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Hoops of New York – Episodio 3

Ci sono dei giorni in cui New York ricorda Londra. Come quando piove tre volte nello stesso giorno, e tre volte spunta il sole dopo la pioggia.

In una giornata come queste vado all’East Village, il quartiere più “londinese” della Grande Mela.

Il cielo è terso, ma il caldo di agosto ancora asfissiante. Uscito dalla stazione della metro sono colpito dallo stile delle abitazioni che mi circondano: sono basse e molte di queste in mattoni rossi, hanno tutte delle vistose scale di emergenza nere che scendono dalla cima degli edifici fino al primo piano, come fossero uno scheletro esterno.

L’ambiente ha un che di inospitale: le strade sono poco trafficate, i muri decorati di murales alti come palazzi, la frequentazione del quartiere è composta da autoctoni che gironzolano davanti a scadenti negozietti di abbigliamento, bevendo birra in lattina e discutendo tra loro a voce molto alta.

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In una via molto stretta, in cui le scale esterne dei palazzi sembrano ancora più ingrombranti, entro in un negozio che vende solo calze. Il commesso sta parlando con una ragazza e guardano qualcosa sul telefono di lui. Sono talmente presi dallo schermo del telefono che non si rendono conto che sono entrato nel negozio. Dopo aver pensato per un attimo di comprare delle eccentriche calze che raffigurano Joker mi viene un languorino a cui non ho nessuna intenzione di resistere: così lascio perdere le calze ed esco dal negozio.

Mi avvio verso il luogo dove voglio pranzare: da Avenue A, una delle strade che compongono quella zona dell’East Village chiamata Alphabet City, sbuco su East Houston Street, e guardando verso destra noto una coda lunga dieci metri che costeggia un muro prima di entrare in un locale. Sono arrivato a destinazione: il Kats Delicatessen. E’ quest’ultimo un luogo storico dell’East Village, in cui sono passati più o meno tutti i personaggi dell’America contemporanea, da Bill Clinton a Jim Belushi, passando per Meg Ryan e Billy Cristal. Questi ultimi due a un tavolo del Kats, nel 1989, hanno avuto un’accesa discussione riguardo a quel “fare finta” che ha attirato l’attenzione di tutto il locale e che li ha resi piuttosto famosi. Il tutto dietro dietro la cinepresa di un film, ovviamente.

Ordino un pastrami da 23 dollari e una Coca Cola, divoro tutto in pochi minuti. Languorino sconfitto con perdite.

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Esco dal locale, direzione Tompkins Square Park, parco simbolo dell’East Village. Un parco che si è scrollato da poco la fama di “malfamato”: per molto tempo, questo luogo ha rispecchiato le difficili condizioni sociali che hanno tradizionalmente caratterizzato tutto l’East Village.

Arrivato a Tompkins Square mi addentro nel parco: il cielo sempre grigio.

Da quegli anni di difficili condizioni sociali il parco ha fatto molti passi avanti in termini di frequentazione e di reputazione, ma ha comunque mantenuto lo stile e l’estetica dell’East Village. L’ambiente in cui ci si cala è un po’ punk e un po’ grunge, ricorda East London come Pioneer Square a Seattle.

Mi avvicino a una distesa di cemento quadrata, delimitata da una balaustra verde e poi da una recinzione alta. Non ci sono porte né canestri, è un luogo per andare sullo skate e da queste parti viene chiamato TF, da Training Facility: di training ufficiali non ne ospita più da decenni, ma ha comunque mantenuto il suo nome originario.

Mi dirigo verso lo storico campo da basket; inizia a piovere.

In campo c’è solo un ragazzo nero che gioca blandamente, in attesa di capire se può rimanere a giocare o se è meglio rinunciare.

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Fuori dal campo c’è un gruppo di skater indifferenti alla pioggia che inizia ad essere battente, continuando a parlare e a ridere tra loro sul sottofondo di musica rap che esce dalle casse di uno del gruppo. Sono in perfetta simbiosi con l’ambiente circostante.

Quasi ognuno di loro, come mi avvicino al campetto, mi scruta per capire se avessi intenzione di invadere il loro spazio o meno.

Capendo il loro atteggiamento di attesa e di verifica mi guardo bene dal passare in mezzo a loro e continuo a osservare il ragazzo che tira a canestro.

Guardando i ragazzi mi sono ritrovato a osservare la tipica scena di vita da campetto, quella che ognuno di noi appassionati ha vissuto in maniera più continuativa o meno durante la propria vita.

Quella che ci fa capire come il campetto sia ovunque un punto di riferimento.

Un luogo dove si crea un rapporto unico tra gente e luogo. Una sorta di chimica che unisce i corpi all’ambiente circostante e li fonde insieme, cosicché quando guardi la gente fuori dal campetto ti sembra diversa da quando è lì e viceversa; il campetto ha un altro aspetto quando è vuoto rispetto a quando è pieno.

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Un grande pezzo dedicato alla vita da campetto del Tompkins Square Park, in realtà dedicato allo skateboard ma ampliabile a tutte le sfaccettature sportive e non sportive del playground in generale, è stato scritto da Theodore Barrow sul New York Times, si intitola “Eternal Youth in Tompkins Square Park” (Nov. 11, 2017) e rimane uno dei migliori inni a questo stile di vita, che pone le sue fondamenta sul qui e ora.

Chi lo sa dove saranno tra dieci anni questi ragazzi che in questo momento mi guardano male, se saranno ancora qui al parco con lo skate o saranno dall’altra parte del mondo.

Non interessa a loro cosa succederà dopo, l’importante è essere lì adesso e non pensare al resto. L’importante è godersi il gruppo che crea unione e forza nei singoli, l’importante è sfidarsi sul campo di cemento, con scarpe palesemente inadatte a giocare e vincere solo per poter farla pesare agli altri per poi tornare amici come prima. Poi iniziare a giocare un’altra partita, nonostante l’afa o la pioggia o la cena a cui si deve andare dopo e non importa chi dobbiamo diventare tra dieci anni.

Tutto il resto può aspettare, l’importante è il campetto, il gruppo, la vita qui e ora. Di questa filosofia New York è grande maestra e lo sarà sempre.

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Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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