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Half Penny, Half Da Pip: la storia del giovane McGrady

“Mount Zion Christian Academy is an evangelistic school, committed to the mission of promoting the holistic development of the child in Christ—spiritually, academically, physically, socially, and mentally, in a balanced, safe and disciplined environment.”

Non credo serva traduzione.
Direttamente dal sito di una delle high-school (prep-school per la precisione, una di quelle che ti mette a posto, per i voti e non solo, in vista dell’esame di ammissione ad un college statunitense) più conosciute per aver sfornato, oltre a devoti studenti, alcuni giocatori passati poi anche dalle parti di The League.

Mount Zion si trova nel North Carolina, precisamente a Durham, e questo non è certo un caso. Qualcuno facendo poca strada è finito infatti a giocare direttamente ai Blue Devils di Coach K, altri hanno preso strade diverse.
Di strade ce ne sono, magari disposte a quadrilatero, in una classica cittadina del sud degli States di quelle dove vedi ancora i segni che ti riportano a non sempre piacevoli ricordi, e nei quali molti di questi atleti trovano la propria appartenenza e provenienza. Il sonnolento sud che non è descritto solo in film e libri sulla guerra di secessione, ma che si trasfigura in realtà quotidiana.

La “cittadina” è solamente una definizione americana, intesa come proporzionata a quelle che sono le metropoli sia delle due coste che del centro, là dove l’asfalto lascia poi il proscenio a spazi enormi e in parte ancora incontaminati, almeno fino a quando la rotta del coast-to-coast più classico incontra le spiagge del Pacifico. 250mila abitanti, dalle nostre parti, piazzerebbero Durham immediatamente dietro alle grandi città, ma negli States, si sa, tutto è pensato in grande. Anche il tasso di criminalità avvicina questo spicchio di Carolina del Nord alle città più che al paesello di campagna, soprattutto la notte quando le gangs di turno, se se le mandano a dire, è per mezzo del piombo caldo…

Con la stessa mentalità del “think big” i coaching staff che si sono alternati sulla panchina di Mount Z devono aver progettato, anno dopo anno, una squadra con ambizioni cestistiche di un certo rilievo. Brandon Rush, Marquis Daniels, Rodney White & c. non capitano per forza tutti i giorni tra i normali frequentatori di un liceo e soprattutto della propria palestra. Ma questi sono solo alcuni dei nomi che sono stati “cuciti” sulle spalle di una canotta dei Warriors, solito nickname “particolare” visto anche il tipo di scuola…

D’altronde questo sonnolento sud, in un modo o nell’altro, va svegliato su un campo sportivo, che sia quello dell’amato football o, nel nostro caso, il parquet di una palestra. A farlo, nella stagione di grazia 1996-1997 è stato Tracy Lamar McGrady Jr.

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Nato in Florida e trasferitosi a Mt. Zion per l’ultimo anno preparatorio all’università, Tracy si era già promesso a South Florida o ancora meglio a Kentucky. I Wildcats di Coach Pitino avevano appena tagliato l’ultima retìna al gran ballo del ’96 ed erano (sono e saranno) uno dei programmi più appetibili per le stelline americane. McGrady però, come tutti quelli col suo talento su un campo da basket da un certo momento storico in poi, era stato “selezionato” prima dalla solita marca di abbigliamento (in questo caso l’Adidas, dopo una guerra a suon di pezzi in verde con la rivale Nike) e poi eventualmente da un college. Così il colosso delle calzature con un contratto da 12 milioni di dollari per 6 anni e successivamente l’accordo con l’agente Arn Tellem spingono T-Mac verso i piani alti.

“Andrò in The League solo avendo la certezza di una chiamata tra la 15 e la 20″

Al primo giro ovviamente. Questa la sentenza di Tracy nella primavera del 1997.

“Non sono pronto ancora, me ne rendo conto, ma vedrò di esserlo al momento giusto”

La coda spalmata di modestia alla dichiarazione di cui sopra.

4c68c271473b4_36200n[2]Certamente il trasferimento a Durham fece sì che McGrady crescesse mettendo su qualche muscolo in più e giocando diversi scrimmage con i talenti di North Carolina e Duke, oltre che contro ex-alunni come ad esempio Jerry Stackhouse. Un’altra grande influenza nella decisione di saltare il college fu quella del vedere giovani stelle del calibro di Kevin Garnett, Kobe Bryant e Jermaine O’Neal che proprio in quegli anni fecero un percorso analogo, consigliando lo stesso McGrady di fare altrettanto durante alcuni colloqui sostenuti in estate a Los Angeles.

Ma che giocatore è McGrady in vista del draft? Un atleta filiforme e al tempo stesso esplosivo, che collezionava non quarantelli ai danni di sperduti liceali alti la metà di lui, ma magari 20 punti, 10 rimbalzi, 7 assist, qualche recupero e – a piacimento – giocate atletiche in campo aperto da far salivare gli scouts dal North Carolina fino ai margini dell’impero, ovvero quel Canada dove il figlio della Florida effettivamente andrà a finire. Un giovane Pippen, e il paragone non è fatto a caso: Jerry Krause avrebbe fatto carte false per una scelta nel draft 1997 tale da accaparrarsi McGrady rinunciando proprio a Scottie, ma poi tutto saltò per la volontà di M.J. di non privarsi del suo partner in crime di sempre.

E pensare che fino all’anno prima non era incluso nei primi 500 prospetti del paese!

Persino Bob Gibbons, guru quasi incontrastato dello scouting a livello di high-school dovette ammettere tardivamente di esserselo perso… La definizione su se stesso e il tipo di giocatore che poteva diventare se la dovette perciò dare lo stesso McGrady prima del draft: sì Scottie Pippen ma con una punta del suo idolo, Penny Hardaway.

