Cartoline da Gara 4 Warriors – Rockets

Il poeta e scrittore francese Jean de La Fontaine dovrebbe aver inserito a corollario di una delle sue celebri favole con intenti dichiaratamente moralisti il detto: Mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso. Ebbene, dell’orso rosso, per l’occasione denominato Houston Rockets, dopo la risonante debacle di gara 3 delle Western Conference Finals erano stati venduti pelle, denti e persino ossa. Tutto normale. Si tratta dell’effetto tipico di aver trovato sulla propria strada i Golden State Warriors, una squadra incredibile che almeno una volta nella stagione ti passa sopra con il rullo compressore. Il -41 del terzo episodio della serie aveva fatto pensare ai più – facciamo a tutti – di essere di fronte all’ennesima cavalcata trionfale degli uomini di Kerr verso l’anello. “Che noia” aveva detto qualcuno. “Che spasso” la replica di qualche altro. Eppure due o tre cosine la pallacanestro dovrebbe avercele insegnate. Specialmente nei playoffs, dove ogni nuova partita si presenta come un’occasione per cancellare la precedente. Nessun verdetto è definitivo, se non quello che fa muovere a 4 la casella delle vittorie di una delle due pretendenti al passaggio del turno. Non importa quanto ampia sia stata una sconfitta. A volte basta un dettaglio e il mondo, che notoriamente è piatto – ce l’ha detto Kyrie, si capovolge all’ingiù. La citazione del buon Irving non è casuale. D’accordo, dovrebbe interessare l’altra serie, quella che si gioca a est del Mississippi. Tuttavia l’ex-Cavs c’entra eccome. La vittoria di Houston per 95-92 di gara 4 ha infatti messo prepotentemente fine alla striscia-record di vittorie casalinghe di Golden State: erano ben 16 prima di martedì. Tale striscia, per l’appunto, era cominciata all’indomani della sconfitta in gara 7 nelle finals 2016 contro la Cleveland di Kyrie Irving, che per ultima aveva violato il tempio pagano della Oracle. Non solo, uno dei canestri decisivi della gara, quello di Chris Paul da oltre l’arco, con spostamento laterale per creare separazione (ma quale separazione?) dal difensore, ha ricordato sinistramente il gesto “mambeggiante” di Irving che, insieme alla stoppata di LeBron, decise il destino di una delle finali più assurde di sempre.

Fatta la decorosa premessa, passiamo all’analisi della partita. Mi piace descrivere ciò che ho visto martedì notte come una delle reazioni più “massicce” della storia recente del Gioco. Quando si parla di massiccio si fa riferimento a un qualcosa che sia dotato di una massa particolarmente solida, compatta, ad alta densità. Il nucleo solido dei Rockets, il backcourt Barba-CP3, nel momento di maggior bisogno della stagione si è palesato in tutto il suo spessore. Le loro giocate, ad alta densità di talento, hanno orientato la gara come poche altre volte. Un massiccio, mi riferisco a quelle ingenti masse rocciose come potrebbe essere il Gran Paradiso per esempio, ha anche una natura eccezionalmente resiliente, può essere eroso dal susseguirsi degli agenti atmosferici nel tempo o corrugato dai moti di sollevamento e abbassamento della terra. Tuttavia resta lì, imponente, a svettare su tutti. I Rockets della Oracle sono passati indenni attraverso due, se non tre, tempeste all’apparenza inarrestabili. Sono stati messi nel tritacarne una prima volta con l’asfissiante difesa dei padroni di casa, quindi una seconda per via delle implacabili sfuriate offensive da terzo quarto. Nonostante tutto sono rimasti orgogliosamente in piedi, a lottare sul parquet. Dopo aver preso 41 schiaffi nella gara numero tre, hanno fronteggiato un 12-0 per iniziare la quarta che avrebbe scoraggiato anche i più ottimisti. Davanti i Warriors al loro meglio: tutti i titolari già a segno, 5 punti da palle perse altrui. Dopo i primi segnali incoraggianti, di ripresa, da parte del leader, Harden, a 1:43 da fine primo quarto, nonostante il notevole sforzo, si trovavano ancora costretti ad inseguire: 12-24 il punteggio. Nonostante la pesantissima assenza di Iguodala, le rotazioni dei Warriors apparivano impeccabili, al pari delle prestazioni dei giorni migliori.

Due azioni difensive quasi in fotocopia. Nella prima cambio difensivo sul pick and roll in punta di Harden, Durant rende difficile il passaggio a Capela, Green aiuta dal lato, con Curry che si preoccupa dell’uomo di Green in angolo. Nella seconda ancora un cambio, ottimo recupero di Thompson sul rollante, Tucker, ben servito dal pocket pass di Harden. Opposizione dello stesso Thompson. Green pronto a intervenire come “portiere” di riserva.        

