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It was a good day

“It was a good day”, Ice Cube, 1992, a susseguirsi ininterrottamente nelle orecchie.

Vorrei la mettessi su anche tu, caro lettore, potrebbe esserci utile nel viaggio che ci accingiamo a intraprendere insieme. Permettimi di esserti Virgilio in quest’inferno esistenziale che troppo spesso mi vede Dante (purtroppo non in termini di produzione lirica). Mentre scrivo queste concentriche righe vestibolari, anticamera di un sentiero che ci condurrà da Torino a Oakland, percorro veloce i chilometri che si interpongono tra il centro e la periferia della mia città, tra il luogo in cui vivo e quello in cui ho vissuto fino a un mese fa.

Allaccia le cinture, stiamo andando a Mirafiori Sud

Caro amico, faremo molte fermate, quindi mettiti comodo e, qualora ne sentissi il bisogno, sentiti libero di scendere quando più ti aggrada. Io, nel mentre, sbottono di un’asola o due la camicia madida degli affanni di questa lunga giornata, mentre tutt’attorno va spalancandosi un bazar di metalliche melodie mediorientali e farraginoso vociare telefonico. Un ragazzino regge sotto braccio uno Spalding ancora lucido. Sorrido, perché credo di intuire dove stia andando e mi chiedo dove lo ritroveremo tra una quindicina d’anni, quando ipoteticamente avrà la mia età e, forse, anche la tua. “Today was a good day” sentenziava Ice Cube, anche se qui i good days sono finiti da una vita. I giorni in cui si correva nel vento, su e giù per i prati odorosi d’estate del Parco Di Vittorio, in un finale d’anni ‘90 in cui, oggettivamente, prendersi una laurea e darsi da fare sembravano presupposti più che sufficienti per un avvenire distante dal grattacapo della sopravvivenza. Giorni in cui in questo quartiere si respiravano, mattino e sera, l’anima e i sogni di una gioventù destinata a perdersi tra ecstasy, schianti stradali, maternità precoci, divorzi e debiti. Eppure, alle porte del terzo millennio, questo posto ci sembrava il centro del mondo. Dal ritmo ossesso del Naxos alle oscurità suadenti del Transylvania, dagli effluvi di birra del John Lennon alle sigarette all’alba davanti al Queen Victoria, dalle puttane a buon mercato di corso Traiano alle esalazioni d’erba dei Pizzi, dai cortili riempiti dall’eco delle corse dei ragazzini appresso al Tango a una generazione di MCs e beatmakers destinata alla ribalta e alla polvere nell’arco di un decennio.

Io sono nato troppo tardi per vivere la seconda età aurea di Mirafiori, dopo l’epopea della mancata rivoluzione operaia degli anni ‘70. Ho semmai vissuto la coda di un dragone di carta incendiato dalla fiamma d’un fuoco fatuo che ha finito col lasciare alla mia generazione nient’altro che le spoglie d’un corpo ormai freddo, le rovine di una città-stato troppo derelitta e stanca per essere qualcosa di più che un’antica leggenda sbiadita. Eppure c’è stato il tempo per gli intervalli soleggiati a rincorrere un pallone senza tempo nel cortile della scuola Dogliotti, per le cancellate scavalcate a dieci anni con un cartone di pizza in mano, per le fughe a gambe levate dai guardiani di quella stessa Sisport che mi ha dato i natali cestistici. C’è stato il tempo per i cicles con le introvabili figurine miniaturizzate di Poggi e Volpi, per gelarsi il culo sul cemento innevato della San Marco nelle evasioni natalizie, per attraversare via Artom e sollevare lo sguardo verso i palazzoni prima che la demolizione del 2003 li rendesse nient’altro che un’accozzaglia di brutti ricordi e calcinacci. C’è stato il tempo per andare a pisciare nei bagni del terzo piano delle elementari e vedere oltre la finestra i reclusi del carcere minorile su e giù per l’ora d’aria. C’è stato un tempo per guardare il sole scomparire oltre la mastodontica gigantografia d’acciaio e cemento della Fiat, per osservare il proprio gatto andare alla deriva sui tetti di via Podgora, per abbandonarsi all’idea che il bambino che eri sarebbe divenuto il ragazzo che sei e l’uomo che sarai. C’è stato il tempo per farsi un’idea, su questa città immobile, sulle sue contraddizioni, sulla sua irrimediabile ipocrisia. C’è stato un tempo per dirsi: “Ritorno”, ci sarà un tempo per dirsi: “Me ne vado”.

