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Goodbye Magic of Peoria

Avete mai sentito parlare dell’araba fenice? Sicuramente sì, ma per i più pigri provo a trasformarmi per qualche riga in Piero Angela per una versione sprint di Quark versione NbaLife. L’araba fenice è un volatile mitologico, simile ad un’aquila reale. La grazia, la bellezza, lo splendore dei suoi colori hanno fatto sì che il volatile venisse accostato alle divinità dei vari popoli che ne hanno narrato le gesta, siano essi stati antichi egizi o antichi greci. La leggenda racconta che la fenice prima di morire costruisse un nido sul quale adagiarsi e sul quale ardere colpita dai raggi del sole. Una storia apparentemente triste se non fosse che:

“Post fata resurgo”

Ebbene sì, la fenice risorge dalle sue ceneri per ritornare a volare in tutto il suo splendore.

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Peoria, Illinois, non è proprio la prima città che vi viene in mente se pensate di fare un viaggio negli States, ma proprio in questa città di 115 mila anime circa, si tenne uno dei discorsi, anzi il primo intervento in assoluto, a difesa dei diritti degli afro-americani e per mettere un freno alla disumanità della schiavitù.

“I nuovi stati liberi sono i luoghi dove possono andare i poveri per migliorare la loro condizione”

E nessuna nazione o Stato libero, più degli Stati Uniti d’America, è stato nell’ultimo secolo la meta dove cercar fortuna e migliorare la propria condizione. Era il 16 ottobre 1854. Chi tenne quel discorso? Abraham Lincoln! La nostra storia parte proprio da quella piccola città che si affaccia sul fiume Illinois ed è una storia che racchiude un pizzico di magia. “It’s a kind of Magic”, per dirla alla Freddy Mercury. E il riferimento alla canzone dei Queen non è casuale. Il piccolo Shaun, già da bambino mostra una dimestichezza non usuale con la palla da basket, sarà anche per merito di quel nastro ormai consumato delle VHS che immortalano le gesta di Pistol” Pete Maravich che Shaun non si stanca mai di guardare. Il suo talento esplode alla Peoria Central High School dove, da playmaker, mette in mostra ottime doti in fase di costruzione di gioco e in fase realizzativa, tanto che il paragone, vista anche la statura piuttosto alta per il ruolo che interpreta, è facile. Il Magic di Peoria, Illinois. Eh sì, il nuovo Earvin Magic Johnson. Negli anni della High School Shaun è praticamente ingestibile da parte degli avversari e subito viene notato dagli scout di tutte le Università più importanti degli Stati Uniti.

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A strappare un accordo è Coach K e sembra che Il Magic di Peoria, con la casacca dei Blue Devils di Duke, debba far le fortune dell’ateneo di Durham. Se non fosse che le sirene della NBA suonano sempre più insistentemente nelle immediate vicinanze di casa Livingston. Shaun, decide di rendersi eleggibile al Draft senza passare dalla porta del college basket e nel 2004 a sceglierlo sono i Los Angeles Clippers, alla numero 4. Ad aspettarlo per fargli da chioccia c’è un vero maestro dell’arte del playmaking: Sam Cassell. La sua carriera inizia a rilento, alle spalle di un totem come Sam I Am, si ritaglia il suo spazio soprattutto come guardia e nelle prime due stagioni gioca 91 partite a poco più di 6 punti di media. È nella terza stagione che Shaun inizia a carburare. La sua media punti sale appena sotto la doppia cifra e il 23 febbraio 2007 fa segnalare il suo career high nella voce assist. 14 contro i Golden State Warriors (ne risentiremo parlare). Se sei nato l’undici settembre e il tuo passaporto recita United States of America, aspettati qualcosa di tremendamente tragico. 26 febbraio 2007, la partita è iniziata da poco più di 4 minuti e a far visita ai Clippers allo Staples Center, addobbato in Rosso Blu e Bianco, ci sono gli Charlotte Bobcats. Livingston si avventa su una palla vagante sull’arco dei tre punti della sua metà campo difensiva, parte in contropiede e, appena dentro il pitturato, parte in terzo tempo per il più comodo dei layup. Se non l’avete mai fatto e siete deboli di cuore vi sconsiglio la visione di quei pochi secondi di partita. Una deflagrazione del ginocchio sinistro. Il solo ricordo delle sue urla e del movimento innaturale di quella gamba, ancora oggi provocano in me attimi di angoscia. Credo che sia corsa più di una lacrima dagli occhi di molti dei presenti al palazzo losangeleno. La diagnosi è spaventosa. Rottura del legamento crociato anteriore e posteriore, del legamento collaterale mediale, del menisco laterale e lussazione della rotula. Soluzione primaria, AMPUTAZIONE dell’arto.