Houston, malgrado le premesse deprimenti, ha saputo rimanere “incollata” alla partita. Soltanto 12 mesi fa questo non sarebbe successo. I Rockets 2017-18 però, da quando Tucker è stato promosso in quintetto sono la terza difesa NBA. Possono schierare in campo 5 uomini quasi intercambiabili nelle marcature. Il più basso di loro, Chris Paul, è forse il più sconveniente da affrontare. Lo stesso Durant che gli tirerebbe sulla testa – e lo fa – anche se CP3 salisse su uno scaleo, ha dimostrato di non gradire la presenza opprimente del corpo e delle mani dell’avversario. Per di più, per quanto possa assomigliare a una bestemmia il solo fatto di imputare una mancanza ad un roster del genere, Golden State non possiede un bigman vero e proprio da far giocare in post-up per provare a far pagare i suddetti cambi difensivi. Ci sarebbe Durant, ma anche il 35 predilige l’uno contro uno dinamico partendo fronte a canestro. È inoltre molto difficile portare spalle a canestro l’avversario più basso quando si riceva, come è stato il caso di gara 4, così spesso lontano addirittura dall’arco dei tre punti. Piuttosto emblematica in questo senso – se la ricordate – l’azione in cui KD è stato accompagnato talmente lontano dall’area dal suo difensore, nell’occasione Capela, da finire letteralmente addosso al compagno Nick Young, fermo sul cerchio del centrocampo.

Cambiare sempre in difesa permette di essere aggressivi sui tiratori, oscurando le linee di passaggio e non concedendo alcun vantaggio, in termini di centimetri di parquet, agli attacchi. Come stiamo vedendo purtroppo, questa strategia, sempre più spesso adottata dai coaching staff, sta portando la NBA moderna ad una spiacevole deriva. Sempre più squadre, anche quelle più evolute da un punto di vista tattico, stanno ormai riducendo i propri gameplan alla scelta del difensore da attaccare, giocando una serie di pick and roll finché non si arrivi all’accoppiamento desiderato, ovvero il proprio miglior giocatore contro il peggior difensore degli altri. Così sono quasi sparite dalle lavagne intere impalcature di gioco e la differenza è ancor più netta per quelle squadre che negli ultimi anni ci hanno abituato a giochi sofisticati, attacchi armoniosi e trame condivise fra più mani. Adesso invece non facciamo che vedere LeBron contro Rozier, Durant o Curry o Thompson contro Harden, Harden o Paul contro Curry. Persino una democrazia ideale come quella dei Warriors ha aperto le porte all’isolamento. Chiariamoci, personalmente non mi ritengo un fondamentalista a prescindere di alcuna filosofia di gioco. Sono pure affascinato dalla capacità di alcuni uomini di ergersi a eroi solitari, prendendo sulle spalle l’intera propria squadra e rispondendo romanticamente colpo su colpo a un battaglione di avversari. Dico solo che quando una tendenza porta N volte a esiti anche negativi, è lecito interrogarsi sull’opportunità di variare. Abbiamo letto fino alla noia della diminuzione dei passaggi nell’attacco di Golden State: i 323,2 passaggi dei primi due round sono diventati in finale di conference appena 273,0; gli assist potenziali sono passati da 54,2 a 38,8. Addirittura in gara 4 gli assist di Golden State sono stati 14. Era dai tempi del trio Arenas-Hughes-Jamison forse che non si registrava un dato così basso. Questi invece sono i tempi di Durant e succede che KD tenga la palla nelle proprie mani anche per 20 secondi di fila in un’azione senza che si costruisca nulla. Ma se Durant racimolerebbe 30 punti anche nel sonno, tanto è devastante, a volte può capitare che alcuni dei suoi compagni finiscano fuori ritmo. Un po’ per demeriti propri, un po’ (tanto) per i meriti altrui, Klay Thompson, forse la cartina tornasole storicamente più affidabile per i destini degli invincibili Warriors è finito da 3 gare a questa parte ai margini della serie. Sicuramente ha influito l’infortunio occorsogli nel secondo quarto di gara 4. Altrettanto certamente avere costantemente e letteralmente le mani addosso degli avversari può aver finito per inceppare anche un meccanismo perfetto come il gioco del figlio di Mychal. Se è vero che i Rockets cambiano su tutti i blocchi, quando è coinvolto Thompson lo fanno ancora più convintamente.

Della prima azione è interessante notare come Thompson sia considerato talmente pericoloso da “chiamare” una posizione del difensore per nulla adeguata, nonostante la lontananza della palla, e particolarmente “attaccata” all’uomo. Ariza poi non perde occasione per far sentire la pesantezza delle proprie mani. Nella seconda Gordon lo abbraccia costantemente, per tutta la durata del suo smarcamento in punta. Lo lascia soltanto quando ad abbracciarlo è Tucker. Che in entrambe le situazioni la palla sia in mano a KD non è un caso.  