C’è stato un tempo per amare questo posto. Ci sarà un tempo per dirgli addio.

Sono nato cestisticamente nel Giugno del 1997 in una palestra enorme e polverosa. I raggi del sole (quel sole che inizio a pensare non tornerà mai più, non così come lo ricordo almeno) svelavano la danza caliginosa dell’aria mossa da decine di piccoli corpi impazziti appresso a una palla a spicchi. Ricordo distintamente come il gioco fosse così convulso e frenetico da rendere impossibile capire chi effettivamente avesse la palla. Era una lezione promozionale in vista della nuova stagione cestistica della Sisport Fiat per l’autunno a venire. Tre mesi più tardi vestivo la maglia numero 9 in quello stesso campo indoor che distava non più di un chilometro da casa mia. Serie Scoiattoli, minibasket. Ricordo di aver convissuto per almeno un anno con il costante timore di arrivare alle partite con la divisa sbagliata. Già, perché niente double-face all’epoca. Due divise, ben distinte: la rossa per le partite in casa, la blu per quelle in trasferta. Solo che, chiaramente, le società non è che fossero particolarmente avvezze ai preparativi per il campionato Scoiattoli, sicché era tutt’altro che infrequente che ci si ritrovasse all’ultimo momento con due squadre in maglia blu o, al contrario, in maglia rossa. All’epoca, di NBA non sapevo sostanzialmente nulla. C’erano già gli invasati a cui i genitori (ancor più invasati) compravano i completi originali delle squadre più astruse e dei giocatori più in voga oltreoceano. Alcuni avevano già i polsini griffati e ai piedi sfoggiavano vere sneakers professionali. Io, zero. Primo paio di scarpe per giocare? Delle Asics da corsa. Cazzo quanto correvo veloce, erano leggerissime. Primo paio di scarpe da basket propriamente dette? Delle Kipsta, al terzo anno, quando già si giocava coi ruoli e i primi schemi rudimentali. Avevo trovato il mio posto in campo. Avevo capito: ero nato per fare il playmaker, anzi, ero nato per essere il playmaker. Ricordo ancora le prime bolle abominevoli con cui quelle gloriose Kipsta mi marchiarono i piedi. Mi divertii tantissimo in quella terza stagione alla Sisport. Al di là delle piccole soddisfazioni, delle minuscole vittorie, dei brevi viaggi domenicali in giro per il Piemonte, dei passaggi dietro la schiena, dei terzi tempi, degli high-five coi compagni…quello che più ricordo con un intramontabile senso di felicità è la partecipazione che era venuta creandosi attorno a quel team. Il nostro basket, il nostro essere lì, sul parquet, a sudare, a provarci, ognuno con i propri limiti, tutti con la bocca ancora di latte, aveva generato un seguito, un coinvolgimento, una passione in persone ben più grandi di noi. Nel corso del tempo ho avuto la fortuna di giocare in palazzetti bellissimi, in Italia e in Europa, con e contro platee fantastiche . Ho avuto la fortuna di sentirmi addosso le grida e le mani del pubblico, di litigare e accapigliarmi col pubblico. Ho avuto la fortuna di poterlo avere, attorno, un pubblico che, in fondo, era lì, a bordo campo, talvolta senza riscaldamento, su seggiolini scomodissimi, su gradinate affollate, solo per condividere con noi, che avevamo il privilegio di tenere la palla in mano, quella passione che troppe volte ho dimenticato. Al terzo anno, assieme al primo paio di sneakers, era anche giunta quella minima maturità necessaria ad iniziare a capirci qualcosa di questa NBA.

E fu così che arrivò anche il momento di scegliersi un idolo.

