NBA: Playoffs-Golden State Warriors at Houston Rockets

Cartoline da Gara 5 Rockets – Warriors

In una gara 5 a dir poco selvaggia gli Houston Rockets si portano avanti 3-2 nella serie, grazie alla vittoria finale per 98-94. Nell’arco di quarantotto ore, la muraglia difensiva messa in piedi dall’architetto della metà campo dietro dei Rockets, ovvero Jeff Bzdelik, è riuscita nell’impresa di tenere l’attacco più scoppiettante dell’ultimo lustro prima a quota 92 e dopo a 94 punti segnati. Grazie al decisivo upgrade difensivo di questa stagione, Houston è stata in grado di passare indenne la nottata. Perché quando il tuo faro barbuto, James Harden, conclude una gara da 5/21 al tiro con 0/11 da tre e 6 palle perse le chance di vittoria si abbuiano, per così dire.

Guardando indietro, soltanto a 12 mesi fa, l’ultima volta che il Barba non era salito sul pullman diretto alla gara – era gara 6 delle western conference semis 2017 – gli altri erano stati presi a manrovesci dagli Spurs: con un Harden da 10 punti, 2/11 dal campo e le stesse palle perse (6) erano arrivati il -39 e il conseguente rompete le righe stagionale. Questa volta è andata diversamente e i Rockets si trovano adesso ad una sola vittoria dalla finale. Un risultato così dolce tuttavia non potrebbe esser stato raggiunto con un costo più grande di quello che hanno dovuto pagare i texani. Chris Paul infatti, il motivo reale per cui Houston ha sopravanzato Golden State nella road to the finals, salterà gara 6 per un infortunio al bicipite femorale. Il problema sembra tale che, se solo fossimo in un altro momento della stagione – e non sul punto di scoprire la soluzione del giallo iniziato a metà ottobre, la risposta dello staff medico alla domanda su un possibile rientro già in gara 7 di CP3 attirerebbe, come minimo, delle sonore risate. Lasciate perdere l’ottimismo che filtra dagli spogliatoi del Toyota Center, è solo una recita. Siamo uomini, e gli americani quando ci si mettono vogliono fare gli uomini più di tutti: da bravi pistoleri non ammetterebbero mai che la propria arma sia in verità priva di cartucce.

La realtà è invece che Chris Paul ha già avuto in stagione questo tipo di infortunio (e i tempi di recupero non erano stati così brevi), ha sempre avuto in carriera questa grossa limitazione. Dio solo sa se ha mai, in vita sua, concluso una stagione senza essere infortunato. Paul ci è già passato: era gara 7 del primo turno 2015 contro gli Spurs, ebbe un problema analogo. Stette per un po’ lontano dal parquet ma decise di rientrare già nel secondo quarto. Giocò una gara memorabile, conclusa col tiro della vittoria contro le braccia protese di Duncan. Saltò poi le successive gare 1 e 2 di semifinale delle western contro i Rockets. A onor del vero quella volta l’entità dell’infortunio era apparsa inferiore. Già la stessa sera poté giocare sul dolore. Giovedì notte invece è probabile che non sia neppure riuscito a raggiungere la sua abitazione senza l’aiuto di qualcuno. Però visto che siamo dei gran romanticoni e la NBA è una lega di eroi, già lo vediamo sbucare dal tunnel del Toyota Center, leggermente claudicante ma abilitato a disputare una gara 7 almeno drammatica, se non proprio vincente. Un po’ come fosse Willis Reed e ci trovassimo nel 1970. Per il momento invece ci basti ciò che è stato capace di fare in gara 5. CP3 si è dimostrato ancora una volta il leader emotivo di questi Rockets. Dopo un inizio in cui Houston, sbagliando buoni tiri, non era riuscita a capitalizzare il vantaggio mentre Golden State a causa delle troppe palle perse (9 nei primi 16 minuti) era costretta a inseguire, CP3 si è messo al lavoro. E lo ha fatto alla sua maniera. Di fianco a lui, il Barba stava andando in cortocircuito, incartandosi in vorticosi palleggi sul posto e testate al petto degli uomini in aiuto difensivo. Paul non si è scomposto. Ha fatto giocare gli altri e dopo si è impadronito del pallone. Il primo canestro dal campo, una tripla, è arrivato addirittura dopo 2 minuti e 17 secondo del terzo quarto. D’altronde gli avevano detto che il momento migliore degli altri era senza dubbio il terzo periodo, da bravo ospite ha atteso i Warriors per fare gli onori di casa: 3 canestri irreali dal palleggio da oltre l’arco con l’uomo sotto la canotta, l’ultimo dei quali seguito dallo shimmy, il classico balletto con ondeggiamento delle spalle, fatto in faccia al suo inventore, Curry. Nell’ultimo periodo invece, per completare l’opera, ha eseguito un paio di 1 vs 1 da campetto contro West e Green – poco importa che il primo sia stato annullato a scoppio ritardato – e infilato un’altra tripla pazzesca, spostando la palla mentre si trovava in elevazione, per eludere l’intervento dell’avversario. La comunità di Houston, scossa per la sparatoria di Santa Fe, ha trovato nel piccolo grande uomo da Winston-Salem il proprio redentore. Peccato che dovrà farne a meno in gara 6. Al suo posto molto probabilmente sarà promosso in quintetto Eric Gordon, mentre la rotazione, accorciata a 7 nelle ultime gare, potrebbe vedere l’utilizzo di Mbah a Moute, in cerca di riscatto, oppure (udite, udite!) Iso Joe, visto che di isolamenti ogni sera si parla.

