente la metà l’anno scorso, 14 nel 2013-14 e nel 2012-13, solamente 7 nel 2010-11 e in generale si erano mantenute sulla decina e spiccioli in tutto il ventennio precedente. Continuando a snocciolare numeri, lo scarto medio che la squadra vittoriosa ha inflitto agli avversari in questa pazza primavera è stato di 14,7 punti. Una cifra veramente ragguardevole per gli standard NBA.

Perché?

Una volta circoscritta la questione, viene il difficile: cercare di comprendere cosa effettivamente stia alla base dello sviluppo di determinate tendenze. Come detto, lungi da me asserire di possedere una qualunque ricetta per un tale ed imprevisto esito. Sono talmente tante le variabili in gioco ed è così forte il peso della casualità in tutto ciò che il compito di isolarne anche solo alcune fra di esse eccede le mie limitate capacità. Tuttavia alcune riflessioni, diciamo preliminari, possono essere introdotte, non fosse altro per stimolare lo studio e la discussione di esperti della materia molto più preparati e attenti del sottoscritto. E possiamo farlo – è giusto ribadirlo ancora una volta – sempre tenendo bene in mente il carattere di unicità di quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. Da un punto di vista tecnico, la prima, banalissima, considerazione che mi sovviene riguarda l’accresciuta incidenza del tiro da 3 punti sull’economia dei sistemi di gioco delle squadre NBA. È ormai piuttosto evidente l’impennata di triple che sta investendo le shot chart della lega. Non serve scomodare la straordinarietà degli Splash Brothers o gli Houston Rockets del Moreyball. L’anno di grazia 2016 è il quarto di fila in cui si registra un incremento nelle triple, per quanto concerne sia quelle segnate che quelle tentate in regular season: si è passati da un totale di 17603 su 49069 del 2013 all’attuale 20953 su 59240. Il dato è ancor più sorprendente se consideriamo che nei playoff di 15 anni or sono le squadre prendevano in media solo 14,8 conclusioni da oltre l’arco segnandone 5,3, ancora un lustro fa erano salite a 6,1 su 17,9 tentate e adesso, in questa post season, abbiamo scollinato, anche se di un’inezia, i 9 centri su 25,5 tentativi in media per squadra. Questo considerevole aumento potrebbe aver determinato un semplicissimo effetto. Oggi più di ieri, quando una compagine si trova in quella classica zona “di conforto” tanto cara agli americani, grazie alla quale sta imprimendo un netto parziale sull’andamento della gara, se va avanti a suon di triple è probabile che il tabellino finisca per gonfiarsi e la forbice nel punteggio cresca in maniera consistente.

Se a ciò aggiungiamo che il numero dei possessi per 48 minuti in post season negli ultimi 5 anni è passato da 90,4 a 95,5 per squadra, abbiamo completato l’assunto. Ragionando in termini assoluti, maggiore è il numero delle occasioni che posso avere di segnare, maggiore sarà anche il disavanzo di punteggio che sono in grado di creare. Una così semplice conclusione anche se incontrerebbe di certo il favore dei sostenitori di Occam e del suo rasoio, non può però in alcun modo sintetizzare un fenomeno di per sé complesso e difficilmente riconducibile a spiegazioni di qualsivoglia natura. Gli scettici potrebbero infatti immediatamente obiettare che prendendo come riferimento la stagione scorsa, quando già gli indici riguardanti il numero di possessi per 48 minuti e quello dei tiri da 3 punti segnati e tentati erano sui livelli di quest’anno, non si è registrato un ammontare anche soltanto paragonabile di blowout. E nel farlo sarebbero confortati dalla ragione.

The dynamic flowing nature of basketball

Qualche visionario si è spinto fino ad attribuire un qualche ruolo alla riduzione del numero complessivo dei tiri liberi nel determinare le condizioni che possono portare ad un blowout. Partendo dalla convinzione che la maggiore enfasi posta sul tiro da 3 punti da parte dei coaching staff porti giocoforza alla diminuzione delle soluzioni dal midrange e, poiché la palla prende traiettorie più imprevedibili dopo conclusioni del genere, del numero complessivo dei rimbalzi d’attacco (passati da 12,6 dei playoff 2001 ai 10,5 di oggi) e che questi determinino meno viaggi in lunetta (dalla post season 2005-06 a ora -3,9 tiri liberi in media per squadra), è stato ipotizzato che minori interruzioni della partita e quindi del flusso del gioco possano influire positivamente sulla diffusione di parziali più ampi. Ed ecco riaffiorare una delle più floride argomentazioni dei nemici della strategia ormai dilagante e dilagata chiamata “hack-a-aggiungete voi il nome a piacimento”: si spezzetta il gioco e si finisce per affrontare la difesa schierata.