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Ebbene, il mio primo mentore cestistico non fu Kobe, non fu Nash, non fu nemmeno il grandissimo Jason Williams (“Pistol Pete is alive #55”, ve lo ricordate quell’esimio signore in giacca e cravatta immortalato dalla telecamere di ESPN?). Il mio primo idolo fu Allen Iverson. Perché? Perché era basso e gracile. Perché era veloce e inarrestabile. Perché aveva fegato e talento. Perché arrivava dai sobborghi. Perché era stato in galera. Ebbene, dovessi scegliere, in termini cestistici, a chi dire grazie per essermi stato allo stesso tempo nobile esempio tecnico e rovinoso modello disciplinare non avrei dubbi: Allen Iverson e Gianmarco Pozzecco. Ebbene sì, perché se, con una corporatura da peso piuma, riuscire a farsi valere in campo richiedeva una tenace dedizione verso il Gioco, dall’altro lato riuscire a iniziare una stagione da capitano per poi terminarla facendosi cacciare a mezzo lettera per ragioni disciplinari richiedeva una pachidermica devozione alla cazzonaggine (e dunque anche consistenti modelli ispiratori in tal senso). Ma bando alle ciance, mio caro lettore. È già la nostra fermata. Tazzoli. Han dato a questa fermata del tram il nome del corso che interseca in questo preciso angolo di città l’interminabile corso Unione Sovietica. Han dato a questa fermata del tram questo nome perché, differentemente, avrebbe dovuto chiamarsi Ferrante Aporti, esattamente come il carcere minorile che puoi trovare di fronte a te appena sul lato opposto della strada. Alle nostre spalle l’oratorio Don Bosco con il suo playground di fortuna. Qui ci si veniva, anche abbastanza spesso, almeno fino alla fine delle elementari. Ma quelli forti, quelli veri, non li trovavi lì. In estate, fino a che durò la panacea dei canestri estivi, la competizione aveva per casa il duro cemento dei Pizzi. Il livello si alzava ulteriormente in via Braccini, ma parlarne ci porterebbe fuori Mirafiori, allontanandoci troppo dalla rotta per Oakland. Terminate le elementari avrei iniziato invece ad allontanarmi gradualmente io da questi luoghi, da questo quartiere. Fu una questione pressoché fortuita. Scuole medie e liceo mi avrebbero sempre più sospinto verso il centro. Così sarebbe stato anche per il basket. Il primo anno di medie sarebbe stato anche il mio ultimo alla Sisport, di lì avrebbe preso gradualmente forma la mia perpetua migrazione attraverso i campi e gli spogliatoi di mezza città. Quell’ultimo anno alla Sisport fu suggellato anche dal mio ultimo anno ai centri estivi proprio lì, a Mirafiori. Quel Giugno, molto accidentalmente, mi rasai anche per la prima volta i capelli. Ricordo che mi addormentai nel bel mezzo del pomeriggio, sul letto fresco e appena fatto, per lo shock. A saperlo che un giorno sarebbe diventata una consuetudine, questa del taglio aerodinamico.

Cinque anni più tardi, nella primavera del 2007, avevo i capelli ben folti e portavo una di quelle t-shirt di Superman che tanto andavano in voga nella demenzialità generale dei diciottenni. Mi accingevo a terminare il penultimo anno di liceo e l’ennesima stagione cestistica. L’anno prima avevo mancato la tripla decisiva in una finale contro non ricordo più quale squadra, al termine di una rimonta epica. Ricordo che cominciai a piangere esattamente un secondo dopo il fischio finale. Ma, a ripensarci oggi, con quel minimo di imperturbabilità del caso, tutto ciò che mi viene da dire è: cazzo, ragazzi, che divertimento.

La danza del pallone sul ferro e poi giù per la retina, il fischio dell’arbitro: “And one”, il ruggito del pubblico, la maglia che quasi si strappa tra gli strattoni dei compagni posseduti. Ma questo era il 2006, stiamo divagando. Torniamo al 2007. Il 22 Aprile di quell’anno si era aperta una delle migliaia di serie di primo turno di Playoffs già data per chiusa prima ancora di essere iniziata. Golden State Warriors-Dallas Mavericks. Per la stampa, gli analisti e i tifosi dell’intero globo, la compagine californiana non era nulla di più che un accrocco di ragazzi di grandi promesse e belle speranze mai pienamente sbocciate. Gli altri? Beh, gli altri erano semplicemente la prima forza assoluta della Lega, una squadra capace di vincerne 67 su 82 in stagione regolare. Come dicevamo, serie che, potendo, non avrebbe nemmeno avuto ragion d’essere, in quanto già scritta in partenza. Dirk Nowitzki da Würzburg, allievo di Holger Geschwindner, già in quell’equinozio di primavera 2007 sembrava predestinato al titolo. E invece no, non quell’anno almeno. Quell’anno andava facendosi largo tra le assolate lande della California una marea gialla. In una storia eternamente tinta dei lustri gialloviolacei della vicina Los Angeles, Oakland, cittadina di poco più di 400.000 anime tra gli anfratti salmastri della Baia di San Francisco, aveva deciso di farsi largo con le unghie e con i denti tra le pagine degli almanacchi sportivi. Terra di spargimenti di sangue Huchiun, patria di rifugiati del Big One che distrusse SF, città metallurgica, snodo portuale per fuggiaschi e padri accidentali, Oaktown era già incondizionatamente incline alla fede in se stessa ben prima del 2007. La storia dei Warriors, d’altro canto, aveva iniziato a contraddistinguersi per una certa irrequietezza più di un decennio prima, nel 1994, quando il Rookie of the Year Chris Webber forzò la propria trade ai Bullets dopo una lunga serie di alterchi con coach Nelson (chi ha qualche anno in più di me ricorderà il “Vado via io”, “No, vado via io” che flagellò le sorti (e non solo quelle) della Baia per metà della regular season ‘94/’95. Fu poi la volta di Latrell Sprewell e il choking incident del 1997, con la shooting guard nativa di Milwaukee immortalata sul campo di allenamento intenta ad agguantare il collo di coach PJ Carlesimo, reo di avergli intimato di mettere “a little mustard” sui suoi passaggi. Sei anni più tardi sarebbe stato il buon Gilbert Arenas a proseguire la dinastia dei Jail-Warriors, lasciando la Baia subito dopo aver conquistato il premio di Most Improved Player (delle quattro pistole puntate negli spogliatoi del Verizon Center contro il compagno di squadra Crittenton il 21 Dicembre 2009 già avrete sentito parlare).

