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Gordon Hayward, un ragazzo sfortunato

Gordon Hayward è proprio un ragazzo sfortunato.

Certo, a parte il fatto che è alto, bello, biondo, con gli occhi azzurri, è miliardario e che per vivere gioca a pallacanestro.

Negli ultimi 3 anni però sembra che la sorte abbia preso di mira l’ala dei Celtics. Che sia la maledizione dei Mormoni?

La vita “pubblica” di Hayward comincia a Butler University, dove rimane per 2 anni, frequentando il corso di ingegneria informatica (scelta dubbia, ma in fondo si sa che in NCAA gli studenti/atleti sono più studenti/ATLETI che non STUDENTI/atleti). Inizialmente il suo sport principale però non era il basket, ma il tennis. Un’improvvisa crescita in altezza lo fa tornare al suo primo amore per la palla a spicchi, giocando decorosamente il primo anno e molto bene il secondo, nel quale porta i Bulldogs fino alla finale, persa contro Duke. L’allenatore è un ragazzetto con la faccia pulita e la testa sveglia di nome Brad Stevens; come dicono quelli bravi: segnatevi questo nome, che poi ci torniamo.

La stella dei Jazz

NBA: Playoffs-Utah Jazz at Los Angeles Clippers

Arriva nell’NBA nel 2010, decima scelta al draft per gli Utah Jazz, alle prese con le bizze di Deron Williams (che di lì a poco avrebbero spedito in New Jersey) e con il lento declino di quella che doveva essere la squadra del dopo Stockton-Malone, ovvero Williams, Boozer, Kirilenko, Okur, Jefferson. Crediateci o no, era stata una bella squadra.

Con tutti i problemi che ci sono, nessuno fa caso al ragazzetto con l’aria da nerd, che gioca poca poco e convince il giusto (5,4 punti di media per lui). Sul finire della stagione, con i Playoffs fuori dal radar, il suo minutaggio cresce e con esso anche le sue cifre.

Due anni dopo, visto che il piano B (e anche quello C) sono andati male, ci si rivolge a lui, e Snyder pensa di farne il perno del suo attacco.

Non è un realizzatore inarrestabile, ma in quel roster non c’è veramente nessuno in grado di battere l’uomo, quindi si fa con quel che c’è. Snyder disegna l’attacco intorno alle sue capacità, ovvero un attacco in cui lui permetta ai Jazz di crearsi un vantaggio grazie all’esecuzione di schemi complessi e letture efficaci, nel quale Hayward ha il ruolo di facilitatore, quando non addirittura di Playmaker dichiarato.

Arriva a toccare i 22 punti a sera, mentre i Jazz si riaffacciano nel panorama NBA grazie al nuovo marchio di fabbrica, una difesa asfissiante centrata sullo spilungone francese (Rudy Gobert) che sembra in grado di stoppare ogni cosa.

Nel 2016 scade il suo contratto con i Jazz, ma a Salt Lake City fanno tutto per bene: è la stella della squadra, la faccia della squadra. I giochi d’attacco passano da lui, il contesto è abbastanza vincente e in crescita lenta ma costante. Vengono rinnovati in corso d’anno una serie di giocatori suoi amici e tecnicamente funzionali a complementare il suo gioco (primo fra tutti Ingles). Il max contract è pronto da mesi sulla scrivania del GM. Certo, ci sarebbe quella franchigia del Massachussettes ora allenata dal suo vecchio allenatore del college, ma che sarà mai? In fondo ha giocato per Stevens 2 anni 7 anni prima, mentre da 7 anni gioca per Snyder. Easy.

O no?

Go green!

Orlando Magic v Boston Celtics

Nell’estate del 2017 c’è elettricità nell’aria a Beantown.

L’anno prima è arrivato in città Al Horford, il primo free agent di peso firmato in città dei tempi di Caino e Abele.

Quell’anno arrivano Hayward dalla free agency e Irving da uno scambio prodigioso di Ainge: si mandano a Cleveland l’idolo locale e primo realizzatore della squadra, Isaiah Thomas (scelta eticamente inaccettabile, ma tecnicamente inappuntabile, specie a posteriori) e Crowder (che non sembrerà mai più forte quanto sembrava sotto Stevens) in cambio della stella emergente e talentuosa dei Cavs.

Poi ci sono i retaggi del passato, del tragico (per i Nets) scambio con Brooklyn che porta in eredità scelte su scelte. E lo scambio tanto discusso (e ancora una volta incredibilmente azzeccato) con Phila:

A Phila va la prima scelta, che si traduce in Marquette “cosa diavolo è successo” Fultz, mentre i Celtics portano a casa la terza (Tatum) e un’ulteriore scelta futura.

