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Hoops of New York: episodio 1 – The Cage

Agosto newyorkese, mattina presto. Caldo torrido.

Parto da Chelsea, salgo sulla High Line, la percorro in direzione sud facendo slalom tra i passanti. Il panorama che sovrasta questo sentiero verde nella giungla cittadina cambia ogni volta che ci passo. I palazzi adiacenti sembrano nascere e crescere in una notte, cambiano le forme, i colori e la luce della città e la visione che si ha di questa, dal basso dell’occhio umano.

Arrivato alla fine della passerella scendo all’altezza della Tredicesima, percorro due isolati verso est e mi addentro nel Greenwich Village, quel quartiere a forma di fagiolo incastonato tra Midtown e Lower Manhattan, la cui punta inferiore poggia sull’angolo nord-occidentale di Soho._33_01775

Il Village è il più grande esempio dell’incredibile capacità di New York di cambiare volto nel giro di poche strade. Quando si pensa di essere ormai abituati alla giungla metropolitana di Midtown, dei clacson, dei tombini che trasudano calore, dell’asfalto, degli ingorghi di auto, delle bici che sfrecciano ai lati delle strade, del torcicollo che viene a guardare le cime dei grattacieli, senza che neanche ci si accorga l’atmosfera diventa più tranquilla, più accogliente._8a_01675

Al Greenwich Village è tutto diverso. Le case sono basse, fatte di mattoni, hanno qualche scalino che accompagna alla porta d’ingresso. Le strade hanno gli alberi ai lati e abbandonano la classica conformazione a linee parallele e perpendicolari per assumere una forma mista e più “europea”. Non si trovano più i negozi di cibo junk della parte nord di Chelsea, con le commesse scorbutiche che ti parlano in spagnolo. Al Village i locali sono raffinati e anche la gente è diversa, l’eleganza media si è alzata nettamente rispetto a qualche strada più a nord. Scordatevi la Heavenly Lane dei Sotterranei di Kerouac, il jazz, l’underground. La gentrificazione è passata anche dal Village e piano piano lo ha cambiato completamente. Ora la gente qui, come si legge sul NYT, “ha le tasche ben più profonde” dei frequentatori del Village di una volta.

Sono diretto al Fanelli Café, a Soho, per pranzare, mi butto sulla Quarta. La percorro in preda a una vampata di caldo atroce. Sbuco su Sixth Avenue. Vedo una recinzione di rete metallica nera che circonda un campo da basket.

Eccolo, The Cage.

Uno dei campetti più famosi di New York, culla della competizione più maschia e di strada che il basket possa offrire. Situato all’angolo tra Sixth Avenue e la 44esima, Appena ai margini del Village e a due isolati dall’inizio di Soho.

Mi avvicino al campo e rimango fuori dalla recinzione ad osservare ciò che succede dentro. Vedo due ragazzi che tirano: il primo è un asiatico con un fisico da uno che ha preferito gli hamburger americani al riso saltato con le verdure, tira talmente male che non si capisce se sia destro o mancino. Il secondo ha un fisico decisamente più prestante, indossa una maglia di Davidson e tira come Dio comanda. Giocano sotto lo sguardo (poco) vigile di una coppia di afroamericani che stanno nell’angolo del campo, uno dei due è seduto su una vecchia sedia da ufficio ricoperta di un tessuto verde ai limiti della decomposizione. Vicino a loro intravedo, per terra, un sacchetto del McDonald’s._9a_01676

Mentre guardo Davidson e l’amico tirare, mi si avvicina un afroamericano, mi rivolge la parola straparlando, non fa caso se lo sto ascoltando o meno. Poi entra nel campetto, chiede di fare un tiro, Davidson gli passa la palla. Tiro dall’angolo, corto. Chiede la palla di nuovo, lungo. Palla, canestro.

Giro intorno al campo e mentre cammino lungo la recinzione nera noto che l’afroamericano che era seduto sulla sedia da ufficio ora si è alzato e sta percorrendo il campo con una camminata claudicante. Raggiunge un amico in un canestro singolo posto sul fondo del campetto, dietro al canestro che da verso sud. L’amico è un omone nero, alto e grosso con degli occhiali da sole scuri alla Ray Charles, una canottiera bianca di cotone e dai pantaloncini da basket blu elettrico col girovita sopra i fianchi e lunghi fin sotto le ginocchia. Iniziano a fare dei tiri, parte quello della sedia da ufficio. Segna, segna e segna ancora nonostante l’atteggiamento di uno che ha ceduto alle minacce del caldo di agosto. Ora tocca all’amico, ha una tecnica che mi ricorda vagamente la meccanica di tiro di Jermaine O’Neal, quando ha la palla sopra la testa rallenta leggermente il movimento per poi rilasciare la palla. Il rilascio è morbido, segna anche lui.

Proseguo verso Soho, pensando al pranzo che mi aspetta e penso

A New York, Everybody Got Game.53f5e0d24acac4f91fc7a68262fe6fde

Alessandro Zorzoli

Alessandro Zorzoli

Milano, 21 giugno 1994. Studio lettere. Gioco a basket da quando sono nato. Lo sport è la cosa più bella del mondo e nello sport si concretizzano tutti gli aspetti di un’arte: tecnica, poetica, forma e stile. Del basket e dei suoi protagonisti mi affascina indagare questi aspetti. “Quando dipingo non penso all’arte. Penso alla vita”, Jean-Micheal Basquiat.

 

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