Lakers

George Mikan e i Minneapolis Lakers

Secondo Denzel Washington, sfegatato tifoso Lakers, a Los Angeles chiunque è (o si sente) una star. In effetti, la città dello showbiz è posto ideale per chi vuole entrare nel mondo dello spettacolo e in generale per chiunque voglia far parlare di sé. L.A., ultima frontiera dell’espansione americana nel selvaggio west, è meta ambita, terra di opportunità per chi vuole mettersi alla prova. Persino i Clippers, dopo anni di gestione fallimentare, sembrano aver infine giovato del clima della città e delle grandi risorse che un mercato come quello di Los Angeles può offrire, e con l’avvento di Chris Paul e l’esplosione di Blake Griffin son passati dall’essere una delle squadre più bistrattate (e peggio gestite) della Lega a una delle maggiori pretendenti al titolo. La squadra principale della città son però sempre i Lakers, se non ora (ma occhio alla ricostruzione) quantomeno storicamente. Il legame fra città e squadra è molto forte, ed è impossibile pensare all’una senza che baleni in mente l’altra. Come Los Angeles, anche i Lakers rappresentano una storia americana, una storia di conquista, di espansione da est verso ovest. Soltanto nel 1960 i lacustri approdano ad LA. Si tratta della prima franchigia NBA a porsi sulla costa ovest, spinta in tal senso dalla crescita esponenziale della città e dalle difficoltà economiche riscontrate a Minneapolis, in primis quella di riempire il palazzetto.

IN PRINCIPIO ERA GEORGE…

La storia della squadra era però gloriosa: ben prima di Kobe, dello Showtime, di Chamberlain, della rivalità con Boston e dello stesso spostamento nella città degli angeli, i Minneapolis Lakers (mi fa sempre strano scriverlo) erano una delle squadre più importanti e vincenti della Lega. Se San Giovanni avesse seguito le prime stagioni della NBA avrebbe potuto tranquillamente aprire il suo Vangelo del gioco affermando che “in principio era il Verbo, il Verbo era presso Minneapolis e Minneapolis era il Verbo”. Il Verbo aveva un nome e cognome: rispondeva infatti al nome di George Mikan, centro proveniente da DePaul. Il regno di Mikan sul basket professionistico si estende dal ’46 al ’56, ed assume dimensioni russelliane quanto a capacità di portare a casa il titolo sempre e comunque. L’uragano George si abbatte su un mondo cestistico sì agli albori, ma già strutturato, e si spegne dopo nove anni e sette titoli tra NBL, BAA e NBA, unico ad aggiudicarsi un titolo nelle tre maggiori leghe professionistiche degli anni ’40. Non a caso, Mikan viene dichiarato miglior giocatore della prima metà del Novecento ed è soprannominato Mr. Basketball. Contro George non c’era niente da fare. Soltanto una tibia fratturata (1951) e il ritorno dal ritiro del ’55 gli impediscono di fare l’en plein. Se sano, Mikan faceva un po’ quel che voleva, e nessun giocatore o commissioner riuscì mai a limitarne vena realizzativa e capacità di dominare la partita sui due lati del campo. Sembra una frase fatta, ma in questo caso è davvero possibile affermare l’esistenza di un basket pre-Mikan e uno post-Mikan.
GeorgeMikan

DOMINIO FISICO

Mikan contribuisce (suo malgrado) all’evoluzione del gioco, visto le diverse regole introdotte in quegli anni pur di tentare di limitarne il dominio. Il suo avvento porta letteralmente alla riscrittura dei codici: prima viene ampliata l’area dei tre secondi per provare a tenerlo il più lontano possibile dal ferro (la cosiddetta Mikan Rule), quindi si vieta la stoppata se la palla è in parabola discendente, infine viene introdotta la regola dei 24 secondi, posta in essere per velocizzare il gioco ed evitare il ripresentarsi di situazioni simili al raccapricciante Lakers – Pistons del ’50, partita conclusasi con un roboante 19 a 18 per i Pistoni. Come 19-18? Eh sì, perché i Pistons, allora di stanza a Fort Wayne, Indiana, una volta passati in vantaggio fecero melina tenendo il possesso pur di evitare di riconsegnare il pallone ai Lakers e a Mikan. Ah, peraltro, 15 dei 18 punti dei Lakers li aveva segnati proprio Mikan, con una percentuale di punti realizzati del 83,3%, record ancora imbattuta e ormai assolutamente inavvicinabile.