Ed ecco spiegato il perché del #1 sulla maglia.

E sì che già nell’estate precedente, ad un famoso camp per liceali, Tracy aveva posto a suon di schiacciate in testa a Lamar Odom il suo nome sulla mappa, e come lui stesso ricorderà:

“In one summer I went from unknow, to known, to Tracy McGrady!”

Tracy a Toronto (scelta #9 del primo giro, ben oltre le sue aspettative dunque) aspetterà un anno per diventare il compagno di un altro prodotto della Florida, passato anche lui da Carolina, ma questa volta intesa come quella con la maglia color del cielo. Si dice addirittura che siano cugini, o più o meno parenti.

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Ai Raptors quindi, con l’approdo di Vince Carter nel 1998 (è lui il “cugino”) non sembra vero di poter accogliere un’altra potenziale stella dopo T-Mac. Magari non necessariamente per la generosità dovuta al pellegrino venuto da lontano, come Tracy avrà imparato a Mt. Zion, ma per altri scopi, diciamo ludico/economici.

Quelli economici sono chiari e vantaggiosi per entrambe le parti in causa. Quelli ludici, legati al gioco della pallacanestro, perché finalmente i fans canadesi si innamorino anche della franchigia di basket e non solo di quelle dell’hockey.

L’inizio è dei migliori.

Se fuori dal campo McGrady sembra essere più spaesato del solito cervo in autostrada – ed effettivamente passa i day off a letto a dormire – in campo le sue qualità, soprattutto nella metà campo difensiva, servono ai Raptors da rampa di lancio verso i playoffs.

Tutti cominciano a intravvedere in McGrady quelle doti di giocatore all-around che Jerry Krause, non per la prima volta nella sua carriera, aveva già notato negli anni precedenti, anche lontano dai riflettori delle arene NBA. Si scatena così nell’estate del 2000 un’autentica asta per assicurarsi il giocatore, che rompe il sodalizio con Carter e i Raptors e approda a Orlando. I Magic hanno spazio salariale, il fascino di casa (almeno per T-Mac) non sono a Miami, ma pur sempre in Florida: caldo tutto l’anno e campo da golf assicurato per 365 giorni. A far compagnia a Tracy sembra debba arrivare addirittura Tim Duncan, che poi invece sposerà per sempre la causa di Pop e degli Spurs, regalando altri anelli ai tifosi texani. A quelli di Orlando invece avrebbe dovuto regalarli Grant Hill, uno che avrebbe avuto tutto per entrare nel gotha dei più grandi di sempre, e invece sarà falcidiato da infortuni e problemi fisici, in particolar modo alle caviglie.

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McGrady diventa l’uomo franchigia ma quel maledetto primo turno di playoffs proprio non si riesce a superarlo. Nasce così la leggenda del giocatore perdente, discontinuo, svogliato, e i problemi fisici assortiti (schiena, ginocchio) giustificano solo in parte i risultati che tardano a venire e che, purtroppo, non arriveranno mai.

Tutta la carriera di Tracy McGrady nella NBA è conosciuta agli appassionati, comprese le 7 apparizioni consecutive all’All-Star Game, le inclusioni nel primo quintetto, le due vittorie nella classifica dei migliori marcatori o i 13 punti in 35 secondi contro gli Spurs (vedi video sotto) e altre impennate di questo tipo, delle quali il talento di T-Mac è sempre stato capace. Il lieto fine ci sarebbe comunque potuto essere: dopo Rockets, Pistons, Knicks e Hawks, e la parentesi in Cina, sono proprio gli Spurs e il “compagno mancato” Duncan a offrire una chance all’ex-All Star.

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Tracy visibilmente sovrappeso gioca da 4 e prova a regalare un sogno a tutti noi: quello di vederlo finalmente con un anello al dito. Purtroppo non va così e McGrady, ritiratosi dal basket si dedica brevemente e senza successo al baseball, altra sua grande passione.

Il giorno del giudizio universale del Gioco si saprà come dobbiamo ricordare questo autentico fenomeno, passato da sosia di Pippen ad attaccante inarrestabile, capace di svegliarsi dall’apparente torpore per incendiare i parquet d’America. Per ora ci è consentito solo un enorme grazie per le chiacchiere da bar che le sue imprese cestistiche hanno saputo generare, e i “se” e i “ma” che ancora ci scambiamo con gli amici.

Se solo avesse retto il fisico…

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Andrea Pontremoli

Andrea Pontremoli

Ex-giocatore e poi allenatore di settore giovanile, collaboratore dal 2005 e in seguito capo-redattore NBA per All-Around.net. Partecipa con un suo racconto al libro "All-Around: 12 storie 1 passione" (Orizzonti Editore) ed è autore del testo "Il triangolo sì...io lo rifarei" sullo studio e l'utilizzo della Triple-post Offense di Coach Tex Winter.

2 commenti
  • Marcello scrive:

    Non sapevo tutte le storie raccontate in questo bel articolo. Pensate che tmac avrebbe portato orlando o Houston al titolo se in piena forma e salute?

    • Andrea Pontremoli Andrea Pontremoli scrive:

      Grazie Marcello. Per la tua domanda, chi può dirlo? Certamente in entrambi i casi non avrebbe potuto vincere da solo, ma esser – se in forma costante – una “calamita” per almeno un’altra stella. Considera che a Houston anche Yao non ha goduto di salute perfetta, quindi è venuto a decadere tutto il progetto basato sul Cinese e lo stesso T-Mac

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