Quello che non dovrà mancare a Houston per fare l’ultimo passo e staccare il biglietto per la prima finale dal 1995 è l’incredibile difesa applaudita negli ultimi giorni fra la Baia e i bayou di Space City.

Abbiamo già parlato dei cambi difensivi di Houston e di quanto in generale questa strategia abbia enormi pro ma svariati contro. I contro spariscono quando in questo caso dopo 3 cambi sull’uomo con la palla, vengono ristabiliti gli accoppiamenti corretti, favorevoli alla difesa: dopo che c’è stato il blocco e la palla si è allontanata, Ariza riconosce il mismatch sfavorevole che si è creato e dice a Paul, finito su KD, di cambiare nuovamente.

Giusto la scorsa volta ho avuto modo di esprimere le mie perplessità sulla necessità/moda di propiziare il cambio difensivo per cercare il difensore da attaccare. Quando, come nel caso in esame, sia il difensore ad anticipare questa intenzione, con l’utilizzo di cambi preventivi, appare davvero inutile mettere il proprio miglior giocatore sull’isola per permettergli di giocare l’uno contro uno. Chiaramente per fare questo ci vogliono giocatori dotati dell’intelligenza, oltre che dell’esperienza, di Ariza. Il suo compagno Harden, per esempio, a tratti si è reso protagonista di scelte difensive al limite dell’imbarazzo. Questo conferisce a ciò che stanno facendo tutti gli altri ancor più valore: tralasciando l’autentico colabrodo che è il Barba come difensore primario, il suo atteggiamento in certi frangenti, quando perde l’uomo fra i blocchi e non sa dove cercarlo, appare misterioso. La mancanza di attitudine difensiva del 13 è stata finora nascosta grazie alle qualità di Capela come difensore arrangiato sugli esterni. Il fatto di potersi permettere di cambiare anche con lo svizzero, mandandolo sulle tracce delle guardie, concede a Harden la possibilità di rintanarsi in area, dove, riducendo gli spazi, ha minori possibilità di essere infilato. Non raro è stato vederlo impiegato sul 5 avversario, ovvero Green. Capela ha offerto anche un contributo come rim protector di assoluto livello: la stoppata sulla schiacciata di Green, capolavoro di muscoli e tempismo, ha trovato l’apprezzamento anche di un compiaciuto The Dream, seduto a bordo campo.

I 72 tiri dal campo presi in totale da Golden State in gara 5 rappresentano il quarto dato più basso dell’era Kerr. Degli altri tre, due sono stati registrati nel suo primo anno, rispettivamente alla sesta e settima partita allenata in carriera. Se al ritorno a Houston Klay Thompson si è finalmente sbloccato, giocando la sua pallacanestro, fatta di tagli, blocchi e uscite continui, e tiri rapidi in transizione, anche da molto lontano, l’egoismo di Durant sembra oggi, se non un problema, almeno un oggetto di discussione in casa Warriors. E’ pur vero che per esser davvero oggettivi bisognerebbe disporre del suo talento: avendo capacità simili a chi verrebbe mai in mente di passare quella palla? Tuttavia la sua prova da 36.4% dal campo e 0 assist necessità di alcune considerazioni ulteriori. KD resta probabilmente il miglior giocatore in circolazione assieme a James. Non si discute. Così come non è in discussione il fatto che l’assunto più volte invocato con Harden, ovvero che potendo contare su determinate, virtuose caratteristiche ben venga l’isolamento, valga anche per il 35. Ma proprio perché la difesa dei Rockets si è dimostrata così competente, urgerebbe una soluzione. In regular season i suoi 42,0 passaggi di media a partita generavano 5,3 assist e 2,1 canestri su 4,9 tentativi dei compagni dall’arco dei tre punti (43.4%.) In finale di conference questi dati sono scesi rispettivamente a 35,4 passaggi, 2,0 assist e 1 canestro su 4,8 tentativi in media dalla lunga distanza (20.8%.) Prendendo soltanto gara 5, vediamo come Durant praticamente non l’abbia mai passata: 23 passaggi, 0 assist e 0/3 da tre degli altri sui suoi scarichi.