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IL PUGILE BALLERINO

Eppure, sul successo di questo ragazzone di 2 metri e 08 per 111 chili nessuno era disposto a puntarci un penny bucato, tanto che nel ’42 lo stesso George s’iscrive a DePaul con l’intenzione di dedicarsi esclusivamente agli studi. Nessuno tranne Ray Meyer, 28enne al primo anno come capo allenatore di DePaul (rimarrà in sella per la bellezza di 42 anni, sino al ’84), che intravede del potenziale in questo gigante goffo e occhialuto. Meyer ha una grande idea: e se questi lungagnoni non fossero incapaci di giocare come tutti dicono? È possibile insegnargli a giocare, renderne coordinati i movimenti e sfruttare a nostro (e loro) vantaggio tutti quei centimetri anziché vederli caracollare per il campo senza dare il minimo contributo alla causa? Il pensiero di Meyer, i suoi metodi di allenamento non convenzionali e l’intelligenza e la perseveranza di Mikan rendono possibile quel che tutti ritenevano impossibile: Meyer riesce a creare il primo prototipo non solo di centro, ma di giocatore dominante a tutto tondo. Per migliorare controllo del corpo e reattività Mikan si sottopone a tutto ciò che Meyer gli propina, dalla danza al pugilato, e si fa persino bersaglio di Meyer che, ben prima del film “Dodgeball”, aveva brevettato l’antica tecnica del lancio di oggetti (in questo caso palle di varie dimensioni) contro i suoi giocatori, probabilmente incurante della salute fisica del povero Mikan. In breve, probabilmente incattivito dal lancio di oggetti impropri, George diventa una vera e propria macchina da guerra e da canestri, con Meyer che ne affina movimenti offensivi e gancio e gli insegna a sfruttare ogni centimetro del suo corpo da guerriero, dalle spalle larghe alla capacità d’intimidazione dei propri gomiti e dei suoi 208 centimetri. Mikan non è più schiavo del suo corpo, ma in grado di utilizzare come nessuno mai prima di lui ciò che Madre Natura gli aveva gentilmente offerto. Shaquille O’Neal, che prenderà il posto di centro degli oramai Los Angeles Lakers quarant’anni dopo, che come Mikan era in grado di utilizzare la potenza del proprio corpo a discapito degli avversari, ha dichiarato di essersi ispirato fortemente al #99 (del quale però gli mancava certamente l’etica del lavoro) nel suo processo di crescita e di ammirarlo fortemente, tanto da proporsi, nel 2005, di pagarne le spese funebri.