È pacifico che più permetto alla difesa di organizzarsi e meno opportunità mi resteranno di fare canestro con una frequenza tale da creare un parziale rilevante. Siamo nell’ambito della fantascienza, quella del filone cyberpunk degli hacker disadattati che vivono in un mondo virtuale parallelo, me ne rendo conto. Senza considerare che un parziale in un qualche momento della partita non necessariamente corrisponde a un blowout finale, anzi. Tuttavia in mezzo al mare di statistiche, discutibilmente intrecciate, appena propinate, emerge un concetto che potrebbe fare al caso nostro: il flusso. Per dirla con le parole di Seth Partnow del Washington Post, the dynamic, flowing nature of basketball. Sempre più addetti ai lavori mettono in risalto come la pallacanestro sia un gioco che si svolge in continuità. Non esiste una netta divisione fra attacco e difesa. Il gioco offensivo è una diretta conseguenza di quello difensivo e viceversa. Applicarsi nella metà campo dietro per non subire un canestro, oltre a ridurre notevolmente il tempo necessario per entrare nell’azione d’attacco non dovendo rimettere la palla (altro concetto chiave), offre la spinta decisiva per riversarsi con la giusta aggressività verso il ferro avversario.

È un circolo virtuoso. Non possiamo prescindere dalla naturale interrelazione fra possessi successivi. Bisogna “far trovare energia alla palla”, come predicava qualcuno. E per farlo occorre passare in maniera dinamica da una fase all’altra. Non per niente, sempre secondo Seth Partnow, la percentuale effettiva dei tiri presi entro 7 secondi (non per citare sempre Mike…) dal rimbalzo difensivo è migliore di quella riguardante le conclusioni che necessitano un tempo di costruzione maggiore. Tutto questo per dire che cosa? Che probabilmente – ipotizzo sulla base fondamentalmente del sesso degli angeli e quindi del nulla – all’interno del ritmo, del flusso delle gare attuali, nel ripetersi ciclico di transizioni offensive e difensive per come sono interpretate oggi, esistono alcuni fattori, diciamo molti, che in questi playoff 2016 stanno esercitando una sorta di influenza di qualche genere sul verificarsi di divari rilevanti nei punteggi. Meglio l’ipotesi della casualità, vero? Sono d’accordo. Però la tendenza resta forte. Per Elias Sports Bureau nella storia del gioco soltanto in due occasioni una squadra aveva rifilato due scoppole da 30 o più punti all’avversario di turno all’interno della stessa serie (Celtics vs Lakers del ’65 e Lakers vs Denver dell’87). Solo in questa post season Cleveland ha asfaltato due volte Toronto e Miami ha distrutto in due circostanze Charlotte. OKC è stata capace di trionfare di 28, 29 e 38 punti e, nello stesso tempo, di soccombere sotto 27 e 32 punti. Golden State, campione in carica, non è stata da meno. Quella di 63 punti fra gara 2 e 3 è la più grossa variazione di sempre nel risultato tra due partite consecutive di finale.

Casa, dolce casa

Ci sarà pure un motivo? O dipende esclusivamente dall’irriverente caso se i poveri telecronisti Van Gundy, Jackson e Breen hanno passato gran parte dei quarti periodi a scambiarsi impressioni sulle serie televisive Seinfeld o Hawaii Five-O. Abbiamo assistito, a distanza di qualche giorno, allo scontro fra squadre che sono state capaci di scambiarsi umiliazioni memorabili, con una sinistra tendenza al blowout casalingo. Che sia tornato così rilevante il fattore campo? Anche qui, è plausibile che siano diversi i fattori in ballo. La maniacale attenzione degli staff per i Big Data, la minuziosa preparazione che riservano attraverso sedute video o allenamenti specifici ai singoli matchup, potrebbe – in un modo per me ancora misterioso da comprendere – aver generato l’ascesa di quel mostro a tre teste del blowout.

