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Howard: dalle stelle alle stalle

Dwight Howard è lo stereotipo del volgare modo di dire ‘dalle stelle alle stalle”: sarebbe dovuto essere il nuovo Superman e così all’inizio sembrava, ma dopo aver lasciato la Florida di Superman si sono perse le tracce, da lì in poi Clark Kent non si è mai più tolto il travestimento (gli occhiali da vista che lo camuffavano col resto del mondo…vabbè) per indossare il mantello. Howard era diventato Clark Kent con chili di criptonite nelle tasche.

“Toccato il fondo si può solo risalire”

Visto che siamo in vena, ecco un altro detto comune col quale siamo nati e cresciuti: il fondo (della sua carriera) si è rivelato sempre più abissale di quanto si potesse mai immaginare per il neo acquisto gialloviola, dopo gli anni stellari ad Orlando il centro nativo di Atlanta è sempre riuscito a fare peggio della stagione precedente (non tanto nelle statistiche ma a rendimento ed impatto sui compagni e avversari).

Capitolo Magic (dalle stelle…)

Orlando Magic Media Day

Scelto con la pick numero uno al draft del 2004 Howard non impiega molto a prendersi le redini della squadra sulle sue possenti spalle (che all’epoca avrebbero potuto sostenere anche il mondo, mentre adesso con la schiena che si ritrova probabilmente faticherebbe a trasportare un eastpak). Il momento più alto della sua carriera è indubbiamente il periodo ai Magic con l’apice raggiunto durante la finale NBA da leader tecnico nel 2009 contro Kobe e Co.

In Florida il buon Dwight ha fatto il pieno di riconoscimenti personali, ROTY nel 2005, difensore dell’anno per tre anni consecutivi, miglior rimbalzista NBA dal 2008 in poi, miglior stoppatore per un paio di stagioni, primo quintetto della lega nei suoi ultimi cinque anni e una bella scorpacciata di presenze nei primi quintetti difensivi.

Capitolo post Magic (..alle stalle!)

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Nel 2012 inizia la precoce, decisamente troppo precoce e vertiginosa caduta verso l’oblio di Dwight. Arriva nella città degli angeli seguito da un hype con pochi eguali nella storia, non solo dovuti a lui ma al contesto in cui sta per approdare. Già solamente avere la scritta Lakers sulla maglia potrebbe far tremare le gambe a molti, anche a giocatori di livello mondiale e con esperienza alle spalle, inoltre essere un Laker nell’epoca di Kobe non si profila come una scampagnata, ancor di più se non ti prende sotto la sua ala.

Nash, Bryant, World-Peace, Gasol, Howard

Quintetto che a NBA2K ti dava ai tempi un overall di media sui novanta, se volessimo apportarlo nella realtà io direi che in quella stagione hanno giocato a meno della metà delle loro possibilità, e ad anni luce di distanza dalle aspettative. Un settimo posto acchiappato da un eroico Kobe non basta assolutamente. Troppo soft, problemi fisici, caratteriali e ad adattarsi ad una squadra nuova…problemi, problemi e problemi, questo è un breve riassunto della sua prima stagione lontano da Orlando, tant’è che cambia subito aria.

Tra il 2013 e il 2016 abbiamo la versione Rocket di Howard, la stagione migliore dal punto di vista della squadra è il 2014, quando Houston ottiene dopo vent’anni il loro primo titolo divisionale. In quell’anno Dwight gioca solo quaranta partite..

Nel suo ultimo anno i Rockets arrivano ottavi e vengono travolti dai Warriors al primo turno, il centro deciderà in seguito di non esercitare la sua opzione da 23 milione di dollari e diventare free agent; tolto Howard e aggiunto Capela i risultati in Texas sono leggermente cambiati.

Atlanta, Charlotte e Washington le sue altre tre destinazioni delle quali non perdiamo neanche un secondo a descriverle.

Assodato che il problema non era Kobe.

Assodato che il problema non era Harden.

Un giocatore come lui, dominante ai massimi livelli soprattutto, anzi facciamo solamente per la sua fisicità non può permettersi di non migliorare neanche un briciolo nei fondamentali del gioco. No non può permettersi di pensarla una cosa del genere! Purtroppo per noi la sua schiena l’ha abbandonato un po’ presto, ma la vera condanna se l’è inflitta da solo.

The last Dance.

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“I’m coming home”

No Dwight non proprio, diciamo che il tuo ritorno a LA non è stato proprio sentito come la tua prima volta, un contratto non garantito al minimo salariale, una scommessa a tutti gli effetti. Secondo alcune fonti la franchigia californiana non avrebbe garantito il contratto al giocatore che verrebbe pagato 14,490$ al giorno partendo dal 21 di Ottobre, con la possibilità di essere tagliato in qualunque momento qualora diventasse una distrazione o un problema per la squadra.

Si, vengono i brividi a noi mortali, ma nella NBA di oggi 15 mila dollari al giorno sono una bazzecola, appunto il minimo salariale per Howard.

Non basta cambiare il numero di maglia da 12 a 39 per dimostrare di essere diversi, di essere finalmente maturati, e non bastano neanche due foto virali dove si vede un gigante asciutto e in forma come non lo si vedeva da tempo (stendiamo un velo pietoso sulla pettinatura).

Serve molto, molto di più per uscire da quelle sabbie mobili nelle quali ti sei infilato da solo, cadere dall’ alto di una stella ti fa sprofondare più di qualsiasi altra cosa, più in alto ti trovi e più veloce sarà quando precipiterai. Serve il doppio del tempo e del sacrificio per rivedere un minimo spiraglio di luce per il suo ritorno ai Lakers, perché ormai ha un nome pesante da portare, nonostante il contratto dica altro, e quando hai un fardello simile e non sei completamente sereno con te stesso, rischi di fare la fine di Carmelo Anthony

Howard però in questa estate ha ammesso di sua spontanea volontà di aver toccato il fondo per motivi personali, io aggiungo con questo articolo che per quelli lavorativi il fondo lo aveva già toccato da un po’, anzi ormai ci stava facendo le radici.

Chissà se nella stagione ventura avremo la rinascita di Dwight Howard, come giocatore e, soprattutto, come uomo.

La stella Howard non potrà mai più tornare a splendere come una volta e se accetta questo forse siamo già a metà strada.

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Alessandro Carpi

Alessandro Carpi

19 luglio 1994, appassionato visceralmente al mondo NBA da quando ne ho 16, non solo al basket giocato che ovviamente non ha eguali al mondo, ma anche a tutto ciò che ci gira intorno. Mio papà amava i Lakers del duo kobe-shaq, ho fatto i miei primi fantabasket con lui, mio fratello e mio cugino, ai tempi non esistevano le app ma facevamo tutto con penna a taccuino, le mie prime partite guardate per intero sono state le finals 2010 con mio padre non potendo mai aprire bocca, ai tempi non esisteva my Sky che potevi fermare le partite quando volevi. Sono cresciuto da allora sempre mantenendo vive le mie due più grandi fedi, Federico Buffa e "the king" LeBron James.

 

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