Houston Rockets at Golden State Warriors Game 6 NBA Western Conference finals Oracle Arena Oakland

Cartoline da Gara 6 Warriors – Rockets

Nonostante il 115-86 finale in favore dei Warriors, anche la sesta battaglia fra le due forze che hanno dominato l’ovest nella stagione che va concludendosi ha offerto spunti di discreto interesse. Che si potesse assistere alla riscossa dei Campioni era nell’aria. Tecnicamente, vista l’assenza di Chris Paul, a mio modesto giudizio, sull’affermazione di Golden State non c’era nemmeno troppo da questionare. Quello che resta questionable è invece lo status dell’uomo da Winston-Salem per gara 7. L’aggiornamento più esilarante sul suo infortunio al bicipite femorale di questi giorni è stato less likely than likely. Solo gli americani… Ma, tornando a gara 6 alla Oracle, è il modo in cui i padroni di casa sono arrivati alla vittoria che lascia intendere come, Paul o non Paul, i due volte campioni dell’ultimo triennio si siano definitivamente ritrovati.

Sono tornati i Warriors degli Splash Brothers, quelli micidiali e inarrestabili che hanno rimandato sui banchi del Corso Allenatori alcuni dei più titolati coaching staff avversari. Curry ha segnato 29 punti, con il solito crescendo degno di un Lebedinoe ozero, il nome russo traslitterato del celebre “lago dei cigni” di Tchaikovsky; Thompson ne ha messi 35 con 9/14 da tre punti, ha prodotto un numero interminabile di tagli, blocchi e smarcamenti e dimostrato una voglia di sbattersi in difesa con pochi eguali. Chiaro, la regressione al Durant contro tutti è sempre dietro l’angolo, a maggior ragione in trasferta, al Toyota Center, dove gli spazi si riducono e i ferri dei canestri rispondono in modo diverso dal solito, dolce abbraccio di quelli della Oracle. Golden State si è trovata sotto 3-2 nella serie e sul -17 a fine primo quarto di gara 6. Harden sembrava in missione (dopo aver interrotto la striscia-record di 22 triple sbagliate consecutivamente, secondo nella storia dietro a Robert Horry, playoff 2003), i Rockets infallibili: 8/12 da oltre l’arco. Ma i Warriors non si sono scomposti, sono rimasti in gara con la convinzione/presunzione di chi sa di avere il classico asso nella manica: il terzo quarto di gioco. Quando questo è arrivato, Curry, Thompson e Durant hanno cominciato a martellare la retina senza pietà (7/11 da tre), mandando al tappeto dei Rockets, che nel giro di qualche minuto sono passati dall’essere giganti invalicabili (Harden 22 punti nel primo tempo, Houston che si aggirava sul 50% da tre su un numero incredibile di tentativi) a scomparire letteralmente dal campo (25 punti nei secondi 24 minuti.)

L’assenza del migliore di Houston a controbattere il momento terribile degli altri (CP3 nella serie sta segnando 8,2 punti a partita nel terzo quarto col 53.8% dal campo e il 54.5% dalla grande distanza) ha contribuito ad allargare la forbice. In tutto questo, mancherebbe pur sempre l’MVP delle finals 2015, Andre Iguodala. Di queste ore la notizia, tutt’altro che positiva in casa Warriors del perdurare dell’assenza anche nella decisiva gara 7.

Due azioni di pick and roll Harden-Capela. Nel primo caso Golden State riesce a disinnescare il tentativo di pocket pass del Barba grazie alle mani veloci di Thompson; nel secondo la deviazione di Looney blocca la soluzione del lob.

Le palle perse sono state fino a questo momento la cartina tornasole della serie. Grazie soprattutto alla possibilità che hanno entrambe le squadre di cambiare difensivamente sui blocchi, spesso si è riusciti ad ostacolare le linee di passaggio, generando turnovers. Se prendiamo i dati, vediamo come nelle sei partite finora disputate abbia sempre vinto la squadra che si è portata a casa la battaglia delle palle perse. In alcune circostanze il differenziale fra vittoria e sconfitta è stato piuttosto eclatante. Prese singolarmente, nella gare di finale di conference, Houston ha perso una media di 19,0 palloni nelle 3 sconfitte (e si presentava allo scontro con i Warriors come la migliore nella categoria), mentre nelle 3 vittorie le turnovers sono state appena 12,3, un dato decisamente più favorevole. Golden State non è stata da meno: 16,3 palle perse quando la W è andata a Houston; soltanto 9,7 a sera quando hanno trionfato i giallo-blu. Gara 6 non ha fatto eccezione, con i Rockets già a quota 17 palle perse quando ancora si dovevano giocare 2:31 nel terzo quarto. Soltanto percentuali irreali nel tiro da tre punti, unite a una buona transizione difensiva, hanno consentito a Houston di non colare a picco già nei primi 30 minuti di gioco.

Ma mentre all’inizio gli uomini di D’Antoni rientravano volenterosi nella metà campo difensiva dopo ogni errore, probabilmente gasati dall’incredibile prestazione balistica di cui si stavano rendendo protagonisti, già nel terzo periodo almeno 2, se non 3, rossi per volta facevano fatica a rimanere nell’inquadratura della TNT nei contropiedi di Golden State. A quel punto la difesa Warriors era già salita di giri, con diverse infrazioni, sotto forma di falli in attacco, passi o fuori campo, ad aumentare il carico di frustrazione dei texani. Si sono visti persino alcuni sprazzi di difesa allungata a tutto campo, in genere Klay Thompson che prendeva Harden già sotto il suo canestro: non una cattiva idea per sfiancare chi già è costretto a fare gli straordinari per via di una rotazione ridotta all’osso da scelte del coach ed infortuni. Il figlio di Mychal, oltre a trovare il bersaglio da lontano con una precisione quasi “mistica”, si è incollato ancora una volta al migliore degli altri, quel Barba che stava facendo ammattire i Warriors e sudare freddo i tifosi della Oracle. Ebbene, Thompson si è accoppiato con Harden nel 44.7% dei possessi ma contro il numero 11 bianco l’implacabile realizzatore barbuto ha segnato solamente il 25% dei punti della sua serata (32 alla fine.)

Per il resto nella Baia si è tornati ad ammirare il solito, frenetico flipper: palla che si muove con tempi rapidissimi da una parte all’altra, blocchi continui portati dagli esterni e tagli che dipingono traiettorie spesso sorprendenti. Come ai vecchi tempi. La serata di grazia del solito Thompson di prima ha facilitato i piani a Steve Kerr ma in generale si è rivisto il ball movement che tante volte era stato rimpianto negli ultimi giorni. Curry e Green da buoni registi della squadra si sono confermati in vetta alla relativa graduatoria con rispettivamente 85 e 74 tocchi nella gara. Gli altri due alfieri principi, Durant e Thompson li hanno inseguiti da molto vicino, 59 il primo, 56 il secondo.

Il dato dei tiri non contestati presi e segnati da Klay ha dell’incredibile, se si considerano le opache prestazioni di alcune delle scorse partite: 13/19 dal campo con il primo difensore distante almeno un metro. 19 tiri senza opposizione per il giocatore forse più imbavagliato di tutti fra gara 2 e gara 4 rappresentano un bel miglioramento.

Palla che gira sul perimetro, taglio di Thompson dietro le spalle dei difensori, Curry lo vede e gli porta un blocco, i difensori dei Rockets si perdono nei cambi difensivi. Il close-out sull’uscita in angolo è tardivo.

D’altra parte, come aveva detto Draymond Green dopo gara 5: “We’ll be back here for game 7… You’d be a fool not to believe me.”

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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