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1st Round – Golden State Warriors vs Portland Trade Blazers

Tutto normale. Se la prima sbaraglia l’ottava con un 4-0 che non ammette repliche, in sé non ci sarebbe affatto da stupirsi. Normale, cioè assolutamente “nella norma”; ed in effetti con un sintetico “Warriors in pigiama” potrebbe forse già concludersi prima di iniziare questo nostro piccolo esame della serie.

Tuttavia sarebbe ingeneroso, per i Blazers ma anche per l’impegno che Curry e compagni hanno dovuto comunque profondere e che ne accresce, se possibile, i meriti, sminuire eccessivamente la portata del primo verdetto della Western Conference.

C’è sweep e sweep insomma.

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I temi da preview erano, invero, abbastanza succulenti e potevano preludere ad una minima illusione per i tifosi della Rip City (outing: fra cui si annovera chi sta scrivendo) che la serie potesse essere portata almeno almeno alla sesta.

La March Madness dell’Oregon, decisiva per conquistare i playoffs e che regalava ai Blazers il miglior record di Conference da allora alla fine (17-6), anche se ben lontano dal finale gialloblu (15-1); la statistica sul best backcourt di tutto il campionato, con Lillard e McCollum primi per distacco sugli stessi Splash Brothers; il richiamo allo scorso anno, quando una sorprendente Portland era giunta addirittura a contendere la Semifinale di Conference ai Golden State con partite tirate fino all’ultimo, nonché il sempre suggestivo riferimento al derby della Pacific Coast, erano gli aspetti caldi di una vigilia che conduceva Dame alla poco prudente dichiarazione #Blazersinsix.

In realtà, la schizofrenia ammirata tutto l’anno al Moda Center si è pienamente ed esattamente riverberata sulla serie: due partite combattute alternate a due debacle da – 30. Del resto Portland è stata tutto l’anno una cosa da 40% W/L e per gli ultimi due mesi una cosa da 65%, con la media finale del 50 esatto. Tra i due valori, a costituire il vero e proprio Mar Rosso, la trade dell’anno, quella della “bestia bosniaca” Jusuf Nurkic, capace di girare totalmente un team fin lì davvero frustrante e sospeso tra il “vorrei” ed il “non posso”.
Ebbene, ciò posto, è sufficiente trarne la conclusione considerando i minuti giocati da Nukic nel complesso della serie. Quanti? 16′, in totale, concentrati in Gara 3. GSW ha, di fatto, affrontato i Blazers di Ottobre-Gennaio: fine dei discorso.

Ciò detto sulle carenze dei “pionieri”, c’è anche da dire che i Warriors hanno oggettivamente impressionato. Nella prima gara, ove in realtà i Blazers ci avevano provato con tre tempi alla pari (ed uno scarto alla fine ridotto a soli 12 punti), quando i gialli han ripreso in mano una Oracle Arena scioccata ed un po’ intimorita, annullando totalmente la frontline rosso-bianco-nera. In tale contesto, gli importanti minuti di Draymond Green e JaVale McGee hanno indubbiamente indirizzato tutta la serie e tolto le velleità agli avversari. A questo ci si aggiunga un Durant “invisibile” ma da 32 punti: preciso, puntuale, silenzioso killer.

Durant non rientrerà in Gara 2, preservato per il ginocchio, ma in quella partita non rientra in campo neppure Portland. Chiave della serie, infine, Gara 3 al Moda Center, dove i Warriors riusciranno a recuperare, fuori casa, un break di 16 punti di divario. Costruiti dai Blazers negli unici 16′ di presenza di Nurkic…

Protagonisti della rimonta, ca va sans dire, gli Splash Brothers, anche se il recuperone del terzo quarto, dall’82-66 all’88-87, parte esattamente dall’entrata in campo di JaVale, lui e i suoi 14 punti in 15 minuti ed il suo plus-minus da +24.

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La verità è che, con o senza KD, Golden State funziona come un orologio: alla tradizionale pericolosità offensiva affianca la capacità di stringere le maglie; alterna più che in passato il gioco perimetrale a quello interno, potendo contare su una batteria di lunghi indubbiamente capace; la panchina quasi non è tale, costituita da un perfetto mix bilanciato di giovani e veterani.

Esempio? La doppia cifra di media di McCaw nelle due partite senza KD…

1 ON 1

La convinzione crescente dei Warriors che questa serie la si sarebbe vinta sotto canestro. Da un primo match fortemente sbilanciato su Lillard e CJ, Golden State ha progressivamente compreso che mettere in difficoltà un Vonleh fuori ruolo ed un Aminu sì discreto ma non incisivo come nei playoffs 2016 poteva rivelarsi la chiave della serie. Ed in effetti momenti difficili successivi al primo match si sono manifestati unicamente nei pochi minuti di Nurkic in Gara 3, ove il contenimento sul bosniaco apriva voragini per i “brothers settentrionali”.

L’immagine dei lunghi Blazers sfidati a tirare e mandati così in confusione – anche e conseguentemente sul piano difensivo – ci pare la più adatta a spiegare la serie.

STATS

Warriors sempre in doppia cifra con almeno cinque elementi, Blazers con mai più di quattro. Unica eccezione? Gara 3, cinque elementi ciascuno… e margine risicato. Troppo evidente lo sbilanciamento di Portland sui soli esterni, a fronte dell’equilibrio, in tutta la sua estensione, del roster dei vice-campioni in carica.

SALA STAMPA E SOCIAL

Vittoria indiscussa – almeno qui – per il profilo social dei Blazers che, nella ultima sfida di Gara 4, rispolvera il sempre efficace “tanto a poco” per descrivere il punteggio della resa dei propri colori. Ecco il tweet dopo il primo quarto, che già promuoveva definitivamente GSW:

 

Apprezzato, bisogna dire, dagli stessi Warriors.

Ecco poi il punteggio a fine primo tempo, dove il “tanto” si trasforma in “ancora di più”

halftime pic.twitter.com/OLsQgBVtFc

— Trail Blazers (@trailblazers) 25 aprile 2017

mentre ogni esperienza negativa col “4” diventa occasione per ironizzare sullo sweep.

Divertente anche la sportività di Lillard sul trash talking di Green

“Una sfida e uno stimolo”

Green che già al termine di Gara 1 da protagonista aveva comunque avuto parole al miele sulla stella dei Blazers, dichiarando che la serie non era scontata e che Golden State avrebbe dovuto sudarsi il passaggio del turno.

Meno divertente la schiena di coach Steve Kerr, costretto a lasciar campo a Mike Brown, forse fino al termine dei playoffs.

MVP

Sarebbe forse più giusto nominare, per continuità nei quattro match, Steph Curry, ma vogliamo valorizzare il tanto bistrattato e shaqerato JaValone McGee. Minuti intensi, di profonda concentrazione – lui che proprio su questo punto è spesso ripreso o deriso – assolutamente decisivi nei pochi momenti incerti della contesa.

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Matteo Fortelli

Matteo Fortelli

Nasce nel 1977 - prima stagione della Pallacanestro Reggiana in biancorosso - con sei mesi esatti di vantaggio su Emanuel Ginobili. Nel prosieguo, si accontenta di pareggiarlo nel numero dei figli. Catechista, avvocato, fanatico acritico di tutto quanto venga da Reggio Emilia, trova bellissima la definizione del basket come "l'unico sport che guarda verso il cielo". Romantico sostenitore delle bandiere come Manu, il turbinoso mercato NBA, dove cambiano squadra anche le città, è il peggiore fra i suoi incubi.

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