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Tutte le volte che penso a quell’infortunio mi viene in mente uno dei più grandi personaggi che la genialità di J.R.R. Tolkien potesse partorire. Provate a fare un viaggio immaginario con me. Siamo sul ponte di Khazam-dum, rincorsi dal flagello di Durin, il Balrog infuocato che ci vuole privare dell’unico anello del potere. Solo uno tra di noi ha l’ardimento di fermarsi in mezzo al ponte per salvarci la vita e permetterci di uscire incolumi dalle Miniere di Moria. “Tu non puoi passare”. Gandlaf il grigio, con il suo bastone magico fa crollare il ponte, il Balrog infuocato cade nelle viscere della terra e la nostra pelle è salva. Se non ché la frusta infuocata dell’essere immondo cinge la caviglia dello stregone e lo trascina con se. Ho sempre paragonato la forza d’animo di Livingston a Gandalf. La sfortuna lo trascina nelle tenebre dalle quale solo una lotta serrata, il rifiuto della sconfitta e la volontà di tornare a percorrere la strada che il destino aveva preparato per lui gli permetteranno di tornare alla luce, come prima, meglio di prima, con una forza mentale che, solo chi ha assaporato tanto dolore ed è riuscito sconfiggerlo, può avere.  Nel luglio 2008 i medici danno il via libera, si torna a correre, a sognare di poter ancora competere nella lega più bella del mondo e i primi a dargli una chance sono i Miami Heat. Ovviamente la fenice prima di riprendere a volare deve formare le sue ali, rinforzarle, deve veder crescere il suo piumaggio colorato e deve acquisire la consapevolezza di essere di nuovo quella meraviglia della natura amata dagli Dei. Grizzlies, Wizards, Bobcats,Bucks, Kings, Rockets, ancora Wizards e Cavs, con una parentesi anche nella D-League con i Tulsa 66ers, sono le tappe che precedono la rinascita. Sono i Nets di Kevin Garnett, Paul Pierce, Joe Johnson e di Deron Williams a dare una chance a Shaun.

Golden State Warriors v Brooklyn Nets

L’infortunio di Deron apre le porte a Livingston come partente in quintetto e da lì in poi è come se non fosse mai uscito dal campo. Lo splendido scenario di Brooklyn, la presenza di giocatori importantissimi e la guida di un ex play che ha scritto pagine memorabili per quella franchigia, il Jason Kidd delle Finals 2002 e 2003, sono il massimo che Shaun potesse chiedere. Sembra un’isola della felicità per chi ha dovuto superare tante avversità ma a luglio del 2014 altro cambio di maglia, a firmare l’ex Magic di Peoria sono i Golden State Warriors, proprio loro, quelli a cui Shaun ha riservato il career high in assistenze. A volte la vita sembra essere talmente dura e ostinata ad accanirsi contro una singola persona che anche le menti apparentemente più forgiate possono crollare e abbandonarsi lasciandosi trascinare alla deriva. Ma la vita è anche in grado di presentarti delle opportunità inaspettate che sono capaci di ripagarti di tutte le tue fatiche. Dal febbraio 2007 al Giugno del 2015 sono passati 8 anni e pochi mesi e se qualcuno avesse detto a Livingston, in quel lettino di ospedale, “tu un giorno diventerai campione NBA”, credo che sarebbe stato preso a male parole e cacciato dall’ospedale a calci nel di dietro. Eppure è così, Frodo Curry, Samvise Thompson, Draymond Gimli Green, Legolas Barnes e Aragorn Iguodala hanno preso Gandalf, ormai diventato il Bianco, e lo hanno trascinato sul Monte Fato donandogli l’unico anello del potere. Ma quell’anello Shaun Gandalf Livingston non lo ha gettato nel fuoco, lo ha messo al dito.

Ah dimenticavo, ricordate quel layup del 26 febbraio 2007? Bene, cancellatelo dalle vostre menti e portate alla memoria la schiacciata al volo, dopo errore di Iguodala, in gara 6 delle Finals 2015, a Cleveland, a 8’ e 46” dall’apoteosi Warriors.

Ora la Fenice ha nuovamente preparato minuziosamente il suo nido nel quale ha deciso di adagiarsi, ma questa volta con se non ci sono né stampelle, né lettini di ospedale; questa volta ci sono tre titoli di Campione NBA e 5 della Western Conference. Shaun ha deciso di smetterla così, di concludere con la sconfitta alle ultime NBA Finals la sua carriera, ma non fidatevi perché la fenice prima o poi risorge e chissà che, in qualche altra veste, possa tornare a mostrare tutto il suo splendore.

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Francesco Rivano

Francesco Rivano

Nato il 12/11/1980 a Iglesias, nel profondo Sud della Sardegna e cresciuto a Carloforte, mi sono laureato in Economia e Commercio nel 2007 trovando successivamente un impiego nell'ambito della gestione contabile. Calciatore e calciofilo fin da tenera età ho militato nella squadra del mio paese per 15 anni. Nel 2000 sono stato folgorato come Paolo sulla via di Damasco e mi sono convertito al basket. Il mio personalissimo Messia ha un nome e un cognome: Allen Iverson. Attualmente mi occupo di intermediazione immobiliare ma la più grande passione rimane la palla a spicchi color arancio e narrare le vicende della NBA e dei suoi protagonisti è la mia massima espressione di libertà e divertimento.

 

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