Dallas Mavericks v Golden State Warriors, Game 3

Breve sunto dello scenario Warriors agli albori del 2007: assenza ai Playoffs dal 1994, record stagionale corrente di 17 vittorie e 16 sconfitte. La superstar del momento si chiama Baron Davis, per tutti semplicemente il Barone. Tarchiato, a fasi alterne sovrappeso, folta barba ante-litteram, sguardo indolente e un’infanzia trascorsa a Compton, quella stessa Compton che avevamo imparato a conoscere attraverso i video tutti pistole, occhiali da sole e sospensioni idrauliche degli N.W.A. Insomma, un giocatore che sui campetti del mio quartiere non poteva che essere qualcosa di più di una semplice All-Star NBA. Annunciando la trade che avrebbe portato il Barone da Charlotte a Oakland, il Vice-President of basketball operations Chris Mullin (con un passato da giocatore e alcolista proprio dalle parti di Oakland) avrebbe sentenziato al cospetto dei propri collaboratori: “We got some good guys in our team, but all we do is lose. Fuck good guys, we want to win”.

I Warriors entravano dunque nel 2007 con le seguenti risorse umane: Baron Davis, diffusamente considerato un All-Star fisicamente inaffidabile, nonché leader rivedibile, Jason Richardson, relegato dai critici alla figura di scorer pirotecnico in un contesto null’altro che mediocre, Andris Biedrins, meglio noto come One Minute Man (pensatela in termini di ejaculatio precox e trasponete tutto in forma cestistica), il rookie Monta Ellis, quarantesima scelta al Draft, Matt Barnes, figlio di Henry Barnes, macellaio di giorno, spacciatore di notte nei sobborghi di Santa Clara, e il coach Don Nelson, reduce da una stagione di inattività forzata dopo i dissidi legali e personali con Mark Cuban.

Allo scadere della trade deadline accade però l’impensabile: Mike Dunleavy Jr., Troy Murphy, Keith McLeod e Ike Diogu vengono spediti sul primo diretto per Indianapolis, mentre dai Pacers approdano in California i due reietti della “worst night in NBA history”, ovvero la colossale scazzottata di massa passata alla storia come The Malice at the Palace. Stiamo parlando di nient’altri che Stephen Jackson (fedina penale non pulitissima a causa di qualche fermo in possesso di sigarette verdi) e Al Harrington (similare passione botanica), più Jasikevicius e Powell. Appreso in tempo reale il trasferimento in direzione Oakland, Harrington dichiarerà: “Tutto ciò che so di Golden State è che perde sempre”.

A Marzo 2007 il record dei Californiani recita 27 vittorie e 35 sconfitte, dodicesima posizione a Ovest. Tutto lascia presumere all’ennesimo disastro preannunciato. Chris Mullin, Mitch Richmond, il Barone e Don Nelson si incontrano per un meeting straordinario a Los Angeles, dove Davis sta affrontando la riabilitazione dall’infortunio patito a due settimane dal tip-off 2006/2007. La conclusione è chiara: tentare il possibile fino a fine stagione, crederci fino all’ultima partita.

