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Hoops of New York, episodio 2 – Pier 2

Linea L, fermata Morgan Avenue. Salgo le scale dell’uscita della metro e una volta fuori sono abbagliato dalla luce del sole riflessa da muri bianchi. Il caldo è infernale, non c’è ombra.

In giro non c’è nessuno.

Proseguo con la sensazione di essere finito nel posto sbagliato, o per lo meno all’ora sbagliata.

In fondo alla strada che sto percorrendo intravedo un murales lungo almeno tre metri che dice “Caffè Espresso”.  La porta alla destra della scritta non da l’idea di essere l’entrata di un bar ma il caldo infernale sta prendendo il sopravvento sulla mia sopportazione e quindi mi avvicino velocemente alla porta.

L’edificio che ospita il bar è un immobile fatiscente di mattoni marrone scuro. L’entrata del bar è in cima a quattro gradini di metallo.

Entrando mi ricordo di essere a New York: la maggior parte dei posti a sedere è occupato da giovani lavoratori sulla trentina con un outfit alla Steve Jobs e IPod nelle orecchie. Sono tutti davanti a un Mac con la schiena perfettamente eretta. Stanno “lavorando”, o per lo meno sono bravissimi a farlo sembrare.

Bevo un caffè da quattro dollari, probabilmente il peggiore che io abbia mai bevuto.

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Esco dal locale e mi addentro nel quartiere di Bushwick, luogo hipster della New York new age che spopola tra gli esempi di gentrificazione suburbana. Il caldo contribuisce a dare sembianze di desolazione al quartiere, ma questo non mi ferma nell’ammirare i murales lungo le vie intervallate da segherie e depositi di camion. All’interno di questo contesto ultra-grunge scorgo in lontananza un palazzo nuovo di zecca, con in cima un cartellone bianco con una mastodontica scritta rossa: ON SALES.

Mi avvio verso Flushing Avenue per riprendere la metro e andare a Williamsburg. Tra bancarelle, gente che urla da un lato all’altro della strada percorro una via con ai lati i tipici palazzi poplari di mattoni arancioni delle periferie di NY, che prendono il nome di Housing Projects o più semplicemente Projects. Salgo le scale per andare alla fermata della metro rialzata per tornare a Williamsburg.

All’uscita della metro l’ambiente è completamente diverso da quando ero entrato: accogliente, elegante ma non eccessivo, la parte più bella di Brooklyn.

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Inizio a scorgere l’acqua dell’Hudson. Una piccola scintilla di adrenalina mi pervade e mi fa sconfiggere la stanchezza data dalla camminata e dal caldo infernale. Scorgo in lontananza lo skyline di Manhattan, accelero il passo senza neanche accorgermene. I grattacieli al di là del fiume si fanno spazio tra la vegetazione del parco che costeggia l’acqua prima di apparire gloriosamente in tutta la sua grandezza, come quando si apre il sipario di un teatro prima di un’opera maestosa. Con questo capolavoro sullo sfondo, mi affaccio sui Piers, la più grande opera di riqualifica urbana all’insegna dello sport: immensi moli, prima dedicati al carico/scarico di navi cargo, riutilizzati per costruire campi sportivi.

Dopo aver superato il Pier 4, quello dedicato al beachvolley, giungo al 3, quello del calcio. Cinque campi da calcio, uno a fianco all’altro, con vista skyline: osservo Jasper e Enzo battere delle punizioni, Enzo indossa la maglia del Chelsea. Alla nuova generazione di sportivi americani, il calcio non dispiace.

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Proseguo nel cammino e raggiungo il Pier 2. Il sogno di ogni frequentatore di campetti da basket: otto campi in cemento grigio, uno a fianco all’altro. Metà dei campi sono coperti da un’immensa copertura in metallo, l’altra metà sono scoperti. Nell’ultimo dei campi coperti è in corso una partitella. Livello tecnico: schiacciano tutti a due mani da fermi.

Una delle due squadra gioca con una specie di Roy Hibbert sotto canestro. E’ alto 210cm, in post sembra infermabile. Un paio di volte gli chiudono il centro, si gira sul perno e tira cadendo all’indietro, solo rete. Contro Hibbert gioca un ragazzo con una bandana, scarpe color fluo e canotta grigia con nome Mob Ties, numero 4. Entra dentro a destra, a sinistra, tira due metri dietro la linea, fa quello che vuole, il tutto con uno stile molto smooth, vagamente fluttuante. Quello che lo marca, è altrettanto forte. Ha dei pantaloncini nero-verdi ed è meno appariscente nel vestiario. Segna tre volte di fila dall’arco. Il tutto sotto l’occhio vigile di un ragazzo sui vent’anni con maglia bianca, jeans larghissimi e AirForce bianche. Tiene le braccia conserte davanti all’addome mentre li guarda giocare e la testa leggermente reclinata verso destra. Atteggiamento da chi non ce la fatta nello sport, ma vuole comunque dimostrare di starci dentro nel mondo dei campetti.

Mi sposto verso il primo dei campi fuori dalla copertura. C’è un bambino sugli otto anni che si allena sui cambi di mano con l’aiuto di un birillo, sotto l’incitamento del padre, che vorrebbe vedere il figlio tra i professionisti e magari sentirlo, durante le interviste, parlare delle giornate di agosto passate a giocare sotto il sole cocente al molo del Pier 2.

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Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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