Mi spiego meglio. I gameplan preparati dai coaching staff NBA moderni sono ormai talmente sofisticati e possono contare su così tanti strumenti e dati di varia natura e provenienza che potrebbero benissimo essere i primi responsabili di quegli aggiustamenti fra una gara e l’altra in grado di determinare esiti così altisonanti. Pensiamo ad esempio al classico adagio secondo cui, per i comprimari i ferri di casa sono più accoglienti di quelli in trasferta. Ebbene, nella preparazione di una partita, grazie per l’appunto alla molteplicità di informazioni e di supporti disponibili, eventuali difetti, tendenze non troppo positive o zone d’ombra riguardanti una o più stelle avversarie potrebbero essere portate all’estremo da un buona strategia. La scelta netta di costringere la stella a pensare, a trovare soluzioni differenti da quelle adottate solitamente, potrebbe esporre le seconde linee alla necessità di assumersi responsabilità maggiori. Responsabilità che non sempre sono in grado di prendersi. Mi vengono in mente Steph Curry e Klay Thompson ingabbiati per lunghi tratti di gara 3 a Cleveland, con i compagni incapaci di caricarsi sulle spalle il destino della squadra, a differenza di quanto avevano fatto nelle due precedenti occasioni alla Oracle. Ovviamente penso anche allo stesso Thompson che, nonostante il bersaglio grosso puntato sulla sua testa, furoreggia incurante delle attenzioni della difesa in gara 6 a Oklahoma City. Credo di poter affermare tuttavia che le 11 triple della suddetta gara possano rappresentare un’eccezione.

Nessuno ti risparmia un’umiliazione

Tralasciando certe fantasiose elucubrazioni sulla classe operaia che va in trasferta, una considerazione e quella soltanto sento di poter fare senza suscitare risatine di scherno: nella NBA del 2015-16 se non ti presenti alla partita adeguatamente preparato da un punto di vista tecnico ma anche mentale, vai incontro a una figuraccia. Un fattore determinante è la fiducia. Una squadra con estrema confidenza nei propri mezzi è capace di infilare nella retina qualsiasi cosa. Naturalmente ci sono momenti e momenti. Certe volte il canestro sembra grosso come la Baia di Hudson, altre non entra proprio mai. Va un po’ a corrente alternata. Ma la fiducia, così come la “mano calda” o l’essere “in the zone” sono concetti triti e ritriti. Campeggiano da sempre sullo sfondo del racconto di basket. Dobbiamo focalizzarci invece sugli elementi di novità, la cui insorgenza può essere collocata non troppo distante dal momento attuale. C’entra qualcosa l’incremento del numero degli infortuni? Può darsi, ma non è sufficiente e soprattutto non saprei spiegare come. Allora dipende dal logorio della vita moderna spalmata su 82 partite. Mhm, difficile: è così già da un po’. Forse proprio perché l’annata è stressante nella sua lunghezza i giocatori hanno sviluppato quasi inconsapevolmente una sorta di capacità appresa di distribuire diversamente i propri sforzi, per cui una volta che si ritrovano sotto di 20 tendono a darla su? La soluzione ce l’ha Kevin Durant:

«Nessuno toglie il piede dall’acceleratore (quando è avanti nel punteggio – NDR).»

Vero KD, ma prova a chiedere a Larry Legend o a Isiah Thomas se hanno mai tolto il piede dall’acceleratore nella loro carriera quando si è trattato di infliggere una sonora lezione agli avversari. La verità è che non sono in grado di trovare spiegazioni plausibili per questa abbondanza di blowout. Questo non significa che non ci possano essere delle motivazioni più che valide alla base di una tendenza così pronunciata. Il fatto è che ogni squadra ha le sue caratteristiche, la sua chimica e soprattutto, insieme a quelle a cui si trova opposta di volta in volta nelle serie di playoff, determina degli accoppiamenti del tutto particolari nella loro unicità, sviluppa dinamiche che difficilmente possono essere replicate da altri in altre circostanze. È possibile che squadre diverse si scambino cortesemente trentelli per ragioni completamente differenti. Io, che sono curioso, mi sono divertito nel tentativo di gettare un occhio oltre la barriera. Purtroppo (o per fortuna) la complessità del gioco ha respinto con perdite il mio sguardo invadente. Poco male, stanotte c’è gara 5 e sono sicuro che l’esito imprevedibile della sfida saprà far nascere nuovi interrogativi, ai quali peraltro difficilmente saprò rispondere!

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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