La svolta non tarda ad arrivare. Il 5 Marzo, nel sessantatreesimo match della RS, la compagine della Baia surclassa al Palace di Auburn Hills i Pistons: 111-93. Il desiderio di riscatto è tale che sul volo di ritorno per la West Coast, Jackson e compagni stipulano un patto di sangue: “Let’s believe”.
Di ritorno dall’impresa di Detroit comincia a intravvedersi alla Oracle Arena uno strano cartello giallo. Non aveva una scritta nera, bensì rossa, e non recitava “Addio bocca di rosa, con te se ne va la primavera”. No, questa volta il messaggio era ben più semplice, seppur egualmente romantico: “We Believe – Go Warriors”. A reggerlo sono le mani di Paul Wong, strenuo tifoso e presenza fissa alla Oracle Arena. Di lì a una manciata di giorni sarebbe esploso uno dei fenomeni mediatici più celebrati dell’ultimo decennio sportivo: il We Believe. Diciannovemila tifosi in maglia gialla a riempire del proprio grido un’arena destinata a divenire tra le più elettrizzanti del panorama statunitense. Assistere a una partita dei Warriors non era più solamente una questione cestistica, era poetica bellica. Nasceva così la DubNation.

16 vittorie negli ultimi 21 impegni di RS, Golden State chiude la stagione ufficialmente ottava: dopo tredici anni la Baia è di nuovo sull’aureo palcoscenico dei Playoffs. Il prologo della serie coi Mavs è shakespeariano. In stagione regolare il computo degli scontri diretti dice 3-0 GSW, ma pochi sembrano curarsene. Non Dirk Nowitzki, che conosce assai bene il suo vecchio coach e, probabilmente, l’ha compreso meglio di chiunque altro. Il suo allenatore attuale, Avery Johnson, approccia invece il primo round della post-season con estrema leziosità. I giochi per Dirk sono pressoché gli stessi di quelli architettati da Nelson negli anni al libro paga di Cuban. Nessuna modifica sostanziale, nessun accorgimento, non una contromisura. In G1 Nowitzki è semplicemente sopraffatto dal sistema difensivo di Golden State. Sarà 4-2 Warriors al termine di quegli undici giorni che sconvolsero il mondo cestistico inscenando quella che ancora oggi alcuni ricordano come “the biggest upsed in NBA history”.

Ciò che oggi rimane del We Believe è il germe di quella Nellie ball philosophy fatta di ball handling, fisicità a rimbalzo, pericolosità al tiro, ampie spaziature, copiosi 1vs1, ritmo elevato, produzione offensiva e numerosi mismatches concessi. Filosofia in parte rivista, riletta, reinterpretata da Mark Jackson, rivoluzionata da Steve Kerr. Rimane la voragine nel muro degli spogliatoi della Oracle aperta da Nowitzki il 3 Maggio 2007. Rimane il fascino con cui qui, a quasi diecimila chilometri di distanza e nove ore di fuso orario, guardavamo a quella squadra, alla sua follia, alla sua romantica corsa contro le leggi del basket, della razionalità e della statistica. Rimane la foto di un gruppo di bambini prima e di ragazzi poi che si sono incontrati nella periferia sud di Torino per poi perdersi definitivamente, lungo il cammino. Rimane il significato che ancora mi pare di ritrovare tra le strade di questo quartiere, in una città che, per me, oramai, ha perso significato da tempo.

Dallas Mavericks v Golden State Warriors

Davide Alekos Iaconis

Davide Alekos Iaconis

Nato a Torino 8 ore e 45 minuti prima di Italia-Danimarca 1-0 (61° Zio Bergomi) nell’anno del secondo MVP a Magic, appena uscito dal comodissimo salotto amniotico esclama: “Chiudete la porta, ché mi fa freddo”, mentre l'ostetrica, facendo roteare la mano in aria a mo' di flamenco, proclamava: “E' nato 'nu criature niru, niru”. All'età di 5 anni lascia l'hinterland e l'atmosfera “summer, summer, summertime/time to sit back and unwind” da Fresh Prince of Le Fornaci per trasferirsi a Mirafiori, affascinato dal groove della metropoli. Da lì in avanti sarà tutto un susseguirsi di tram linea 4, panini con la 'nduja, Kobe Bryant, A Tribe Called Quest e pianofortini elettronici anni '90. Dopo una temporanea separazione consensuale dalla palla a spicchi per dedicarsi alla scuola di Esculapio, torna a giocarci e, perché no, anche a scriverne. Con risultati discutibili.

 

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