Insomma, l’idea è che la stagione sarebbe stata una sorta di prova generale per una dominazione che si sarebbe estesa per i 5 anni successivi.

A 5 minuti dall’inizio della prima partita si capisce che gli dei del Basket hanno altre idee.

Hayward salta per concludere un alleyhoop e atterra malissimo, con il piede in una posizione che non riuscirebbe ad assumere nemmeno Big Jim. La folla resta in silenzio per i lunghi minuti che richiede la procedura per portare fuori dal campo l’ala dei Celtics, ma l’idea precisa del dramma e dello spavento si ha guardando le facce dei giocatori, compagni e avversari, che guardano la caviglia informe di Hayward.

Il contributo del numero 20 a quella stagione biancoverde si esaurisce con le foto in divisa fatte per il media day.

Si inizia subito con l’operazione e la lunga riabilitazione, mentre Stevens gli chiede saggiamente di continuare a venire in panchina per le partite e di seguire la squadra in trasferta, per favorire almeno la sua integrazione emotiva con i compagni.

In campo Irving sembra ancora essere stato un’ottima idea, diventando il motore della squadra e portando i Celtics ad un ottimo piazzamento in classifica.

Si romperà anche lui, facendo entrare i biancoverdi ai PO come agnelli sacrificali.

Invece questo gruppo di ragazzini si raccoglie intorno ad Horford, ministro della difesa fantasiosa. In attacco Tatum si occupa di fare i punti, mentre un impensabile (e irripetibile) Rozier si prende in carico tutte le giocate decisive per portare i Celtics a 5 minuti di bel gioco in più dalle Finals.

In Finale invece ci va LeBron, ma è l’ultimo anno che fa il bullo nella Eastern Conference: le scelte (per lo più di Business) lo portano verso LA, lasciando ai Celtics un inaspettato corridorio spianato verso le Finals dell’anno successivo.

Di nuovo, l’estate biancoverde è tutta un festeggiare e sperare: se con quel nucleo ridotto all’osso si è rischiata la finale, figurarsi con un anno di esperienza in più per i giovani e con il ritorno di Irving ed Hayward!

Avevate anche voi scommesso sui Celtics? EEEEEEEEEEEEEEE! Riprovare, grazie.

Tatum si è convinto in estate che i buoni tiri ad alta percentuale non fossero così divertenti, meglio andare insistentemente in uno contro uno e tirare dai 6 metri con una mano in faccia.

Brown non trova più il suo spazio, cannibalizzato da Irving e in parte da Hayward. Rozier, che si sente quasi MVP delle finali passate non accetta il suo ruolo di cambio di Kyrie, e inizia uno sciopero bianco durato 10 mesi.

E infine Hayward. E’ in piedi, è in campo, ma si vede subito che c’è qualcosa che non va. La condizione fisica probabilmente non è ancora al top, ma soprattutto sembrano mancare la confidenza con il ritmo di gioco e la fiducia in se stesso.

Giocano tutti male, e i risultati vanno a Sud. Stevens in quell’anno fornisce forse la sua prova peggiore da quando è ai Celtics, perdendo completamente il controllo emotivo e tecnico della squadra.

Almeno su quello tecnico riesce a mettere una pezza, lavorando sul quintetto.

Hayward e Brown vengono retrocessi in panchina a favore di Smart e Morris, che rispondono con ottime prestazioni: costanti, affidabili, ma soprattutto efficaci nel completare e valorizzare Irving e Tatum.

A Brown questa situazione non piace, e infatti si perderà per tutta la stagione, con qualche picco di alto rendimento qua e là, ma senza mai riuscire a mettere in fila 2 partite di buon livello.

Per Hayward invece la cosa sembra funzionare: il fatto di giocare contro avversari più scarsi, in momenti meno tirati, con la squadra a giocare “diretta” da lui come ai tempi di Utah sembra ridargli un po’ di sicurezza. Chiuderà la stagione con 11,5 punti a gara in 26 minuti di utilizzo. La continuità manca, ma migliora nel corso della stagione.

Nel frattempo Kyrie “il tumore” Irving cresce a dismisura insieme al suo ego, fino a mangiarsi lo spogliatoio e lo spirito della squadra: un carattere fastidioso unito forse alle peggiori interviste alla stampa che io riesca a ricordare lo rendono già a metà stagione un separato in casa. Che però continua a tirare tutto quello che tocca.