In gara 4 i tiri totali contestati ai Warriors sono stati 50. Soltanto in 17 di queste 50 occasioni la palla ha poi trovato il fondo della retina. Il parziale dei Rockets nella stessa categoria recita invece un più desiderabile 11/33. Thompson nei tentativi di tiro con un uomo addosso ha concluso con 0/5. Ha segnato sì 10 punti, ma tutti contro la marcatura di Harden, delle volte contro il cartonato di Harden. Nei 55 possessi in cui è stato preso in consegna dagli altri, ovvero Gordon, Paul, Tucker, Ariza e Green (quando cioè evoluiva per lo più lontano dalla palla) ha collezionato 0 punti. I suoi punti da “prendi-e-tira”, come dicono gli americani, (da scarico/passaggio senza palleggiare, aggiungiamo noi) sono passati da 11,1 nelle prime 11 partite dei playoffs (primo assoluto in NBA) a 5,6. La difesa di Houston nel quarto periodo di gioco è stata da antologia. Golden State si è fermata a 12 punti segnati, con 3/18 al tiro (16,7%.) Per la verità non era andata male neppure negli altri tre. Era stata bucata praticamente quasi soltanto dalle conclusioni senza senso e con rilascio velocissimo scagliate da Curry nel terzo quarto fra i 26 e i 29 piedi. Ma è negli ultimi 12 minuti che l’atteggiamento nella metà campo dietro ha permesso agli ospiti di completare rimonta e lavoro. I Rockets infatti, dopo la tripla di Gordon a 2:27 dalla fine, non sono più stati in grado di segnare. Il contributo di Capela è apparso nettamente più tangibile delle precedenti versioni: ha tenuto alcune volte il passo di Durant lontano dal pitturato e, quando è stato battuto, ha dimostrato tenacia nel recuperare (una volta su Thompson in occasione dell’infortunio di Klay, un’altra, decisiva, all’inseguimento di Curry.) C’è stata un’azione, a metà dell’ultimo periodo, in cui Golden State è stata costretta a difendere, con il didietro per terra – come si suol dire, per 56 secondi di fila, complici due rimbalzi in attacco, di Capela e di Ariza, un fallo subito e una deviazione. A rendere grottesco il tutto, la conclusione della stessa: dopo 1 minuto di ottima difesa è arrivato un lungolinea (di fondo) di Paul, per la tripla dall’angolo di Ariza, da far invidia a un Federer qualsiasi.

Cambi difensivi a catena, con gli attaccanti Warriors portati letteralmente con le braccia molto lontano dal canestro. Neppure il talento immenso di Durant può metterci una pezza.

Per il resto ci ha pensato Chris Paul. I due alfieri di Houston si sono alternati perfettamente, riconoscendo uno la zona dell’altro, come i corridori di una staffetta. CP3 ha messo in fila due partite, la 3 e la 4 della serie, in cui prima ha preso a cornate la sua credibilità come giocatore a certi livelli e dopo ha portato la sua legacy al livello dell’iperuranio. Quando ogni speranza sembrava ormai definitivamente perduta (dopo la sfuriata di Curry, i Rockets erano tornati pesantemente sotto di 12 lunghezze), ha infilato un paio di 1 vs 1(+N altri) senza diritto di cittadinanza. Non contento si è inventato la suddetta tripla alla Irving, in una situazione disperata, e ci ha donato un assist che non avevamo mai visto. D’altra parte l’aveva detto, quando gli avevano chiesto come andava il polpaccio infortunato: “It’s cool.”

Sul fronte Warriors, l’assenza di Iguodala è risultata decisiva. Senza l’MVP del 2015, le rotazioni armoniose di Golden State sono sembrate meno perfette. Finché ci ha pensato Green, alcune falle sono state sapientemente insabbiate. Non appena è stato individuato il diabolico Draymond come basamento del muro difensivo e, di conseguenza, attirato fuori dal pitturato, per Golden State sono saltate le cerniere. In altri momenti, quando il 23 era in viaggio premio sull’arco dei tre punti, a guidare la retroguardia c’era Iguodala. Questa volta si è avuta, netta, la sensazione che fosse saltato qualcosa.

Quando Green si è trovato a marcare un esterno alto dei Rockets (maledetti cambi difensivi!), nella fattispecie Paul nella prima gif, Gordon nella seconda, è venuto a mancare l’aiuto a centro area. Nel primo caso ha provato a rimediare proprio Draymond, chiamando Livingston a ruotare sul suo uomo. Nella seconda circostanza ha preferito offrire un aiuto più blando: Golden State non ha subito la tripla ma l’appoggio facile al ferro.

Tommaso Mandriani

Tommaso Mandriani

Grande amante del basket e della letteratura, segue la NBA dal 1994, quando i suoi occhi furono accecati dal fulgido bagliore emanato dal talento irripetibile di Penny Hardaway. Subisce da sempre il fascino della narrazione svelta ma pungente alla De Carlo e del viaggio come metafora della libertà del grande romanzo americano alla Jack Kerouac. Ovviamente non riesce minimamente ad assomigliare loro nello stile né tanto meno nei contenuti. Nutre un'adorazione pressoché incondizionata per l'Avv. Federico Buffa e per l'ineffabile Zach Lowe.

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