Se n’è accorto pure Kerr ovviamente, tanto da prenderlo da parte durante un timeout e raccontargli la parabola di tale Michael Jordan, che nella decisiva gara 5 delle finali del 1991, avendo il suo stesso problema, fu invitato da coach Jackson a chiedersi, visto che veniva costantemente raddoppiato, chi altro fosse libero. “Paxson!” aveva risposto MJ. Coach Zen domandò ancora se avesse fiducia nei compagni. His Airness ebbe fiducia e il laborioso Paxson segnò alcuni dei canestri più decisivi di quella partita, compresi un paio piuttosto pesanti da scarico di Jordan. Durant, che è ragazzo intelligente e studioso, ha fatto tesoro delle parole del coach, ha avuto fiducia nei compagni, solo che, prima Cook e dopo Green, non hanno approfittato dell’inusitata generosità nella gestione scellerata del finale da parte dei Warriors. Anche per queste ragioni (definiamole collaterali?) nessuno sarà mai come Jordan. Semplicemente al 23 le cose riuscivano. Sempre. Come uscite da un invisibile copione.

Durant si accontenta dell’accoppiamento con Harden e affonda la penetrazione col rischio di sfondamento sull’ottimo Tucker ma soprattutto non prendendo neppure in considerazione lo scarico in angolo per Green né l’assist al centro per il tagliante Looney.

In generale è stata una partita di altissimo livello, una di quelle, insieme alla precedente, che ci ripagano di tante notti insonni, passate a guardare improponibili blowout. Non è stata spettacolare ma non sono mancate intensità e agonismo. Diversi sono stati i momenti in cui una palla vagante ha dato vita a lotte di quartiere senza possibilità di tregua. Kerr l’aveva definita una guerra di trincea. Per molti versi lo è stata. Houston l’ha terminata col 37.2% al tiro. Golden State ha fatto poco meglio: 44.4% ma 16 turnovers. Negli ultimi 9:38 di gioco non si è quasi mai segnato. Le due squadre (che sarebbero – lo ricordiamo – le più brave ad attaccare) hanno mandato a referto un 9/29 cumulativo che significa un canestro dal campo ogni minuto e qualcosa. Un’eternità. Eppure l’abbiamo apprezzata, forse più di tutte le altre. La stessa Golden State ha messo in campo uno spirito combattivo e una tenacia in difesa che in altre serate sarebbero bastate a portare a casa la vittoria. Soprattutto ad inizio terzo quarto è sembrata nuovamente l’instancabile schiacciasassi che tante volte abbiamo ammirato a bocca aperta.

L’assenza di uno come Iguodala si è fatta sentire, nelle rotazioni difensive ma anche per il consueto apporto di ball handling e tiri pesanti. Non per nulla, questa, come la precedente, è stata decisa fondamentalmente soltanto da un tiro di Gordon. In gara 4 aveva segnato l’ultimo canestro dal campo dei suoi a 2:27 dal termine. Nella 5 si è addirittura superato: triplona del 95-91 a 1:21 dalla sirena, già ribattezzata in Texas il nuovo kiss of death. Non c’è stato il bacio questa volta ma l’importanza nell’economia della partita è stata simile alla storica bomba dall’angolo di Mario Elie che decise gara 7 delle western conference semis 1995, contro i Suns. Se posso essere sincero, per me si somigliano pure nella tecnica di tiro. Forse Elie teneva la palla un po’ più sulla destra. Niente male per Gordon, se consideriamo che in entrambi i casi si era presentato al momento clou con un bottino nel tiro pesante abbondantemente insufficiente: prima della tripla decisiva in gara 4 era 1/8 da tre, in gara 5 2/9. Nonostante non la mettesse dentro veramente mai, continuava ad avere l’atteggiamento di chi pensa che non ci sia altra cosa da fare se non tirare a ripetizione. Un contributo determinante nel tenerlo così a bada va riconosciuto anche a Thompson. Nel suo tour degli attaccanti Rockets è sceso anche alla fermata Gordon. Per la maggior parte del tempo però si è preso cura di Harden e Paul. Il figlio di Mychal ha marcato il Barba per 32 possessi difensivi (quasi un’azione su due era accoppiato col 13.) Statistiche di Harden? 1/4 dal campo, di cui 0/3 da tre e 2 palle perse. D’accordo ci sono anche 9 liberi segnati in questo frangente ma con 0 falli di Klay. Del suo tabellino segnaliamo anche gli 8 tiri avversari da tre punti contestati. Eh sì, perché quando si prende fiato dalla marcatura del Barba, tocca occuparsi dell’altro…

Niente cambio difensivo per Thompson nell’ultimo quarto: si passa sopra al blocco e si sta con Paul, fino a… lo spogliatoio.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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