Il New Deal

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Doccia di sano realismo nell’estate 2019. Si cerca di portare a casa i numerosi e ambiti free agents disponibili, ma nessuno vuole venire. Il trattamente Thomas non ha favorito il buon nome dei Celtics e diversi giocatori (in primis Anthony Davis) dichiarano apertamente di non voler andare a giocare per i biancoverdi. Svanita la possibilità di portare nuovi nomi di prima fascia, arriva la notizia che Irving (a sua volta free agent) se ne andrà a Brooklyn. Personalmente sto ancora ringraziando il Cielo, ma sarà perchè non capisco niente di basket.

Horford, Rozier, Morris, Baynes seguono la strada di Kyrie e salutano la compagnia. Boston a questo punto si butta sul mercato di riparazione e prende il meglio di quanto rimasto a fine mercato, ovvero Kemba Walker e Enes Kanter. Poco dopo arriva anche l’estensione per Brown, circa 28mln per 4 anni. Pagato caro, ma al momento era probabilmente l’unica cosa sensata da fare, anche se a malincuore. Per ora sembra che, vista la risposta di Jalen in questo inizio di stagione, la scommessa sia stata vinta.

La linea presa dai Celtics per la nuova stagione torna finalmente ad essere chiara: Stevens è il centro di tutto, questa è la sua squadra e si gioca per lui.

L’uomo più importante della squadra diventa quindi Smart, di certo non il più forte o talentuoso, ma indiscutibilmente il più uomo squadra di tutti.

Adesso che non c’è più Irving a mangiarsi tutto come faceva il “Nulla” nella Storia Infinita, diventa finalmente possibile avere un attacco equilibrato: Kemba (dopo qualche balbettio iniziale), Brown, Tatum e Hayward si prendono a turno il proscenio e viaggiano intorno ai 20 punti di media a testa.

La difesa era il principale punto di domanda, data la partenza di Horford e Baynes, l’arrivo di Kanter (non esattamente un mastino) e il fatto di essere costretti a giocare con 4 piccoli per lunghi tratti di gara. E invece si torna al metodo Stevens, che si inventa una difesa diversa, disegnata sulle nuove caratteristiche fisiche e tecniche della squadra: cambi continui in caso di mismatch, aiuti veloci portati soprattutto da Smart, Brown in un ruolo di stopper difensivo per il miglior giocatore avversario (indipendentemente dal ruolo) e Theis in un inedito ruolo di rim protector (inedito anche perchè il tedesco supera di poco i 2 metri) in cui sembra trovarsi molto bene. Perfino il Time Lord sta fornendo contingentati minuti di grande qualità.

In questo nuovo contesto collaborativo e paritario Hayward finalmente rifiorisce. Torna la sicurezza, l’aggressività nell’attaccare il canestro in entrata, la visione di gioco.

Un attacco con responsabilità così condivise è potenzialmente più difficile da fermare, ma anche molto più fragile. Come dicevo gli anni passati per i Warriors, se non hai un go to guy definito e delle gerarchie chiare può essere difficile venire fuori dalle difficoltà che non ti aspetti. E se questo valeva per quei Warriors, figuratevi quanto valga per questi Celtics, che non hanno nemmeno la metà del talento!

Comunque per il momento tutto funziona e i C’s sono (insieme ai Lakers, almeno per quanto mi riguarda) la sorpresa di questo inizio stagione.

Peccato che 2 settimane fa il nostro “ragazzo sfortunato” sia stato di nuovo colpito dagli strali della sorte avversa.

In un fortuito scontro di gioco con l’ex compagno Aaron Baynes piega la mano sinistra in modo innaturale e se la frattura.

Lo spettro dell’infortunio simile occorso la settimana precedente a Curry, che lo terrà fuori dal campo per 3 mesi, getta tutti nello sconforto.

Fortunatamente qualche giorno dopo la prognosi si fa più ottimistica, e ad oggi Hayward (che ha già tolto il gesso) è dato per rientrante prima di Natale.

I Celtics stanno tenendo botta in classifica, e si può sperare che questa volta il rientro a pieno regime di Hayward sia ben più rapido.

Speriamo insomma che il ragazzo dell’Indiana possa finalmente trovare un po’ di … fortuna.

Vae Victis

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Carlo Torriani

Carlo Torriani

Colpito a tradimento dal virus della palla arancione nel lontano ’92, quando sono rimasto folgorato vedendo giocare il ragioniere di Spokane (John Stockton, per chi colpevolmente non lo sapesse), da allora non sono più riuscito a disintossicarmi, e sono diventato un NBA addicted. Mi diletto maniacalmente anche nella pallacanestro giocata, con risultati che di rado superano la soglia del dilettantismo spinto. Ah, ho anche un lavoro vero (per quanto lo possa essere un’occupazione nell’informatica), ma quello è meno interessante... Sposato e con 2 figli, il primo già sapientemente instradato sulla via della palla cesto.

 

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