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LA DINASTIA

Quello che esce da DePaul e firma il suo primo contratto professionistico con i Chicago American Gears nel’46 non è più il ragazzo silenzioso e impacciato che era entrato al college quattro anni prima, ma un centro assolutamente immarcabile per gli avversari, in grado di fare il bello e il cattivo tempo sotto i tabelloni e di far sentire la sua presenza sulla partita sia in attacco che in difesa, dove non si faceva molte remore a fermare chi sgarrava con falli ai limite del penale. Tutto questo non prima di aver portato a DePaul e a coach Meyer il NIT del ’45 come ringraziamento per averlo fatto sbocciare come giocatore e leader. Da questo momento in poi il buon George fa incetta di titoli: dalla sua prima stagione sino al ’54 vince solo lui, eccezion fatta per il passaggio a vuoto del ’51, dovuto però ad un infortunio contro i Rochester Royals, progenitori degli attuali Sacramento Kings. In questo periodo, tibia a parte, nulla sembra poterlo fermare, neppure i cambiamenti di maglia e lega. Dopo la prima stagione con Chicago in NBL, il presidente della squadra, Maurice White (da non confondere con il compianto leader degli Earth, Wind & Fire, mi raccomando) decide che la NBL non è adeguata ai suoi interessi e fonda la Professional Basketball League of America, ambizioso progetto di lega a 16 squadre controllate dallo stesso White, e sposta in questa la sua Chicago fresca campione NBL. Ecco, diciamo che il piano di White non va propriamente a buon fine, visto che la PBLA dura appena un mese. I giocatori devono dunque essere ricollocati tramite un dispersal draft nelle 11 squadre NBL: è Minneapolis (appena trasferitasi in Minnesota da Detroit) baciata dalla fortuna, in quanto riesce a mettere le mani sul pezzo pregiato, inutile dire di chi si parli.

Il connubio risulta particolarmente vantaggioso per entrambi, con Minnie che porta a casa sei titoli e Mikan che si consacra come il giocatore più rappresentativo di squadra e leghe in cui gioca. Si, leghe. Perchè ne cambia tre in tre anni: il primo anno con Minnie è in NBL, l’anno successivo la squadra si sposta nella rampante BAA ed infine, nel ’49, le due leghe si fondono e danno vita alla NBA. Come sappiamo, tutte queste stagioni saranno sigillate dall’anello. Mikan è così sulla cresta dell’onda che, il 13 dicembre 1948, in occasione di una partita dei suoi Lakers contro i Knicks, il Madison Square Garden lo omaggia con la celebre dicitura “George Mikan vs Knicks”.

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L’avventura di Mikan in NBA si conclude una prima volta nel ’55, quando George decide di ritirarsi per poter stare più vicino alla propria famiglia. Tornerà nel ’56, ma il suo corpo non è più quello di un tempo. Il tempo trascorso fuori dal rettangolo ha ormai arrugginito la macchina perfetta, quel Mr. Basketball che aveva incantato in tutti i parquet d’America. A fine stagione, la seconda della sua carriera non conclusasi con l’apertura dello champagne, Mikan si ritira. Si chiude la prima dinastia NBA, la seconda per importanza dopo quella dei Celtics dell’era Bill Russell, capaci di portare in Massachusetts 11 titoli in 13 stagioni. Senza di lui i Minneapolis Lakers faticheranno a rimanere stabilmente nei piani alti della Lega. Il titolo tornerà con Wilt Chamberlain.

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È proprio Wilt the Stilt, anch’egli centro dominante, a poter fornire una chiave di lettura della straordinarietà della vicenda-Mikan e dei suoi Lakers:
Chamberlain diceva che il mondo era fatto di tanti Davide e che nessuno faceva il tifo per quanti, come lui, erano invece dei Golia. Ma, aggiungerei io, quando un Golia come Mikan non riesce a far altro che vincere (e in questo stava una delle poche debolezze di Chamberlain), che altro si può fare, da Davide, se non ammirare quel Golia?

Stefano Goddi

Stefano Goddi

27 anni, ho sempre amato (quasi) tutti gli sport nonostante la più totale incapacità nel praticarli. Il mio avvicinamento al basket è piuttosto tardivo, e si concretizza soltanto nel 2006, quando, durante un pressoché inutile pomeriggio passato su SportItalia, vengo folgorato come neanche Paolo sulla via di Damasco dallo strapotere tecnico e fisico di LeBron. Da questo momento l’interesse cresce vertiginosamente, sapientemente alimentato da due istituzioni come Buffa e Tranquillo, sino ad arrivare alla necessità quasi fisica di scriverne. Rimpiango ancora di non aver chiesto all’Avvocato un parere sulla vita notturna di JR Smith a Cleveland.

 

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